I pregiudizi non aiutano a vedere l’altro con empatia e ci prospettano solo le diversità , impedendoci di riconoscere nell’altra persona noi stessi
di Achille Rossi
Kossi Komla–Ebri è un simpatico medico italo-togolese, che vive e lavora in provincia di Como ed esercita anche l’attività di scrittore e di mediatore culturale.
Gli chiediamo quali sono le difficoltà principali che impediscono di comprendersi a uomini di differenti culture. " Sono quelle legate essenzialmente ai pregiudizi che ci portiamo dietro nei confronti degli altri, come quando diciamo: “Donna al volante, pericolo costanteâ€, “i giovani non sono più quelli di una voltaâ€. I pregiudizi non ci aiutano a vedere l’altro con empatia e ci prospettano solo la sua diversità , impedendoci di riconoscere nell’altra persona noi stessi" .
Il richiamo all’identità oggi serve di pretesto per tutti i fondamentalismi. A suo parere, come dovrebbe essere concepita l’identità per evitare i conflitti?
" Innanzitutto bisognerebbe capire che l’identità si definisce e si rafforza nel rapporto con l’altro, il quale non rappresenta affatto il nemico che arriva a distruggerla. La nostra identità , infatti, non è statica, ma fluida, dinamica, in costante evoluzione e cresce nella relazione. L’altro, perciò, è colui che mi permette di definire la mia identità " .
E Kossi Komla-Ebri porta un argomento ad hominem: " Lei è bianco perché io sono nero o io sono nero perché lei è bianco; se io sopprimo il bianco dell’altro il mio nero non ha più ragion d’essere. L’importante è rendercene conto. Il contatto con chi viene da lontano, perciò, non impoverisce la nostra identità , casomai la rafforza. E se io ho paura di confrontarmi con l’altro significa che ho un’identità debole, che non ho certezza della mia identità " .
Nei rapporti con persone che vengono da altre culture lei vede incombere due pericoli, quello della ghettizzazione e quello dell’assimilazione. Potrebbe spiegare che cosa intende e come ci si dovrebbe muovere per evitare questi due rischi? " La prima reazione dell’immigrato è quella della paura, che lo porta subito a cercare persone che provengono dalla sua zona, e comprare cibo del proprio paese, ad ascoltare musica del luogo natÃo e a frequentare italiani solo a livello lavorativo. In questa maniera gli immigrati vivono in Italia, ma stanno con la testa in Africa. Non sono in osmosi con la società . A volte non si tratta nemmeno di una scelta, ma di una reazione di fronte alla diffidenza e alla chiusura della società ospitante. Il rischio dell’assimilazione consiste invece nel ricordare all’immigrato che, siccome è nostro ospite, deve dimenticare quello che è e sottomettersi alle nostre regole di vita. Questo atteggiamento assimilante nega la cultura dell’altro e mira ad assoggettarlo" .
Né la chiusura nel ghetto né il rifiuto della propria identità costituiscono per Kossi Komla-Ebri una soluzione valida: " Bisogna uscire da quella specie di palazzo multiculturale dove ogni piano è riservato a una determinata etnia e scendere nell’agorà , nella piazza, per far interagire positivamente le nostre identità e costruire la convivenza, partendo dalla convinzione che ci sono valori e disvalori in ogni cultura" .
Il medico italo-togolese, sviluppando alcune osservazioni di Laura Balbo, focalizza su certi fenomeni molto concreti che muteranno nel futuro il volto delle nostre società : " Le donne italiane vanno a lavorare e affidano i loro figli alle donne straniere; in questa maniera essi sentiranno l’influsso di una cultura diversa da quella dei genitori. Lo stesso accade con gli anziani gestiti dalle badanti, che bene o male trasmettono elementi valoriali della propria cultura" .
Kossi Komla-Ebri è molto critico delle soluzioni adottate da Francia e Inghilterra nei confronti degli immigrati: " I francesi, che hanno puntato sui grandi principi di liberté, egalité, fraternité, si sono accorti che la terza o la quarta generazione di immigrati che vivono nelle banlieues non si considerano socialmente integrati, anche se lo sono da un punto di vista legale. Gli inglesi hanno assistito allibiti al caso strano di quei ragazzi pachistani che, pur essendo nati nel Regno Unito, hanno scelto la strada della violenza e del terrorismo" .
La spiegazione per Kossi è semplice: " Questi ragazzi nati in Europa inizialmente cercano una omologazione totale con i propri compagni. Finché sono sui banchi di scuola non ci sono problemi. Quando però arrivano nel mondo del lavoro comincia la competizione con i nativi, che rivendicano una priorità , e allora la musica cambia. In Francia, ad esempio, di fronte a una richiesta di lavoro, la persona dal cognome straniero viene scartata in partenza. Così si sente rifiutata e comincia a ripiegarsi sulla cultura dei propri genitori, ma in modo esasperato, per contrapporla. Conosco ragazzi che non andavano mai alla moschea e di colpo cominciano a frequentarla. E sappiamo quali strade possono imboccare. Oppure si vestono con i costumi tradizionali per dimostrare la loro appartenenza. Si tratta di un riferimento identitario indispensabile per il loro equilibrio" .
Dietro questo fenomeno c’è per Kossi Komla-Ebri una chiara responsabilità politica: " Se i nuovi cittadini vengono diluiti urbanisticamente sul territorio è più facile che si integrino. Se invece vengono concentrati in un’unica zona è più probabile che diventino delinquenti, non perché siano stranieri ma perché sono poveri. La Francia ha praticato in maniera sistematica la ghettizzazione urbanistica" .
Lei sostiene che finora abbiamo accettato l’altro solo con i sensi, ma non con la mente. Cosa intende dire? " A livello fisico c’è una certa accettazione del diverso: i ragazzi vanno a mangiare il kebab, frequentano i ristoranti cinesi, ascoltano musica etnica, si vestono con costumi d’ogni parte del mondo. I nostri sensi, udito, palato, occhi si sono praticamente adeguati. Se non interviene però la partecipazione della mente e del cuore si rimane limitati all’aspetto folcloristico. Accettare la diversità significa scoprire quello che l’altro ha in comune con noi, altrimenti le differenze costituiscono un muro insuperabile. Ci serve un pensiero che vada al di là delle apparenze e che ci aiuti a superare stereotipi e luoghi comuni. Purtroppo, in una società mediatizzata come la nostra, la gente giudica e si confronta solo sulle apparenze" .
Per Kossi Komla-Ebri è urgente trovare spazi d’incontro per far convivere le differenze: " Si parla tanto di diritto di voto e di cittadinanza, ma se non si prova insieme a costruire una convivenza, la cittadinanza in sé non serve a niente, perché non crea i diritti sociali. Purtroppo gli intellettuali italiani mancano all’appuntamento su queste tematiche: ecco perché si costruiscono barricate identitarie da una parte come dall’altra. Sarebbe invece importante individuare una piattaforma di valori sui quali costruire la nostra convivenza. Stabilire giuridicamente diritti e doveri non è sufficiente, è necessario agganciarli a dei valori. Questa è la sfida concreta che la società dovrà affrontare" .
Ma il nostro interlocutore mette in guardia da un rischio: " Questa piattaforma non la possono costruire solo i nativi. Bisogna essere in due per definire quali sono i valori sui quali vogliamo accordarci per convivere. Anche i nuovi cittadini devono poter dire la loro" .
Cosa si può fare sul piano politico per accelerare i processi di integrazione? " Vigilare sulle scelte urbanistiche, prima cosa, e poi fare un passo gli uni verso gli altri. Io sollecito i miei amici immigrati a partecipare alla vita della società e ad abbandonare l’eterno sogno del ritorno che poi non si realizza mai" .
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