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La malattia del corpo esprime la malattia dell’anima
 
   
  
 
   
Colloquio con Luis Chiozza, psicoanalista argentino di fama internazionale

Il corpo è la parte dell’anima che si percepisce con i sensi. Allora, quando si ammala il corpo è perché, al tempo stesso, si ammala l’anima

di Achille Rossi

Non capita tutti i giorni di incontrare un personaggio come Luis Chiozza, psicoanalista argentino di fama internazionale, che sappia unire la competenza scientifica alla ricchezza di umanità caratteristica dei saggi. Incuriositi da queste caratteristiche, gli chiediamo di descriverci il percorso che lo ha condotto dallo studio della patologia alla ricerca psicosomatica, di cui è uno degli esponenti più qualificati. “Ho esordito come medico di famiglia, ma già da quando ero in ospedale mi sono appassionato alla psicosomatica. Successivamente ho fatto studi di gastroenterologia; il mio professore di allora diceva che la gastroenterologia è cancro, pietra o nevrosi. Siccome mi mancava di occuparmi della nevrosi, ho scelto l’indirizzo psicoterapeutico. Dopo aver lavorato solo in questo ambito, sono tornato a interessarmi della malattia del corpo”.
Cosa lo ha spinto verso la psicoanalisi? “È stato il bisogno dei pazienti a portarmi alla psicoanalisi. Quando una persona si ammala è perché succede qualcosa nella sua vita e non si può risolvere la malattia senza esaminare quello che è accaduto al paziente. Altrimenti si guarisce da una malattia e si cade in un’altra”.
Nella sua impostazione la malattia del corpo è espressione della malattia dell’anima. Potrebbe spiegarci questo punto centrale? “Come diceva il grande poeta inglese William Blake, il corpo è la parte dell’anima che si percepisce con i sensi. Allora, quando si ammala il corpo è perché, al tempo stesso, si ammala l’anima. Riparare il meccanismo che funziona male è come risistemare una macchina affidata a un cattivo pilota: quando la riprenderà in mano la rovinerà un’altra volta. La nostra automobile è il nostro corpo. Se noi viviamo male è inutile riparare il corpo, che esprime i nostri sbagli nel gestire la vita”.
In un suo libro recente intitolato Le cose della vita, lei si chiede: che cosa ci fa la vita che facciamo? È la domanda che vorrei rivolgerle anch’io. “Noi facciamo la vita e la vita fa delle cose a noi, perché è un insieme che dipende anche dal nostro comportamento. La vita ci presenta cose belle e cose brutte, ci fa più duri, più saggi, ci annoia e ci fa anche ammalare. Ma la vita che ci fa ammalare dipende da quello che noi facciamo e perciò ne siamo responsabili. Responsabilità e potenza sono la stessa cosa: quando uno capisce che quello che fa influisce sulla sua vita, ha la possibilità di fare diversamente. Questa è potenza”.
Nella sua conferenza lei ha parlato dei giganti dell’anima: invidia, gelosia, rivalità, colpa. Possiamo passarli in rassegna rapidamente nei loro tratti caratteristici? “Bisogna premettere che questi quattro affetti occupano il nostro cuore e noi non siamo consapevoli dei danni che recano a noi stessi e agli altri. Quando siamo rosi dall’invidia, tutto quello che ci fa bene ci fa sentire male, soprattutto quando questo bene viene da un altro che noi invidiamo. È un vicolo cieco: se uno ci fa del male ci fa soffrire, ma se ci fa del bene ci fa soffrire lo stesso; il rapporto è sempre una sofferenza. L’unica via d’uscita è capire che dietro l’invidia c’è l’impossibilità della dipendenza”.
E cosa capita con la gelosia? “È più accettata socialmente perché si pensa che chi ama debba essere geloso. In realtà anche la gelosia ha a che fare con la dipendenza, ma nel senso che la persona che si ama è come se fosse diventata il nostro padrone e questo ci fa soffrire. Ci fa pensare che non possiamo dominare l’oggetto dell’amore, ma è un altro a dominarlo”.
A proposito di rivalità, Chiozza ritiene che la società contemporanea sia incorsa in un grande malinteso: quello di credere che avere successo è sempre la conseguenza di aver vinto un altro. “Non è così nemmeno nel mondo biologico, dove la cooperazione predomina sulla lotta e sulla cosiddetta selezione naturale. Dal punto di vista dei rapporti umani la rivalità non rappresenta la maturità, ma solo la tappa che deve attraversare l’adolescente per fortificarsi. Purtroppo oggi si tende a confondere rivalità con maturità, la competitività imperversa e lo scopo di ogni persona di successo è quello di vincere e distruggere la concorrenza”. A Chiozza sembra davvero un guaio che la competitività sia dominante nella vita sociale: “La vera motivazione dev’essere il bene condiviso. Non riesco a capire perché cercare un benessere condiviso non possa aiutarci a vivere in società. Sarebbe come diffidare di un affare tra un venditore e un compratore che sia vantaggioso per tutti e due”.
Cos’è la colpa nella sua prospettiva? “È un sentimento di mancanza che non porta mai a una riparazione soddisfacente. I gesti motivati della colpevolezza conducono a situazioni di fallimento. Fortunatamente le azioni che facciamo senza il senso di colpa aiutano a riequilibrare i sentimenti di colpa che tutti proviamo”.
Lei non ha molta simpatia per il darwinismo. Potrebbe spiegarci perché? “Mi sembra un’esagerazione pensare che tutta l’evoluzione biologica si spieghi con la selezione naturale e la sopravvivenza del più adatto. Molti autori hanno segnalato gli errori di questa prospettiva, ma è un tema amplissimo che meriterebbe uno sviluppo specifico. Il successo di questa teoria si spiega col fatto che era anteriore a Darwin, il quale ha interpretato la biologia alla luce delle pratiche che la società esercitava già”.
Cosa significa il lutto nella sua teoria analitica? “L’accettazione del reale. Un conto è lottare contro il reale per cercare di migliorarlo, un altro è negarlo. Bisogna sempre partire dall’accettazione della realtà per un tentativo di cambiamento realistico. La mutazione che mi sembra oggi più urgente è quella di ripristinare la serietà nel pensare. Non è vero che tutto è valido: si può pensare bene o in modo sbagliato e questo ha una grande incidenza sulla nostra vita”.
Cosa pensa del pessimismo freudiano? “Io la penso come Freud, ma non lo chiamerei pessimismo, bensì realismo. Qualsiasi cosa che ci si accinga a fare, si tratti di una psicoterapia, di un’opera d’ingegneria o di un corso di piano, richiede sforzo. E questo vale sia per l’uomo singolo che per la società. Anch’essa ha bisogno del suo tempo per cambiare”.
Come potrebbe sintetizzare in una espressione quello che lei ha maturato nel corso della sua esperienza? “Mi ci vorrebbero due o tre giorni per pensare come dire a un giovane quello che mi ha insegnato la vita”.
 
 
 
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