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Kosovo e Metohija, la gallina dalle uova d’oro degli Usa

L’indipendenza della regione serba a maggioranza albanese è la prima vera vittoria di Washington nel XXI secolo: riconferma la sua egemonia sul Patto Atlantico e il nanismo politico di Bruxelles

di Lorenzo Anania

La regione del Kosovo e Metohija sta concludendo la sua lunga marcia verso la secessione. Questa remota e arretrata provincia meridionale della Serbia, tanto cara a Belgrado, che dal 1999 tutti conoscono per la “guerra umanitaria†ingaggiata dalla Nato è destinata a diventare uno stato a sé. Troppo forti per Washington le ragioni della maggioranza albanese (il 95%) per non sostenerle e garantire un via libera incondizionato all’indipendenza. Già, ma quali sono queste ragioni? This is the question!
L’irredentismo kosovaro ha una lunga tradizione. Già prima della guerra del 1999 la separazione era sostenuta da due questioni: la prima etnica e l’altra di sicurezza - per salvare la popolazione dalla prepotenza di Belgrado. Oggi, senza dubbio, l’ingerenza dell’esercito serbo non rappresenta più quella minaccia terribile dell’era MiloÅ¡evic e la divisione per motivi etnici rimane la ragione ufficiale. Essa negli anni è stata molto strumentalizzata, tanto da assumere dei veri e propri contorni propagandistici ed acuire la già difficilissima coabitazione delle due etnie principali. Ad oggi poi l’albanofilia da contrapporre all’arroganza della Serbia è solo una frottola che i giornali di tutto il mondo continuano a riproporci. Il Paese delle Aquile non riconosce i kosovari come parenti lontani e divisi; a proposito la storica frase del leader maximo Enver Hoxha: “l’Albania agli albanesi, il Kosovo all’Albania, ma senza kosovariâ€. Se la cosiddetta idea della “Grande Albania†può rappresentare nell’indipendentismo kosovaro una legittimazione per separarsi dalla Serbia, è anche vero che Tirana non ha nessun interesse a fare da sorella maggiore al Kosovo.
A priori, riconoscendo pure l’autodeterminazione dei popoli come principio generale, non si può ignorare che con la separazione unilaterale del Kosovo dalla Serbia siamo davanti a un capolavoro del disprezzo del diritto internazionale. Ciò che ha ribadito la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, cioè la sovranità della Serbia sul Kosovo e Metohija è stato completamente ignorato dalle cancellerie occidentali e dalle forze atlantiche legittimate a essere in Kosovo proprio dal Palazzo di Vetro. Pura distorsione diplomatica costruita sull’asse Bruxelles-Washington.
Forse l’unica vera motivazione che “legittima†l’indipendenza è che il Kosovo per gli States è una gallina dalle uova d’oro. Sono gli Usa che nell’ultimo decennio hanno premuto con particolare insistenza per la secessione, guidati dalla stessa ostinazione con cui decisero la guerra umanitaria del 1999 – trovando in Massimo D’Alema, primo ministro allora, un alleato di ferro, ieri come oggi. I bombardamenti del 1999 in Kosovo segnano l’ideale morte della Nato come forza difensiva e l’inizio dell’engagement offensivo del Patto Atlantico voluto con insistenza dagli americani. Oggi, in più, l’esercito a stelle e strisce ha un’altra ottima contropartita per appoggiare i separatisti: Camp Bondsteel, la più grande base militare degli Usa Army in territorio europeo. Questa base militare sita ad Uroševac nel sud del Kosovo è proprio nel mezzo del Corridoio n. 8, un progetto che prevede la costruzione del più lungo oleodotto nella storia d’Europa, di un gasdotto e di bretelle di comunicazione dal Mar Nero all’Adriatico attraverso Bulgaria, Macedonia ed Albania - l’Italia, tanto per la cronaca, è la nazione capo-commessa con la partecipazione dell’Eni. Dopo l’indipendenza, Camp Bondsteel tutt’insieme si ritroverà in un nuovo stato indipendente che presto chiederà di entrare nell’Unione Europea e che già utilizza l’euro come moneta ufficiale. Senza contare di irritare l’eterno nemico russo e di trovarsi nel mezzo del territorio che la criminalità internazionale utilizza come filtro tra occidente ed oriente per il traffico mondiale di essere umani, armi ed eroina – mercato mai tanto florido come dall’inizio dell’operazione sempre Nato enduring freedom in Afghanistan. Una manna!

I militari spesso sono più realisti del re – sicuramente della diplomazia internazionale - e già dal 1999, analizzando i principali obiettivi della K-Force, era chiaro il percorso scelto dalla Nato per il Kosovo in barba allo spirito naïf del Palazzo di Vetro e della risoluzione 1244. La K-Force è stata varata per due missioni principali: una di hard security ed un’altra di state building. Nella prima sono rientrati la protezione del territorio: sia impedendo un ritorno della pulizia etnica a danno degli abitanti di etnia albanese, che garantendo la protezione fisica dell’enclave serbe ed albanesi. I risultati sono stati con luci e ombre. I 16.000 e passa soldati Nato non sono riusciti a impedire i tanti desaparecidos serbi, i 19 morti del 2004 e le distruzioni di almeno 150 monasteri ortodossi rivendicate dai separatisti kosovari. Un pieno successo è stato invece raggiunto nella strategia di state building dove il compito era di trasformare i guerriglieri dell’Ushtria Çlirimtare e Kosov
 
 
 
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