Cosa succede in Serbia
Alla conclusione del semestre di presidenza slovena cresce a Est la voglia d’Europa. Soprattutto in Serbia, che negli ultimi mesi ha affrontato, superandoli, numerosi test di tenuta democratica. Ma per ora le prospettive di integrazione di Belgrado passano solo dallo sfruttamento del territorio e dalle fabbriche Fiat
di Lorenzo Anania http://caffesarajevo.amisnet.org/
Il primo luglio finisce per Lubiana la guida dell’Unione Europea – passaggio di consegne a Parigi; si conclude così il primo semestre di presidenza di un paese entrato dopo l’allargamento a 27 e, altra novità , prima nazione ex-socialista alla prova della guida dell’Ue. Da un punto di vista formale niente da eccepire; il governo sloveno ha fatto di tutto per accreditarsi oltre ogni dubbio come il più affidabile dei partner ad est. Addentrandoci in un analisi politica, l’impressone è quella però che Lubiana non abbia opposto nessun freno al piano europeo che relega i paesi dell’est a uno status di mera sudditanza nei confronti degli interessi economici del grande capitale. Un piano che negli anni ha creato, ad est, delocalizzazione (come nel caso della Romania) e concentrazione del settore bancario (in Bosnia Erzegovina l’italiana Unicredit è il primo gruppo del settore). Non solo, i paesi che hanno adottato l’euro come moneta nazionale si sono dovuti prendere al traino anche l’inflazione che, proprio in Slovenia, ha registrato i tassi più alti dell’Ue arrivando ad aprile al 6,2%. Evidentemente il gioco vale la candela, un paese in piena crescita e sviluppo come la Slovenia, o qualsiasi altra nazione ad est, cosa mai potrebbe fare fuori dalla zona euro? Si deve riconoscere che questa categoria, paese dell’est, è sempre stata stretta alla Slovenia –che rivendica radici culturali mitteleuropee. Sarà dovuta quindi anche all’euforia data dall’occasione di smarcarsi da questo “stereotipo†l’atteggiamento – di sottomissione a decisioni prese altrove – che il governo sloveno ha tenuto riguardo alle vicissitudini di questi sei mesi di un altro paese ex-jugo: la Serbia.
Belgrado, nella prima metà del 2008, ha affrontato numerose prove che l’hanno vista troppo spesso isolata rispetto all’Unione Europea, che in un momento cruciale della storia di questo paese si è comportata come una smorfiosa: vedere, ma non toccare. Questi i fatti più caratterizzanti avvenuti in ordine: i primi di febbraio Boris Tadic, il politico – nato a Sarajevo – su cui si sono riversate tutte le speranze europee dei serbi è riconfermato presidente. La questione Kosovo è quanto mai all’ordine del giono, con un’autoproclamazione d’indipendenza che arriva il 17 febbraio. In questo caso l’ombrello sloveno non ha neanche accennato ad aprirsi sulla pioggia di riconoscimenti internazionali della nuova Repubblica del Kosovo. Sono anzi emerse indiscrezioni riguardo ad un tacito consenso della presidenza di turno dell’Ue con il piano statunitense ed europeo di “scambio†tra l’indipendenza della fu provincia a maggioranza albanese con l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione (Asa della Serbia con l’Unione europea, poi sigillato il 29 aprile. Il baratto del Kosovo ha messo in seria difficoltà Tadic incalzato dal premier Vojislav Kostunica, contrario anche alla firma degli ASA perché potrebbero implicitamente riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Si arriva dunque alle elezioni politiche della metà di maggio, considerate un vero e proprio referendum sul futuro della Serbia: dentro o fuori l’Ue. La coalizione pro europea di Tadic risulta la più votata, ma non ha i numeri per formare un governo senza Kostunica. Quest’ultimo è rinominato primo ministro per la terza volta a capo di una coalizione che comprende, oltre al suo il Partito democratico di Serbia (Dss –nazionalisti moderati), anche il Partito Democratico (il partito di Tadic, social-democratico) e i liberali di G17 Plus. La voglia d’Europa viene confermata anche dal voto delle due regioni autonome della Serbia: il Kosovo e Metohija – dove l’amministrazione delle Nazioni Unite preposta a governare l’area le ha dichiarate illegittime – e la Vojvodina – regione del nord in cui convivono almeno 26 differenti etnie – dove il blocco europeista ottiene la maggioranza assoluta nel locale parlamento. Mai come oggi i segnali che vengono dal popolo serbo sono stati così chiari rispetto all’Europa, spinti forse anche dall’esempio della Slovenia che benissimo si è integrata nell’Ue. Ma tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare (in questo caso Adriatico).
Gli Asa hanno tempi lunghi ed incerti, condizionati da mille fattori tra cui la collaborazione con il Tribunale dell’ Aja – percepito ormai da tutti come un fiasco della giurisprudenza internazionale. Per il momento la strada offerta a Belgrado per entrare in Europa passa per un ennesimo assaggio di delocalizzazione. La Fiat si è affrettata a firmare il 30 aprile un memorandum di intesa con il governo che decreta la cessione del 70% della società automobilistica serba Zastava per circa 700 milioni di euro. I vantaggi per la Fiat sono evidenti: costituire nel cuore dei Balcani un centro di produzione automobilistico strategico, in quanto sfrutterà non solo la possibilità di espandersi in un mercato emergente, ma le darà accesso a quello strettamente collegato dell’Europa orientale e della Russia, entrambi partner storici della Serbia. In questi stabilimenti sarà costruita la nuova 500 che si aggiunge alla Punto già in parte delocalizzata nelle fabbriche serbe di Kragujevac. Le conseguenze in Italia saranno ovviamente la chiusura o ridimensionamento della produzione, per avvantaggiare l’azienda che potrà contare su lavoratori meno pagati e anche su costi energetici minori. Un altro assaggio dell’Europa che sarà lo troviamo in Kosovo dove passerà il corridoio n. 8, un reticolo di oleodotti, gasdotti e di bretelle di comunicazione stradali e ferroviarie dal Mar Nero all’Adriatico dove l’italiana Eni è la capocommessa. Un sicuro scempio ambientale per garantire rifornimenti energetici all’Europa dell’ovest.
Con queste premesse parlare d’integrazione politica, culturale e sociale sembra inutile; eppure i Balcani guardano all’Europa proprio per il valore aggiunto che assicura l’essere parte di una Unione – non solo monetaria. L’Europa a cui guarda chi ne sta fuori è un insieme di diritti-doveri, conquiste sociali, garanzie e libertà . È ancora il Vecchio continente la casa dei diritti e delle uguaglianze? Continuare a subordinare l’integrazione politica all’economia è un errore che si ripete nei secoli, che non paga in termini di civiltà e sviluppo.
In questo primo semestre di presidenza della Slovenia i progressi in questo senso non ce ne sono stati.
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