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Consumo del territorio, varianti e nuovo prg a città di castello
 
   
  
 
   
L'improvvisazione al potere

Il Comune offre aree per insediamenti produttivi a imprenditori che non vogliono saperne di acquistare. Intanto aumentano i capannoni vuoti. E se con il nuovo Prg si trasformerà la vecchia zona industriale di Riosecco in area commerciale si farà un regalo agli speculatori

di Enzo Rossi

Sei anni fa, ad aprile del 2006, facemmo la nostra prima indagine a volo d’uccello per censire i capannoni vuo ti presenti nella zona industriale di Città di Castello. Individuammo tredici capannoni nuovi non ancora terminati e sei dismessi e inutilizzati. Erano i tempi in cui la crisi non mordeva pesantemente come ora, anche se in alcuni settori strategici del territorio, come il grafico e il tessile, le difficoltà erano già evidenti. E non riuscivamo a capire il perché di quel proliferare di capannoni in un momento di ristagno economico.
Oggi abbiamo ripetuto la nostra indagine, stimolati anche da due articoli comparsi a metà aprile su Corriere dell’Umbria e Nazione in cui si parlava di una nuova variante al Piano regolatore con la quale veniva individuata «una ulteriore area estesa per circa 64.300 metri quadrati destinata a comparto industriale-artigianale». La zona è quella compresa tra lo stabilimento Giuntini e il capannone Fat di Cerbara. Il Corriere, dopo aver elogiato «l’atto di coraggio» dell’amministrazione comunale, riferiva che il provvedimento era stato adottato con una delibera del 23 dicembre 2011. In realtà, la deliberazione del consiglio comunale è sì del 23 dicembre, ma del 2009. E quindi quello che il Corriere considera un merito, e noi l’ennesima devastazione del territorio, va attribuito alla amministrazione Cecchini. Il sindaco Bacchetta si è limitato soltanto a sondare il terreno per capire, attraverso un avviso pubblico, se vi siano aziende disposte a trasferirsi presso questa nuova area. Poi, visto che i giornali erano entusiasti dell’idea, ha pensato bene di non chiarire l’equivoco. Finché Simone Cumbo, fidandosi di quanto aveva scritto il Corriere dell’Umbria, non ha pubblicato 15 giorni più tardi una nota critica sulla pagina facebook di Legambiente. A quel punto sindaco e vice sindaco hanno avuto buon gioco a bacchettare un Cumbo “fuori temaâ€.
Il problema vero, comunque, è capire perché Fernanda Cecchini, pochi mesi prima delle sue dimissioni per partecipare alle elezioni regionali, abbia sentito l’esigenza di trasformare l’unico fazzoletto verde rimasto tra Cerbara e la città in un’area Pip. Oltre che individuare «altre 17 zone del territorio comunale dove si poteva procedere a nuovi insediamenti di tipo industriale e/o artigianale», come ci ha fatto sapere l’ufficio stampa del sindaco nella sua piccata risposta a Cumbo. Qualcuno sostiene che Fernanda Cecchini sia stata sollecitata ad adottare la famosa variante 22 del 2009 perché un importante imprenditore aveva promesso di realizzare, proprio lì, tra Riosecco e Cerbara, un grosso stabilimento. Poi il progetto è sfumato e ora il sindaco Bacchetta si ritrova con un area Pip completamente vuota. Il paradosso attuale infatti è proprio questo: i proprietari vogliono vendere il terreno per incamerare denaro, ma gli imprenditori in questo periodo di vacche magre non se la sentono di investire. Anche se il prezzo non è proibitivo: non sono i 25 euro al metro quadrato più gli oneri di urbanizzazione come ha scritto il Corriere dell’Umbria, ma non dovremmo andare oltre i 70 euro, oneri compresi. L’avviso pubblico con cui Bacchetta vuol verificare l’interesse degli imprenditori a costruire in quell’area di 6 ettari e mezzo tra Cerbara e Riosecco scadrà il 15 maggio prossimo, quando questo numero de l’altrapagina sarà già stato chiuso. E al momento non possiamo sapere se molte di quelle aree rimarranno invendute come prevedono i bene informati e come lascia presagire il buon senso. Quello che possiamo dire con certezza è che la variante 22 è l’ennesimo atto compiuto senza alcuna programmazione, sull’onda di umori, suggestioni e magari qualche suggerimento interessato. È accaduto così anche con il Contratto di quartiere che avrebbe dovuto rilanciare i rioni Prato e Mattonata e invece è diventato un ginepraio dal quale, a distanza di anni, non si riesce a uscire.
Ma torniamo alla nostra piccola indagine. Nel corso della ricognizione abbiamo contato una quindicina di capannoni vuoti, uno ancora non terminato e un paio di aree libere situate tra due fabbricati. La maggior parte di questi edifici sono situati nella vecchia zona industriale di Riosecco, quella che il nuovo Prg vuole trasformare da industriale a commerciale. A questo proposito Gabrio Renzacci, uno degli imprenditori più importanti dell’Altotevere ed ex presidente della Confindustria locale, in occasione degli Stati generali dell’economia ha detto: «Se il Piano regolatore distrugge la zona industriale facendone una zona commerciale, premiando chi non ha mai investito, allora è zavorra non volano». E questo è l’altro punto critico sul quale occorre fare una attenta riflessione. Il nuovo Prg ipotizza infatti la trasformazione in commerciale e terziario di buona parte della vecchia zona industriale di Riosecco. E ciò favorirebbe non solo la speculazione di «chi non ha mai investito», come ha sottolineato Renzacci, ma aprirebbe un’autostrada alle varie mafie del nostro paese che per riciclare denaro prediligono zone “tranquille†come la nostra. Non dobbiamo infine dimenticare che è il territorio, la sua bellezza e la sua integrità, la nostra principale risorsa. E non dobbiamo sprecarlo con leggerezza, magari per soddisfare gli appetiti di qualche piccolo boss politico. Basta vedere la zona industriale di Coldipozzo, una manciata di capannoni in un’area totalmente agricola, per rendersene conto.
 
 
 
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