Città di Castello. La ruota degli esposti, tra incuria e mancanza di memoria
Il luogo, sotto il portico del vecchio ospedale, è lasciato all'incuria. E del brefotrofio nessuno si ricorda più. Eppure, dall'Unità d'Italia agli anni Trenta del secolo scorso, questo dramma umano ha coinvolto numerosi tifernati
di Alvaro Tacchini
LO SCEMPIO DELLA RUOTA DEGLI ESPOSTI. Scrivevamo nel novembre 2010 (e lo riproponiamo integralmente, visto che non è successo niente!): «Vi è un angolo semisconosciuto della città lasciato in un’incuria che grida vendetta. Nel porticato dell’ospedale vecchio all’angolo di via Signorelli si trova quanto resta della Ruota degli Esposti; è un luogo segnato dalla sofferenza e dall’umiliazione di quanti vi si sono appressati, spesso con vergogna, per affidare il proprio neonato alle cure del Brefotrofio. In genere erano donne che abbandonavano i figli per l’estrema miseria della loro condizione sociale.
Sarebbe un luogo da far visitare alle scolaresche per spiegare com’era la società di un tempo. Invece è nelle condizioni che vedete, con il degrado che si sta estendendo a tutto il complesso del vecchio ospedale monumentale.
Chiediamo: in attesa di conoscere il futuro dell’intero edificio, non si può proteggere quell’angolo della Ruota degli Esposti perché non subisca ulteriori e irreparabili danni?».
GLI ESPOSTI E IL BREFOTROFIO. Cerchiamo di capire meglio questo fenomeno dell’esposizione di neonati, la sua entità , il dramma che rappresentava. Innanzitutto le cifre. Negli anni immediatamente successivi l’Unità d’Italia (il Brefotrofio era un’istituzione che esisteva da molto tempo prima) venivano abbandonati un centinaio di bambini l’anno. Il numero rimase tale fino a tutti gli anni ’80 di quel secolo (108 nel 1878, 116 nel 1885); talvolta si abbassava un po’ (73 nel 1880). Nel decennio successivo furono esposti da 55 a 65 bambini l’anno. Le cifre di questo dramma umano continuarono a variare annualmente anche in modo considerevole: ai 57 esposti del 1900 seguirono i 35 del 1901; ai 49 del 1917 i 32 del 1918. Poi il problema finalmente si ridusse: dal 1929 al 1939 si contarono mediamente 15 esposti all’anno.
Il bambino veniva abbandonato nella Ruota poco dopo la nascita («raccolta in questo ospizio una bambina di sesso femminile dell’apparente età di poche ore», oppure «dell’apparente età di un giorno»). Spesso era avvolto «in tutti stracci», assai più raramente «in panni buoni»; in un caso emblematico indossava «camicia e corpettino di cotonina, due cuffie e altri panni stracci».
Generalmente aveva con sé un segno di riconoscimento, che ne potesse poi favorire il riconoscimento da parte della mamma o dei genitori che l’avevano abbandonato. Ad esempio, una bambina fu rinvenuta «con la metà di un franco italiano tagliato avente un buco presso la bocca del ritratto e raccomandato al collo per mezzo di un cordoncino di cotone rosso»; un maschietto lo trovarono «con un fiocco di color rosso amaranto con diverse righettine bianche»; un altro bambino portava «un piccolo breve di color celeste cucito di cotone rosso, ed un brano di pelle di tasso». Capitava anche che il depositante indicasse il nome da dargli: Augusto aveva «per segnale mezzo fazzoletto di mussolo con fiori e una medaglia di ottone nova, da una parte la Madonna di Canoscio, e dall’altra quella delle Grazie, ed un biglietto col nome»; una femmina aveva con sé «una medaglia d’ottone da una parte l’effigie della Madonna di Francia dall’altra la Porta Santa un biglietto con il solo nome di Maria Virginia». Venivano consegnati al Brefotrofio anche neonati dei comuni limitrofi («fu rinvenuto con in dosso un biglietto portante il nome di Giuseppe Luigi battezzato a Montone»).
Il funzionario dell’istituto poi si recava all’ufficio di stato civile del Municipio per segnare all’anagrafe l’esposto. In quei primi anni ’60 dell’800 – ai quali si riferisce la documentazione citata – l’“ispettore degli Spedali†si chiamava Francesco Martinelli. La questione non era da poco, perché bisognava assegnare un nome ai bambini per i quali non ne era stato indicato alcuno e un cognome a tutti. Nel 1862 Martinelli e gli impiegati dello stato civile si sbizzarrirono con cognomi di carattere agreste. Tanto per ricordarne alcuni: Aglio, Arancetti, Canella, Cicoria, Cipolla, Erbamora, Garofano, Gelso, Patata, Orgnello, Radicchio, Zinepro e addirittura un Cicuta (morì quasi subito...). Talvolta si ricorreva a variazioni sul tema: Falasco, Falaschi, Falaschini, Falaschetti.
Gli esposti venivano subito affidati a delle balie – in genere casalinghe e braccianti dei quartieri popolari – perché li nutrissero e li assistessero nel delicatissimo periodo post-natale. Coloro che sopravvivevano, dopo alcune settimane erano “dati in custodia†a famiglie contadine, che ricevevano un piccolo sussidio. Miracolo della solidarietà tra poveri, questi bambini venivano accolti nelle famiglie rurali come figli naturali.
Tuttavia, in tempi in cui la mortalità infantile era elevatissima, tanti esposti non riuscivano a sopravvivere. Nel 1862 ne morirono una cinquantina entro i primi due o tre mesi di vita. Nel 1887, su 87 esposti, ne morirono 9 nel primo mese, 8 entro i primi sei mesi, altri 7 nel primi due anni. Una strage di innocenti che continuò a lungo. Dei 20 bambini abbandonati nel primo semestre del 1918, ne sopravvissero solo 3; ne morirono 8 in meno di una settimana, altri 4 entro un mese.
Solo una minoranza degli esposti si vedeva successivamente riconosciuta dalla madre o legittimata dai genitori all’atto del matrimonio. Nel 1878 furono 11 su 108, nel 1881 14 su 112. Poi il numero di riconosciuti o legittimati crebbe: 10 su 65 nel 1890, 23 su 57 nel 1900. Sembra evidente che l’esposizione avveniva, per quanto sempre in un contesto di povertà , anche per gravidanze indesiderate che rivelano la diffusione di rapporti sessuali prematrimoniali.
L’esposto non riconosciuto o legittimato continuava a figurare all’anagrafe come “figlio dell’Ospedaleâ€. Ve ne erano tanti, nel nostro comune, di “figli dell’Ospedale†di Arezzo, Cortona e Sansepolcro, proprio perché dati in affidamento a famiglie coloniche del nostro territorio.
Quella degli esposti è dunque un aspetto importante e struggente della “nostra†storia più profonda. E meritano maggior rispetto le vestigia di una Memoria da conservare e tutelare.