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Relitti anonimi imbottiti di farmaci
 
   
  
 
   
L'omicidio di Citerna e la malattia mentale

Eventi come quello di Citerna denunciano limiti sui quali occorre riflettere. Ma è impensabile riproporre le antiche forme di contenzione

di Antonio Guerrini

«Oddio, mi ha ammazzato», sembra ab bia detto l’uomo ucciso a Citerna dal fratello malato. Sono le ultime parole pronunciate dalla vittima trafitta da una lunga lama di coltello, prima di accasciarsi a terra sul cortile di casa. Poche parole, poi più nulla. Un vuoto immenso e una infinità di interrogativi. La follia, sostiene Michel Focault, «apre un vuoto, un tempo di silenzio, una domanda senza risposta» e «il mondo è obbligato a interrogarsi». Interrogarsi su cosa? Sulla follia, innanzi tutto, sulla sua esplosione improvvisa, sulla sua irruzione nel quotidiano, sulla sua irriducibilità, sull’inaudita sorgente da cui scaturisce e che sfugge a ogni controllo. E poi sulla reazione degli altri, dei non malati, della comunità. Perché, dopo la caduta dei muri manicomiali, la separazione non c’è più. Il malato di mente è divenuto una presenza inquietante, visibile, resa concreta nel quotidiano vivere di tantissime persone, a cominciare dalle famiglie: tollerata, dunque, subita sicuramente, non capita. Ed è così che l’esplosione improvvisa fa riemergere tutti quei tic e quelle paure che una “pubblicità†scarsamente convincente ha semplicemente nascosto sotto il tappeto.
Il segnale di questa insofferenza sono proprio i giornali a rivelarlo: “Delitto annunciatoâ€, “Il fratello buono e il Lupoâ€, antica riedizione della inesauribile lotta tra bene e male. Anche in questo caso la domanda si è riproposta nelle stesse identiche modalità: se si riesce a separare il bene dal male, il problema è risolto. I manicomi servivano a questo, e i psichiatri erano i depositari di un mandato preciso: preservare e custodire, sorvegliare e punire, garantire i sani e normali dai folli e devianti. La contrapposizione tra normalità e follia ha svolto sempre la funzione di precostituire nella mente, prima, e in pratica, poi, quelle buone ragioni per richiudere, separare, confinare l’abnorme dentro i recinti definiti dei manicomi. Il caso dunque riapre una trentennale disputa sulla chiusura degli ospedali psichiatrici, sulla sicurezza, sulle pratiche dei servizi di igiene mentale, oggi dipartimenti di salute mentale. Ma la legge 180 ha sancito un punto di non ritorno, anche se, tra la sua entrata in vigore e le successive pratiche sanitarie di cura, i percorsi si sono inoltrati in sentieri impervi, in alcuni casi interrotti, sicuramente divenuti marginali e non più sostenuti da quell’attenzione politica e culturale dei saperi e delle pratiche di cura che avevano preparato e sostenuto il lancio della nuova medicina. Con essa si è passati da Tolomeo a Copernico, si è rivoluzionata la visione della malattia e i sistemi di cura. Ed è da qui che bisogna partire.
La domanda dunque è: quale stagione sta vivendo oggi la psichiatria e le pratiche di cura all’interno dei nuovi servizi territoriali? Sono stati lanciati ripetutamente allarmi sulla progressiva marginalizzazione delle cure psichiatriche all’interno dei nuovi asseti sanitari. Molti invece sostengono il contrario: «Questa psichiatria è tornata nei luoghi vecchi e nuovi della riforma, nei luoghi dove si era indebolito il suo secolare dominio. È tornata nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) blindati, nelle affollate e immobili strutture residenziali, in comunità senza tempo che si dicono terapeutiche e che si situano fuori dal mondo ruvido delle tensioni e dei conflitti. Nei centri di salute mentale (Csm) vuoti e ridotti a miseri ambulatori. È tornata, in verità questi luoghi non li aveva mai abbandonati, con la rinnovata chimera del farmaco (e da qualche parte, poche per fortuna, dell’elettroshock), con la falsa promessa della medicina e della clinica, alleata alle psicologie più svariate, col candore del camice bianco nelle cliniche private. 4500 a letto nelle cliniche private. Luoghi separati dove si parla soltanto di “malattiaâ€Â».
Quella a cui oggi assistiamo non è più una separazione costruita con muri alti e spessi, riguarda invece una forma di anonimato che si erge come una barriera attorno ai malati e li condanna a un nuovo e più moderno isolamento, una riduzione della loro dignità, del loro valore sociale e di umanità. Una svalorizzazione dall’interno, si potrebbe dire, che li costringe a vagare come relitti anonimi, imbottiti di farmaci, confinati dentro se stessi e l’insignificanza sociale. A complicare le cose si pongono anche tutta una nuova serie di situazioni: 1) la equiparazione crescente di ogni forma di devianza alla “malattia†mentale, che espande a dismisura il campo di intervento della psichiatria e dei servizi: fumo, alcol, droghe, gioco, sesso ecc.., a cui sono collegate piccole e grandi forme di criminalità; 2) l’incapacità, ancora irrisolta, di costruire una rete protettiva attorno al malato tra servizi psichiatrici, servizi sociali, forze di sicurezza, associazionismo diffuso e dei familiari dei malati; 3) carenza normativa; 4) carenza di fondi e di servizi di cura alternativi ai manicomi; 5) rilancio del dibattito attorno ai temi dei diritti e delle pratiche psichiatriche, perché, la cura della malattia mentale ha a che fare con il senso della vita personale e sociale in modo molto più profondo di quanto non possano le altre pratiche sanitarie.
Eventi come quello accaduto a Citerna denunciano dunque limiti evidenti sui quali bisogna riflettere, ma a tutti coloro che ne traggono motivo per riproporre le antiche forme di contenzione è necessario ricordare che i manicomi sono stati dei veri e propri luoghi di tortura e di morte, così come oggi le carceri sono divenute luoghi in cui il suicidio è ricorrente. Le pratiche di istituzionalizzazione e separazione delle persone dalla società sono intrinsecamente violente e riproducono violenza. Le pratiche di cura psichiatriche e sociali devono essere aiutate a non cadere nella ripetizione meccanica, nella rassegnazione degli operatori, nella tentazione di ricorrere al farmaco come unica arma di cura del malato, di rilanciare con forza alla società il problema delle “devianzeâ€, di qualsiasi natura esse siano e dei diritti.
 
 
 
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