Processo Bianzino. Dopo la condanna della guardia carceraria per omissione di soccorso è inevitabile la riapertura del caso
di Elide Ceccarelli
Il 27 febbraio scorso si è concluso il processo contro la guardia carceraria Gianluca Cantoro per omissione di soccorso ad Aldo Bianzino. Per quella notte, tra il 13 e il 14 ottobre 2007 in cui Aldo morì in cella dopo due giorni dal suo arresto per detenzione di piantine di canapa indiana, la sentenza riconosce alla guardia carceraria la responsabilità di non essere intervenuto in soccorso di Aldo che, su testimonianza di altri detenuti, aveva chiesto ripetutamente aiuto. Nonostante la versione contrapposta che nega quest’ultima eventualità , il giudice ha ritenuto di condannare Gianluca Cantoro a un anno e sei mesi con la condizionale. A tutt’oggi non sono ancora state depositate le motivazioni che i legali di parte civile Massimo Zaganelli, Fabio Anselmo e Cinzia Corbelli attendono di leggere per pianificare il percorso da intraprendere.
Abbiamo incontrato nel suo studio l’avvocato di Rudra Bianzino, Massimo Zaganelli, per capire il significato di questa sentenza e il modo in cui si sono svolti i fatti che l’hanno determinata. Sappiamo che l’accusa di omicidio volontario a carico di ignoti era stata archiviata, già nel dicembre 2009, sulla base di tre motivazioni. La prima è che la morte di Aldo era avvenuta per un aneurisma cerebrale dovuto a cause naturali, la seconda è che le lesioni al fegato, riscontrate dai periti, erano conseguenza del massaggio cardiaco effettuato dopo la morte di Aldo e la terza è che le telecamere di sorveglianza non avevano ripreso niente di anomalo durante tutta la notte. Nonostante i tentativi di dimostrare il contrario, nonostante dati medici attestassero la rarità dell’eventualità che un massaggio cardiaco potesse provocare la consistente fuoriuscita di sangue dal fegato riscontrata, alla seconda richiesta di archiviazione, il giudice ritenne di non procedere.
Poco più di un anno fa quindi si è aperto il processo per omissione di soccorso, falso e omissione d’atti d’ufficio contro la guardia penitenziaria in servizio quella notte nel carcere di Capanne, la cui conclusione rappresenta per i figli di Aldo, solo un primo passo verso la giustizia. Sì, perché durante il dibattimento, le nuove e più approfondite perizie effettuate sul corpo di Aldo, le relazioni presentate da esperti chiamati apposta dagli avvocati di parte civile hanno prodotto elementi tali per cui, dice l’avvocato Zaganelli: «D’ora in poi si parlerà della morte di Aldo, delle cause della morte di Aldo e dovrà essere verificato se quelle cause sono naturali come si sostiene o possono essere derivate da eventi drammatici». Il Pubblico Ministero dovrà riaprire il processo per omicidio verso ignoti perché, incidentalmente, i presupposti su cui si era basata l’archiviazione sono stati contraddetti. Prima di tutto l’aneurisma non era stato riscontrato da nessun esame sul cervello di Aldo e la documentazione presentata non era niente di più che letteratura medica. Riguardo le lesioni al fegato, la relazione del medico legale Giuseppe Fortuni, esclude con sufficiente certezza che possano essere state causate da un massaggio cardiaco (eventualità che l’avv. Zaganelli definisce una “mosca biancaâ€). Infine, le registrazioni delle telecamere, che di norma riprendono per 8 secondi ogni 2 minuti, terminano alle 7 di mattina, cioè un’ora prima del rinvenimento del cadavere di Aldo. Per tutto questo ci si aspetta che il Pubblico Ministero faccia il suo dovere. Un dovere che deriva dal giuramento prestato sulla Costituzione, dal riscontro dei fatti emersi incidentalmente e… dallo stipendio che percepisce: riaprire il caso, avviare il processo per omicidio contro ignoti, capire come e perché è morto Aldo e fare giustizia.
L’avvocato Zaganelli è un uomo deciso e determinato che sa riconoscere i successi e sa far valere le sue ragioni. «In un paese civile, dice, non ci sono vittime ma solo cittadini portatori di diritti, che non devono supplicare l’applicazione delle leggi ma pretendere con risolutezza la loro attuazione». Lo sollecito a darmi una sua valutazione del caso, anche in base alla sua esperienza. Un caso che può essere facilmente accostato ad altri in Italia, come quello di Stefano Cucci quello di Giuseppe Uva o Federico Aldovrandi che imbattutisi un giorno nelle “forze dell’ordineâ€, non sono mai tornati a casa con le loro gambe. L’avvocato afferma che ha avuto modo di osservare l’esistenza di una certa linea comune nell’azione delle amministrazioni giudiziarie che si sono occupate di casi analoghi. In almeno altri due casi, si può dire con sufficiente certezza, l’andamento della vicenda giudiziaria, dall’evento alle conclusioni, potrebbe essere ricondotta a un unico cliché caratterizzato dall’archiviazione dell’ipotesi di reato grave quando non sia del tutto formulata, dal successivo o contestuale svolgimento di un processo minore su un’ipotesi di illecito che lui definisce “reato satellite†e conclusioni che tendono all’assoluzione, quando non si arriva a un’archiviazione per prescrizione o, in ultima istanza, a una condanna sufficientemente blanda.