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Colloquio con Carlo Molari, teologo
 
   
  
 
   
Balducci? Un profeta

di A.R.

Quando si parla di padre Balducci gli si affibbia spesso l’appellativo di profeta. Chiediamo a Carlo Molari, uno dei più autorevoli teologi italiani, se questa parola definisca in maniera appropriata la personalità dello scolopio fiorentino. «Sicuramente c’è un aspetto profetico nella sua predicazione, perché coglieva i segni dei tempi nella loro situazione originaria e riusciva ad afferrare le novità emergenti dello spirito. In questo senso credo che sia giusto chiamarlo profeta».
Quali sono gli aspetti fondamentali della sua profezia?
«Gli elementi profetici sono distribuiti secondo le varie tappe della sua vita. In una prima fase Balducci sentiva l’urgenza del rinnovamento della Chiesa e la sua parola disturbava perché coglieva esigenze che la Chiesa ufficiale non riusciva a percepire».
Per questo motivo fu trasferito da Firenze a Frascati e poi a Roma nella chiesa degli Scolopi?
«Ricordo quanta gente partecipava alle sue liturgie e andava ad ascoltare le sue conferenze, perché avvertiva che le sue parole indicavano il cammino, nella scia del messaggio innovatore di papa Giovanni!».
Successivamente, però, il discorso della Chiesa passò in secondo piano.
«Divenne più importante per lui testimoniare la fede all’interno della storia e impegnarsi per il disarmo, la pace nel mondo, l’obiezione di coscienza. Balducci sapeva cogliere e sviluppare i germi di rinnovamento espressi dalla società».
Nell’ultima fase della vita il suo baricentro interiore si è ancora spostato.
«È balzato in primo piano l’aspetto del dialogo interreligioso e la necessità di una nuova antropologia, che ruotava attorno al concetto di “uomo ineditoâ€. Il discorso si allargava e raggiungeva progressivamente orizzonti sempre più ampi».
Quale valore conferiva Balducci a questa espressione?
«Parlando di uomo inedito Balducci esprimeva la necessità di cogliere le qualità spirituali nuove che l’uomo deve sviluppare e la società oggi deve alimentare».
All’uomo inedito Balducci fa corrispondere il “Dio ineditoâ€.
«L’immagine di Dio deve continuamente rinnovarsi secondo le esperienze che l’uomo fa nella storia, perché, in realtà, l’immagine di Dio è una nostra proiezione. Dio è molto di più e sempre diverso da come noi lo esprimiamo e lo concettualizziamo».
Balducci è stato un anticipatore che ha scosso equilibri culturali consolidati. Quali sono i punti di contrasto fra il suo pensiero e la teologia ufficiale?
«Inizialmente era il marxismo a preoccupare le autorità ecclesiastiche, per via della collaborazione di Balducci con le sinistre e con il partito comunista. Non a caso, la riunione per decidere che alcuni cristiani entrassero come indipendenti nelle liste del partito comunista si tenne alla Badia Fiesolana. Quella fu certamente una scelta di rottura».
Eppure Balducci non era un avventurista.
«Anzi, faceva scelte così meditate e armoniche, talmente corrispondenti alle esigenze della Chiesa e della società, che spesso finiva per dispiacere sia ai progressisti che ai tradizionalisti».
Alcuni lo hanno accusato di essere scivolato al termine della vita in un piatto umanesimo. Qual è la sua opinione?
«Balducci è approdato a un umanesimo che coglieva le esigenze fondamentali della vita umana senza richiamarsi alla dottrina di fede, perché l’incarnazione dà al cammino della storia una propria autonomia. L’azione di Dio si esprime infatti attraverso categorie umane, storiche, e non c’è bisogno di riferimenti trascendenti per vivere autenticamente la storia umana. In realtà, l’occhio della fede coglie attraverso cenni storici e componenti umane le espressioni dell’azione creatrice di Dio, che altri attribuiscono invece alle dinamiche stesse della vita».
Molari spiega che questo è giusto perché l’azione di Dio non va mai oltre le azioni degli uomini e fa fiorire novità dall’interno della storia stessa e della stessa struttura creata. Questa è la scelta laica. L’ultimo periodo della vita di Balducci è stato caratterizzato da questa consapevolezza della laicità radicale».
Come possono essere risolti i problemi che gli uomini incontrano nel loro cammino storico.
«Non ci sono soluzioni precostituite, emergeranno se saremo capaci di vivere in modo fedele le dinamiche che la storia contiene. Chi crede in Dio può vivere così un atteggiamento di fiducioso abbandono che aiuta a far germogliare autentiche novità. La comunità credente può diventare in tal modo un luogo creativo e quello che emerge risultare talmente umano da poter essere accolto da tutti. Questo è il principio della laicità che Balducci ha vissuto».
In un libro degli anni ’70, La fede dalla fede, Balducci usa un’espressione ardita: bisogna “reinventare Gesùâ€.
Qual è, secondo lei, il senso di questa espressione?
«Non conosco il contesto di questa affermazione, suppongo comunque che Balducci volesse dire che occorre sempre trovare la radice umana di ciò che Gesù dice, di quello che esprime, della fede che vive. Un lavoro simile, che non è ancora terminato, era una reinvenzione rispetto alla tradizione neoscolastica. Ancora oggi ci sono nella teologia ufficiale resistenze ad accettare che Gesù abbia compiuto un cammino di fede. E questo impedisce di presentarlo come la rivelazione umana, storica, dell’azione di Dio che salva. In fondo, a livello storico, anche un ateo potrebbe cogliere il cammino di fedeltà che Gesù ha dovuto compiere. Certo, dovrà poi spiegarsi perché questo è avvenuto. E allora, se non vuol ricorrere a Dio, resta per lui il mistero di un’umanità che esprime tutta questa potenza e ricchezza d’amore».
A vent’anni dalla sua scomparsa, come è possibile riprendere l’eredità di padre Balducci?
«La morte di Balducci è stata drammatica e prematura e si pone perciò il problema di raccogliere la sua eredità e di riprendere in mano i suoi sogni non realizzati».
E quali sarebbero secondo lei?
«Gli interessi preminenti dell’ultima fase della sua vita erano la laicità radicale e il dialogo fra le culture. Due temi molto importanti, perché il discorso interculturale diventa oggi dialogo interreligioso e la riflessione sulla laicità è molto urgente per l’Italia, dal momento che è l’unico modo di presentare la fede cristiana senza cadere nel dualismo fra dottrina rivelata e dottrina antropologica».

Chi era Balducci


Ernesto Balducci è stato una delle personalità di maggior spicco nella cultura cattolica postconciliare, amico di Giorgio La Pira, David Maria Turoldo,
Don Lorenzo Milani, Mario Gozzini, Giampaolo Meucci e tanti altri cattolici democratici e “di sinistra†vissuti a Firenze tra gli anni 50 e gli anni 90.
Era nato il 6 agosto 1922 a Santa Fiora, un piccolo paese di minatori sul monte Amiata che è stato sempre da lui considerato un luogo fondamentale per la sua formazione umana, civile e religiosa. Entrato da adolescente negli Scolopi, fu ordinato sacerdote il 26 agosto 1944 e inviato subito a Firenze, dove ha insegnato nelle Scuole Pie Fiorentine e si è poi laureato in Lettere nel 1950 con Attilio Momigliano con una tesi su Fogazzaro. Amico di molti intellettuali fiorentini, collaborò con Giorgio La Pira nei gruppi giovanili della S. Vincenzo e nei primi anni ’50 fu promotore del “Cenacoloâ€, una nuova associazione in cui all’assistenza di tipo caritativo si univa un’attenzione forte ai problemi politico-sociali e alla preparazione teologica e spirituale. Nel 1958 fondò “Testimonianze†e iniziò un’intensa attività pubblicistica (ricordiamo: Cristianesimo e cristianità, Morcelliana, Brescia 1963, Il Vangelo di S. Giovanni, Edizioni Cenacolo, Firenze 1966).
Dopo essere stato per qualche anno allontanato da Firenze, per l’ostilità della curia, e aver seguito il rinnovamento del Concilio Vaticano II, del quale fu un sostenitore, nel 1965 riuscì a tornare a Firenze e più precisamente nella Badia Fiesolana.
Negli anni Settanta fu uno degli artefici del dialogo e dell’abbattimento di ogni frontiera culturale e politica (La politica della fede, Guaraldi, Firenze 1976).
Negli anni Ottanta fu in prima fila nella battaglia per il disarmo, promosse con Testimonianze i convegni Se vuoi la pace prepara la pace e fondò nel 1986 le Edizioni Cultura della Pace. La sua riflessione divenne sempre più complessa e articolata, tesa a fondare un nuovo umanesimo planetario (si vedano gli ultimi volumi: L’uomo planetario, Camunia, Milano 1985, Le tribù della terra, ECP, San Domenico di Fiesole 1991, La terra del tramonto, ECP, San Domenico di Fiesole 1992). Ernesto Balducci è scomparso, in seguito ad un incidente stradale, il 25 aprile 1992.
 
 
 
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