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Il mi(ni)stero Profumo tra semplificazioni e semplicismi
 
   
  
 
   
Scuola

di Matteo Martelli

La caduta del governo Berlusconi - nel novembre 2011 - è stata salutata con soddisfazione e sollievo anche dalla scuola e dall’università. Docenti e genitori, studenti e operatori scolastici hanno sperato in una svolta: nella gestione del Miur (Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca); nei provvedimenti legislativi e amministrativi; nel riassetto del sistema scolastico e universitario, disastrato dopo tre anni di governo distintosi per i tagli paurosi ai finanziamenti (meno 8 miliardi) e agli organici (meno 130 mila posti di lavoro). Ancora nel 2012-13 – nonostante l’incremento del numero degli studenti – gli organici confermano i dati del 2011-12: sono 600.839 le unità di posti di lavoro per il contingente previsto in dotazione.
La scuola e l’università attendevano di essere ascoltate. L’auspicio degli uomini e delle donne che vivono, studiano e lavorano nelle istituzioni scolastiche e universitarie del Bel Paese era semplice e netto: riassestare il sistema; ridare fiducia a docenti e studenti; promuovere la riorganizzazione dei curricoli e l’innovazione didattica. Tralascio per ora di illustrare lo stato comatoso in cui versa l’università italiana. Ci ritornerò presto su questa rivista. Diamo uno sguardo da vicino alle aule, ai laboratori, alle palestre, agli uffici, alle sale dei docenti. Per capire le aspettative deluse di dirigenti e insegnanti. Per registrare l’insoddisfazione di ragazzi e genitori. Sappiamo che è stata avviata la prima indagine nazionale allo scopo di fotografare il profilo della scuola che vorrebbero i genitori. In attesa dei risultati del sondaggio, mi riferisco ai problemi che attendono di essere affrontati e risolti.
Innanzitutto, in questo tempo di crisi economica, finanziaria e occupazionale, non dimentichiamo che l’Italia conserva un record. I lavoratori, in questo paese, percepiscono gli stipendi più bassi d’Europa. La retribuzione media annua ammonta a 23.406 euro. Quella della Germania – ad esempio – a 41.100 euro con uno spread di 17.694 euro. Quella dell’Olanda a 44.412 euro. E l’indagine Ocse fa riferimento al 2009! Cosa sia successo nel 2010, nel 2011 e a cavallo tra l’11 e il 12 – dopo la cura del Governo dei cosiddetti tecnici – lo sanno i lavoratori, i giovani, le imprese, gli uffici Istat. Se analizziamo i dati Ocse 2009 riferiti alla scuola, il quadro è desolante. A fronte delle medie delle retribuzioni annue negli 11 paesi europei esaminati (34.400 euro per la scuola primaria, 36.700 euro per la scuola secondaria), in Italia si registrano 30.400 euro di stipendio nella primaria e 33.400 euro nella secondaria. Siamo penultimi nella classifica. Seguíti dalla Grecia, ultima tra gli undici. Inoltre, secondo fonti sindacali, negli ultimi dieci anni, mentre gli stipendi dei docenti europei sono aumentati in media del 7%, in Italia sono diminuiti di oltre l’1%. Si dirà: nella situazione finanziaria italiana non è immaginabile rivedere gli stipendi degli insegnanti. La scuola pensi a curare il suo malessere nella sua autonomia, cominciando a rivedere organizzazione, curricoli, didattica. E il ministro, prof. Francesco Profumo, dia un segnale di presenza.
Sono trascorsi oltre 5 mesi dall’insediamento di Profumo in viale Trastevere. Segnali forti non si sono avvertiti. E i messaggi arrivati alla gente e all’opinione pubblica sono disarmanti. Sembrano essere ignorati i nodi problematici che strozzano il sistema scolastico italiano. Il dicastero sembra essere privo di esperti. I temi resi pubblici sembrano di tipo accademico e, in ogni caso, inessenziali rispetto alle necessità e alle urgenze. Partiamo dal cosiddetto decreto semplificazioni, che è ancora in navigazione nelle aule parlamentari. Per la scuola sembra seminato di buone intenzioni. Ma, come è stato autorevolmente osservato (A. Rubinacci), “il diavolo è nei dettagliâ€. Nel passaggio dalla norma approvata dal Parlamento alla messa in opera dell’agenda delle innovazioni il contenuto dei provvedimenti può essere stravolto. Il sistema – si sa – richiede una manutenzione continua e competente, nel rispetto del principio di valore costituzionale concernente l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Le scuole devono avere i mezzi per realizzare le finalità istituzionali. Il Miur è il soggetto che mette a disposizione norme generali, possibilità finanziarie, regole valide su tutto il territorio. E affida a enti terzi la verifica e la valutazione dei risultati, che le scuole conseguono in autonomia, progettando e realizzando il proprio piano dell’offerta formativa. Nelle politiche del Ministero - invece -, ancora oggi, domina la filosofia del centralismo di otto-novecentesca memoria. Si attende lo scioglimento degli Uffici scolastici territoriali, il riconoscimento e la promozione delle reti, dei consorzi e delle associazioni tra scuole autonome, come è avvenuto, ad esempio, in Toscana con il Cipat (consorzio regionale di istituti professionali) e con Abaco Arezzo Formazione (consorzio di 18 scuole di ogni ordine e grado). Per alleggerire il peso asfissiante della burocrazia, occorre riscrivere le regole di funzionamento della macchina amministrativa, puntando sull’autonomia delle istituzioni scolastiche e sul principio di territorialità (attuazione del Titolo V della Costituzione).
Nel contesto appena disegnato, risultano fuorvianti le dichiarazioni del Ministro concernenti il superamento del valore legale degli studi, l’organizzazione interna della didattica (la proibizione di assegnare agli allievi compiti da svolgere a casa), l’accelerazione nell’uso delle nuove tecnologie, non solo nel settore amministrativo bensì anche nell’azione didattica. Il valore legale degli studi è un tema che non può essere semplificato con battute giornalistiche. Comporta serie e complesse riflessioni in ordine al ruolo dello Stato nella società, nell’economia, nel lavoro. Argomenti come i compiti a casa, la valutazione degli studenti, le ripetenze, l’abitudine a copiare dal compagno di classe, se ritenuti di facile approccio, possono ingannare e farci commettere errori di superficialità. Essi sono, invece, elementi preziosi della complessa architettura della didattica, delle teorie e delle pratiche del quotidiano scolastico. Anche la discussione sul ricorso alle nuove tecnologie è utilissima al fine dell’individuazione dei percorsi dell’aggiornamento della didattica.
L’invio on line delle tracce delle prove scritte nella prossima tornata degli esami di stato, purché non provochi fughe di notizie in qualcuna delle 16 mila sedi interessate, può essere un risparmio di spesa (200 mila euro, una briciola rispetto ai 54 milioni di euro del bilancio ministeriale). Cicero come tutor nello studio del latino è un buon ausilio per i giovani impegnati nella fatica di tradurre dalla lingua dei Romani. Le Lim (lavagne interattive multimediali) sono ambiti di progettazione e lavoro di tutto rispetto per l’insegnante competente. Evitiamo, però, di cascare nella “reteâ€, se non siamo già prigionieri di essa, come qualcuno teme (R. Simone). E, soprattutto, non confondiamo i mezzi con i fini.
Un’attenzione particolare merita lo spericolato “filoesterismo†in tema di uso della lingua nella comunicazione e negli studi. Non intendo riferirmi al ricorso abnorme ad “anglicismi†nella comunicazione massmediatica e politica (Monti docet). Desidero richiamare alla mente la decisione di far svolgere in inglese i corsi specialistici e dottorali al Politecnico di Milano, con la benedizione del Miur e del Governo dei tecnici.
Perché rinunciare alla lingua italiana? È forse una moneta superata?
Le questioni che attraversano il sistema scolastico italiano sono altre e chiedono di essere affrontate e risolte. Mi riferisco al reclutamento, alla riorganizzazione curricolare dopo la destrutturazione gelminiana, all’aggiornamento e alla valutazione del personale, all’innovazione delle didattiche, alla sicurezza degli edifici scolastici. Un timido passo in avanti – in tema di reclutamento – è stato compiuto dal Dm n. 31 del 14/3/12, che ha fissato in 4.275 per la secondaria di primo grado e in 15.792 per la secondaria di secondo grado i posti riservati alle immatricolazioni per i Tirocini Formativi Attivi, aperti ai giovani laureati che intendono conseguire l’abilitazione all’insegnamento. È positivo l’accordo (dicembre 2011) tra Governo e Regioni del Sud in tema di valorizzazione della professionalità dei dirigenti e dei docenti e di promozione della qualità dell’insegnamento delle matematiche. Molto resta da fare in tema di formazione in servizio, trascurato da sempre e ignorato negli ultimi anni. Il Miur balbetta sui problemi della valutazione del personale, dei risultati formativi e del sistema scolastico nel suo complesso. L’organico funzionale d’Istituto, sperimentato ai tempi di Berlinguer, sembra una chimera per le scuole autonome. E la riorganizzazione degli istituti al fine di sostenere la didattica per competenze è rinviata sine die.
Il Presidente Nazionale del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (Cidi), prof. Giuseppe Bagni, ha scritto - il 16 dicembre 2011 – una lettera aperta al ministro Profumo. Dopo aver sottolineato come sono cambiati gli studenti di oggi rispetto a quelli di qualche anno fa e aver indicato le nuove intelligenze che i ragazzi mettono in campo, Bagni invita il ministro e la scuola a far presto nel processo di aggiornamento e nell’azione di rinnovamento culturale e didattico. La scuola è il luogo della “diversità di ogni tipo – di abilità, di cultura, di linguaâ€. E la diversità è “il punto di partenza di quel percorso di scoperta di sé che fa scrivere in un libro collettivo la biografia di ogni alunno e la proietta nel futuro. Spetta alla scuola far sentire quel futuro prima di tutto desiderabile, e poi anche possibileâ€.
Il primo tempo del ministro Profumo è stato consumato in dettagli. Resta il secondo tempo con la zona Cesarini. Senza supplementari. È urgente dar corpo ad un’azione coerente e lungimirante. È necessario dare ascolto alle richieste e alle proposte che vengono da gente di scuola. Perché “non c’è scuola possibile senza fiducia nel futuro e non c’è futuro per un paese che non investe nella scuola†(G. Bagni).
 
 
 
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