Agricoltura in Altotevere / 1 Parla Sauro Rossi, responsabile della Confederazione italiana agricoltori di Città di Castello
di Enzo Rossi
L’Altotevere è condannato a produrre ta bacco, nonostante i mal di pancia che questa coltura provoca in alcuni settori dell’opinione pubblica, altrapagina compresa? A parere di Sauro Rossi, responsabile della Confederazione italiana agricoltori di Città di Castello, sembrerebbe proprio di sì. «La coltivazione del tabacco – precisa – non ha nulla a che vedere con il tabagismo. Se si smettesse domani di produrlo in Italia, avremmo forse risolto il problema del consumo di sigarette? O non continueremmo a fumare sigarette confezionate con tabacco estero?».
Eppure la coltura del tabacco richiede un consistente uso di sostanze chimiche e un abbondante consumo di acqua. «Non più – puntualizza ancora Rossi – di quanto ne richiedano altre colture, come ortaggi e mais». Senza dimenticare la cattiva fama di cui godono le sigarette. Il fumo, lo sappiamo, nuoce gravemente alla salute, come ci ricorda la scritta stampata a caratteri cubitali su ogni pacchetto di sigarette. «È vero – replica Sauro Rossi – ma lo Stato è il soggetto meno adatto a fare prediche. Prima di tutto perché ricava un consistente introito dalle accise sulla vendita di sigarette e poi perché fino alla chiusura del Monopolio, avvenuta nel 2002, pagava pochissimo il tabacco che usava per produrre sigarette che poi vendeva a prezzi di mercato. Parte del contributo europeo era infatti intercettato da coloro che acquistavano il tabacco, grazie anche al basso prezzo a livello mondiale che lo rendeva coltivabile in Italia e in Europa. E guarda caso, il Monopolio era il maggior acquirente di tabacco prodotto in Italia. Solo una quota, comunque non trascurabile, finiva nelle tasche dei coltivatori».
Questo meccanismo ha fatto sì che per molti anni il tabacco diventasse la coltura regina dell’Altotevere e garantisse a tutto il compresorio un benessere superiore a quello delle altre zone della regione. Poi l’Unione Europea ha cominciato a stringere i freni, il contributo si è prima ridotto e infine dal 2010 è scomparso del tutto. Ora il tabacco, come tutte le altre produzioni agricole, riceve un contributo europeo sulla base della superficie coltivata (per l’Umbria il contributo massimo per il tabacco Bright e le colture ortive è di 600 euro a ettaro).
Finiti i tempi delle vacche grasse i coltivatori hanno dovuto guardarsi attorno e fare i conti con questa nuova realtà . Alcuni si sono orientati verso altre produzioni (il mais, il girasole, la barbabietola che però ora non si produce più), una piccola parte di essi ha scelto il biologico, ma la maggioranza ha preferito continuare con il tabacco. Perché «è questa la coltivazione che mantiene in equilibrio il sistema», come ci disse l’ex responsabile della Cia Paolo Fratini qualche anno fa. E poi aggiunse: «per raggiungere questi livelli di efficienza l’intero meccanismo che ruota attorno al tabacco ha impiegato cento anni». «Dal 2010 – dice Sauro Rossi – sono stati fatti nuovi investimenti per diminuire ancora i costi e razionalizzare i processi di produzione: sono stati migliorati gli essiccatoi, è stata introdotta l’irrigazione a goccia e per la concimazione si usano sistemi meno invasivi. Mentre per la produzione di energia elettrica ci si sta orientando verso il fotovoltaico e le biomasse». Ma le novità più significative riguardano da un lato la realizzazione del cosiddetto “impianto di battitura†(un sistema che tritura e miscela il tabacco) e, dall’altro, l’accorpamento delle “Associazioni di prodottoâ€. Il primo consente la lavorazione del prodotto in Altotevere, salvaguardando così posti di lavoro che altrimenti sarebbero andati perduti. Era stato Remo Valenti molti anni fa a suggerire l’idea di creare un proprio “impianto di battituraâ€, ricorda Rossi, ma allora si scelse una strada diversa. Le “Associazioni di prodotto†invece sono quegli organismi che trattano con le multinazionali per conto degli coltivatori. In passato ogni cooperativa ne aveva una e il loro potere contrattuale era molto scarso. Ora sono riusciti a ridurle a due: una che riunisce tutti coltivatori di Fat, Agricooper e Arpt e movimenta una quantità di tabacco di circa 120 mila quintali su un totale di 150 mila e l’altra associazione (Opti) che fa riferimento agli stabilimenti di Deltafina e tratta per conto di quei coltivatori che producono i restanti 30 mila quintali di tabacco.
Eppure, nonostante le razionalizzazioni, i nuovi investimenti, i risparmi sulla bolletta energetica e così via, il prezzo del tabacco, che quest’anno si è aggirato in media attorno ai 225 euro a quintale, non riesce a coprire il costo di produzione che oscilla tra i 250 e i 300 euro a quintale. E un pareggio o un piccolo utile si riesce a ricavare solo grazie al contributo europeo. Contributo, precisa Sauro Rossi, che si ottiene solo se si rispetta il cosiddetto “Disciplinare di produzioneâ€, il quale stabilisce che la produzione debba essere “ecocompatibileâ€.
Ma se il tabacco non rende più come in passato e a malapena si riesce a coprire i costi, che senso ha continuare a produrlo? «Perché – taglia corto Rossi – altrimenti fallirebbero tutti. E si perderebbero migliaia di posti di lavoro in tutto il distretto agroalimentare dell’Altotevere, con un problema di coesione sociale molto grave, nonostante i cospicui investimenti che sono stati fatti per contenere i costi e migliorare la qualità . E poi, con l’aiuto delle Associazioni di prodotto e l’intermediazione del ministero, non è escluso che si riesca a spuntare un prezzo superiore nella trattativa con le multinazionali». Ma il rammarico più grande, dice il responsabile della Cia tifernate, è stato quello di non aver colto l’occasione di subentrare al Monopolio nel 2002 quando quest’ultimo è stato chiuso. La filiera del tabacco italiano, e in particolare l’Altotevere, avrebbe potuto compiere un formidabile salto di qualità , perché il Monopolio aveva tutto: il know-how e i marchi dei diversi tipi di sigarette.
Insomma, per la Confederazione italiana agricoltori di Città di Castello, non ci sono alternative al tabacco. Anche se, come ci insegna l’esperienza della cooperativa di Montebello di Gino Girolomoni che pubblichiamo nella pagina accanto, non dobbiamo rinunciare all’utopia.