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Una città groviera
 
   
  
 
   
Urbanistica. Il centro storico di Città di Castello è accerchiato da nuovi appartamenti, per lo più vuoti

Potrebbe essere questa l'immagine della città fotografata dall'alto, con dei pieni e tanti vuoti più o meno consistenti. Eccone un piccolo elenco

di Antonio Guerrini

«Le città non possono più crescere per estensione, ma devono espandersi per implosione». Sembra una contraddizione, ma non lo è. Sono parole di Renzo Piano, uno degli architetti più stimati al mondo, il quale da tempo teorizza e pratica questo nuovo modello di sviluppo urbano più all’estero che in Italia. La crescita desiderabile, in altre parole, deve «...riempire i buchi neri aperti all’interno delle città», zone urbane disabitate, aree industriali dismesse e simili. Esattamente il contrario di quanto avvenuto un po’ ovunque dal dopo guerra in avanti, compresa la nostra città. I piani regolatori generali, nati per guidare e indirizzarne lo sviluppo, hanno finito per aiutare le aggressioni edilizie più sconsiderate e devastanti di città considerate le più belle del mondo.
Dall’entrata in vigore del primo piano regolatore generale, che porta il nome di Coppa, Città di Castello è cresciuta più di dieci volte, mentre la popolazione è rimasta invariata. Un impulso espansivo indotto dai grandi profitti realizzati dall’agricoltura del tabacco, i quali hanno alimentato una bolla edilizia speculativa. Più tabacco ha significato più costruzioni, sinonimo di investimento sicuro. Ciò ha prodotto una sovrabbondanza di appartamenti vuoti, che si aggiungono all’invenduto causato dalla crisi e dai prezzi assurdi delle costruzioni. Insomma ci sono molti più appartamenti che occupanti. Solo la contemporanea crisi di tabacco ed economia è riuscita a fermare l’allegra macchina da guerra dell’edilizia in mano a un cartello di imprenditori locali arricchitisi a dismisura. Il lascito di questo intreccio tra affari e politica sarà difficile da smaltire e sanare. Vediamo di cosa si tratta.
Il censimento del 2001 ha registrato quasi 1000 appartamenti vuoti nel comune e i risultati di quello appena chiuso nel 2011 offriranno la situazione aggiornata. Gli appartamenti costruiti alla ex-Bacchi risultano pressoché invenduti, altro invenduto si trova nei quartieri Rignaldello, San Pio X e zona industriale nord. A essi si aggiungono altri “buchi neri†costituiti da strutture produttive insediate in passato in prossimità o all’interno delle mura urbiche e oggi dismesse: l’ex mulino Brighigna, l’ex cinema Vittoria, l’ex cinema Sant’Egidio, il cratere aperto all’ex-Fat e la parte di edificio ancora adibito a uffici della stessa ditta, l’ex-consorzio agrario, l’enorme sagoma dell’ex ospedale, l’ex sede della direzione sanitaria proprietà Edarco, l’ex scuola elementare Garibaldi somigliante più a un rudere ceceno che a una sede istituzionale, l’edificio Vitelli di fronte a porta sant’Andrea (seminario), l’ex fabbrica di mattoni di Riosecco. Nell’ultimo numero del giornale, abbiamo contato l’esistenza di circa 15/16 capannoni vuoti nella sola zona industriale a Nord della città, mentre con l’ultima variante al piano regolatore generale nuovi insediamenti produttivi, altri capannoni, sono stati previsti.
Se dovessimo fare una radiografia dall’alto della città essa apparirebbe come una groviera, con dei pieni e tanti vuoti più o meno consistenti.
Intrecciata a questa fotografia c’è quella riguardante il patrimonio ecclesiastico, dentro e fuori le mura urbiche: l’ex seminario pressoché inutilizzato, l’antistante complesso di San Giovanni decollato che ospita un oratorio, l’ex chiesa di San Bartolomeo inclusa nel perimetro di palazzo Vitelli a Sant’Egidio, la chiesa della Carità di proprietà del comune, così come il chiostro di San Domenico e ambienti annessi perennemente chiusi: un insulto all’intelligenza, alla storia e all’economia. Le chiese non più officiate e ancora le pievi, piccoli monasteri, un patrimonio immenso di cui si è persa memoria: la pieve di Vallurbana, la pieve di Santa Felicita di Paterna, antiche vie di preghiera, di commerci e di cultura, probabilmente sconosciute alla maggioranza dei tifernati. La lista include anche il patrimonio edilizio gestito dalla Comunità Montana in via di liquidazione, ma che per decenni ha gestito per conto della regione circa 130 tra edifici colonici, padronali, piccoli borghi equamente distribuiti nei comuni del comprensorio, dislocati su crinali appenninici, raggruppati in piccole corti e villaggi rurali. Alcuni di essi sono stati anche oggetto di costosi interventi di recupero, per poi essere abbandonati ai rovi e sciacalli che li hanno sottoposti a una spoliazione peggiore di quella prodotta dall’usura del tempo e dall’abbandono degli uomini. Ricordiamo a questo proposito la situazione di Coacri, di cui abbiamo dato conto più volte con articoli e foto.
L’elenco è largamente incompleto, ma sufficiente per dimostrare l’ottica puramente quantitativa e speculativa con cui è stato pensato lo sviluppo di questa città e del suo territorio. Si è voltato le spalle al suo patrimonio architettonico, al paesaggio, alla sua storia e al suo genio ritenuti valori non spendibili sul “mercato†della modernità. Moneta vecchia, non commerciabile. La politica ne porta le maggiori responsabilità, ma non solo essa. Anche le eccessive timidezze o correità di tecnici e uomini di pensiero e di scienza hanno concorso a questo imbarbarimento. E ancora oggi spetta a questa classe dirigente complessivamente presa decidere se continuare così o percorrere nuove vie. Ma per cambiare pagina occorrono idee originali e dirigenti disposti a sostenerle.
Sentiamo cosa dice in proposito Renzo Piano: «È paradossale, ma quando vado in giro per il mondo, […] tutti citano come modello le città italiane, il nostro stile, il vivere appunto in piazza, in strada. Noi invece […] abbiamo pensato di imitare mediocri modelli stranieri […] Sono molte le cose da fare, ma l’errore è pensare solo a grandi opere, utili magari alla politica spettacolo, ma non alla vita di tutti i giorni. Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalle periferie fino al cuore delle città. E naturalmente bandire le automobili dai centri cittadini. Riacquistare insomma uno sguardo lungo. La politica di questi vent’anni ha inseguito il consenso giorno per giorno, ma alla fine lo sta perdendo tutto insieme. Mi auguro che chi arriverà abbia imparato la lezione».




POPOLAZIONE DI CITTA' DI CASTELLO

2005    2.287      39.492
2006    2.440      39.570
2007    3.091      40.103
2008    3.483      40.303
2009    3.762      40.455
2010    3.985      40.567



Abitazioni non occupate da residenti
(Dati provinciali ricavati dal censimento del 2001)

Province       1971   1981   1991   2001
Perugia        18.762    40.253   45.177   42.454
Terni             7.997    14.524    17.135     16.250

Umbria         26.759    54.777   62.312  58.704
 
 
 
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