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E poi le chiamano catastrofi naturali...
 
   
  
 
   
Ambiente. Il terremoto in Emilia, l'Altotevere e la mancanza di memoria

Abbiamo costruito in zone a rischio. E ora parliamo di disastri naturali. Ma a ben guardare tanto naturali non sono. Eppure nessuno si preoccupa di mettere in sicurezza il territorio

di Marco Bani

Resisto alla tentazione di denunciare l’ulteriore degrado politico in cui stanno incartandosi i partiti per trattare di un argomento energicamente proposto dall’attualità. A ben pensarci la mancanza di memoria in politica con la riproposizione di inciuci e corruzione è semplicemente l’altra faccia della medaglia, quella che testimonia l’affarismo irresponsabile di pochi a danno della collettività. Non aver sottoposto tutto il territorio italiano a una rigida legislazione antisismica può spiegarsi soltanto a causa di cricche politiche e/o imprenditoriali interessate a favorire appalti e a risparmiare su materiali e metodiche. In questa pagina vedete compilata una tabella in cui ho riassunto i principali terremoti che hanno interessato l’Italia nell’ultimo secolo. Oltre a danni materiali per 100 miliardi di euro solo negli ultimi 40 anni, quella lista ricorda 120.000 morti. Di scosse minori ce ne sono state a migliaia. La tabella ci dice che in media ogni 7 anni in Italia avviene un forte terremoto. Ci dice anche che siamo fortunati ad averne avuti pochi negli ultimi decenni, mentre a inizio novecento si susseguivano anno dopo anno. È sconcertante che si gridi all’elevato rischio sismico della nazione dopo ogni tragedia per dimenticarcene dopo poche settimane. In questa penisola compressa tra la zolla africana e quella euroasiatica e sottoposta al continuo tremolio sismico è incredibile che le travi dei capannoni industriali emiliani siano state semplicemente appoggiate sugli elementi verticali senza essere agganciate, rilegate a costituire una gabbia, una scatola monolitica a prova di terremoto. Ma non è una questione padana, dove i movimenti tellurici obiettivamente sono più rari; la rimozione della memoria storica si era evidenziata in modo ancora più incredibile a L’Aquila appena 3 anni or sono.
D’altra parte è incredibile che 700.000 persone abitino le pendici del Vesuvio, un vulcano mondialmente usato come parametro per classificare i vulcani più pericolosi, che appunto vengono chiamati “vesuvianiâ€. Nel 1944 eruttò improvvisamente e distrusse alcuni paesi. Se accade di nuovo si avrà il coraggio di chiamarla “imprevedibile catastrofe naturaleâ€?
Nel 1908 un terremoto 7,2 Richter distrusse Reggio Calabria e Messina. Gli 80.000 morti furono causati per lo più dallo Tsunami che ne seguì con onde alte 30 m. Da quelle parti altri forti scosse si sono verificate spesso nell’ultimo secolo e uno sciame sismico è in atto in Calabria proprio in questi mesi. I sismologi hanno lanciato l’allarme per un possibile forte evento sismico a breve. Se questo accadrà, e le tante case mal costruite crolleranno, si potrà parlare di “imprevedibile catastrofe naturale�
I terremoti non uccidono. A mietere vittime sono gli edifici costruiti senza tener conto della terra dove viviamo, tanto meravigliosamente bella proprio perché geologicamente dinamica, viva, con le sue montagne e valli, vulcani, fiumi e laghi.
Vicino al Vesuvio, proprio sul mare presso Pozzuoli, ci sono i Campi Flegrei, un’area vulcanica attiva e forse più temibile del suo più noto dirimpettaio. Ma il Marsili, il più grande vulcano europeo, è immerso nel mar Tirreno meridionale e si erge dal fondo per 3.000 metri pur restando sommerso da 500 metri d’acqua. In questi mesi dai suoi versanti escono esalazioni gassose che ne testimoniano una vivace attività. Le coste tirreniche sono interessate da tanta edilizia, per lo più abusiva, con costruzioni che sfiorano la riva. Non credo proprio che gli abitanti di quelle case abbiano conoscenza che un terremoto, o un evento sottomarino dovuto al vulcano Marsili, li potrebbe spazzare via. Qualora arrivasse una onda anomala parlerebbero di «imprevedibile catastrofe naturale». Non sarebbe stato meglio prevedere una edilizia antisismica e a una distanza dal mare tale da consentire la sicurezza e la salvaguardia del paesaggio?
In seguito alle inondazioni dell’autunno scorso ho parlato di come le popolazioni dimentichino di abitare sopra torrenti tombati sotto le case, sollecitando nell’occasione la coscienza che anche a Città di Castello abbiamo il torrente Scatorbia costretto a un percorso sotterraneo e quindi da ispezionare periodicamente e da tenere sempre presente in caso di forti piogge (l’altrapagina - dicembre 2011).
Ma c’è un argomento di pertinenza altotiberina che mi sta a cuore più degli altri e richiama ancora il tema del colpevole oblìo di classi dirigenti e delle popolazioni. Ne ho parlato a più riprese da queste pagine, e penso, con la saggezza latina, che repetita juvant, e allora rimarco, sottolineo, ribadisco. Mi riferisco all’invaso di Montedoglio con quell’inquietante argine di terra a contenerlo.
A Capodanno del 2011 una modesta breccia nello sfioratore allagò diversi chilometri quadrati della valle e ci ha dato la misura di cosa potrebbe succedere se invece di quegli idioti conci di cemento slegati e disposti ad arco concavo rispetto alla pressione dell’acqua (l’altrapagina - gennaio 2011) a cedere fosse la diga di terra. La cronaca di questi giorni ha dato purtroppo ulteriore forza alle mie preoccupazioni riguardo l’opportunità di tenere 150 milioni di metri cubi d’acqua dietro una sponda di terra in una zona interessata da faglie attive e dove ancora a memoria d’uomo si è verificato un sisma di magnitudine pari a quello odierno dell’Emilia. Lo si vede riportato in tabellain corrispondenza del 1917. Nei campi e sotto le case di Mirandola, San Felice e gli altri paesi limitrofi abbiamo visto terreni liquefarsi ed essere vomitati fuori dalle fratture a causa di una spinta che ha sollevato di 15 cm la pianura. Abbiano visto campi sprofondare e case squarciate a causa di fondamenta rese instabili dal terreno fluidificato. Recepito, caro lettore? I terreni sabbiosi e limosi diventano fluidi, praticamente liquidi, quando sono scossi dalle onde sismiche (www.terra.unimore.itarchivionews.php?id=1671).
Chi non è stato capace di rendere sicuri semplici conci di cemento avrà avuto l’accortezza di usare materiale coerente a prova di liquefazione per erigere il terrapieno? L’invaso sarà riempito di nuovo e tutta quell’acqua costituirà una bomba di energia potenziale arginata da un materiale che potrebbe fratturarsi e/o fluidificarsi con un sisma che è dato per probabile entro pochi lustri. Il Centro Nazionale Terremoti ha inserito l’Altotevere tra le aree cui viene attribuita una probabilità superiore al 5% di registrare un sisma di magnitudine attorno a 6 punti Richter nei prossimi 30 anni. La cosa è riportata con un bel cerchio nero nella cartina pubblicata su Le Scienze on line, che qui riporto. Vale la pena correre questo rischio?
Una relazione della Protezione Civile ha stimato in 25 miliardi di euro il costo da sostenere per mettere in sicurezza l’intero territorio italiano da fenomeni naturali estremi. Anche raddoppiando prudenzialmente questa cifra il costo rappresenta ancora solo la metà di quanto è costata la ricostruzione solo negli ultimi 40 anni.
Qualche anno di sana politica economica keynesiana potrebbe fornire tranquillità a questo sciagurato paese, salverebbe ambiente e paesaggio e infine farebbe risparmiare. Questo avverrebbe in tempi ragionevolmente lunghi, ma nel frattempo molti giovani troverebbero lavoro, l’economia riprenderebbe a girare e i costi potrebbero essere coperti dalla soppressione di progetti utili solo a chi li concepisce o avalla. Parlo del Tav, del ponte sullo stretto e dei 90 cacciabombardieri. Ma certamente sarebbe facile trovare altri capitoli su cui risparmiare se spazzassimo via la casta formata da una classe dirigente che continua ad arricchirsi mentre il paese affonda sempre più.


I principali terremoti
dell'ultimo secolo in italia

1905   Calabria 7,1
1907   Calabria 5,9
1908   Messina-Reggio 7,2
1910   Irpinia 5,9
1914   Garfagnana 5,8
1915   Avezzano 7,0
1916   Nord Adriatico 5,9
1917   Monterchi-Citerna 5,8
1918   Forlivese 5,8
1919   Mugello 6,2
1920   Garfagnana 6,5
1928   Calabria 5,9
1930   Irpinia 6,7
1930   Senigallia 5,9
1936   Cansiglio 5,9
1943   Ascolano 5,8
1962   Irpinia 6,2
1968   Belice 6,1
1976   Friuli 6,4
1978   Patti (Sicilia) 6,1
1979   Valnerina 5,9
1980   Irpinia 6,9
1984   Lazio-Abruzzo 5,9
1980   Potentino 5,8
1997   Umbria-Marche 6,0
2002   Molise 5,8
2009   L'Aquila 6,3
2012   Emilia 5,9




 
 
 
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