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La legge basaglia? un guscio vuoto
 
   
  
 
   
Sanità. I servizi psichiatrici in Valtiberina toscana

Gli anni Settanta sono ormai un ricordo lontano. E della grande intuizione di Basaglia è rimasto poco. Anche in Valtiberina

di Gaetano Rasola

Con la legge 180, detta anche Basaglia dal nome del medico psichiatra che l’ha teorizzata e imposta, il rapporto tra Stato, Enti locali, territori e famiglie si è progressivamente modificato e l’idea della malattia mentale come possessione diavolesca o pericolosità sociale è stata superata. Siamo negli anni Settanta del secolo scorso, un periodo che in Italia, pur martoriata dal terrorismo rosso, nero e di Stato, il bene comune è maggiormente sentito. Gli operatori pubblici, i politici, i partiti, i sindacati sono più sensibili ai disagi sociali. Le problematiche dei portatori di handicap mentali, oltre che fisici, sono seguiti con nuova attenzione. La scuola elementare, ad esempio, sotto la guida della onorevole Franca Falcucci, opera una riforma che permette l’inserimento nei cicli scolastici di bambini disabili sia mentali che fisici. E concede anche personale di sostegno. Una grande opera di civilizzazione nazionale. Sotto questo profilo va vista anche la chiusura dei manicomi. È il periodo della modernizzazione non solo economica del paese, ma anche dell’affermazione dei diritti individuali, come divorzio, aborto, lavoro.
In questo clima favorevole agisce il dottor Franco Basaglia con il suo gruppo. È sostenuto dagli stessi movimenti politici che hanno permesso gli altri risultati. Sulla scia delle volontà politiche di progresso civile della società, lo studio delle cause del disagio mentale non è rivolto soltanto a motivi strettamente medici, ma anche, forse soprattutto, agli aspetti sociali, come povertà, ignoranza, disagio economico, emarginazione. Quindi la cura non può essere l’esclusione dei malati dalla società perché irrecuperabili, ma il loro inserimento con tutto il corredo dei diritti che l’accompagna. Inoltre è necessario superare l’atavica paura indotta nelle popolazioni e spesso legata a superstizioni e alla diversità. Non sono esseri posseduti dal demonio e quindi non vanno né bruciati, né legati ai letti di contenzione, né torturati con terapie disumane, tipo i bagni in vasche d’acqua fredda anche d’inverno, né sottoposti a elettroshock. Le organizzazioni sanitarie locali devono quindi organizzare la gestione del problema secondo le disposizione impartite dalla nuova legge. Vengono creati appositi dipartimenti. La società civile fatica ad accettare la novità. I manicomi, che progressivamente chiudono, liberano i pazienti che tornano nei luoghi d’origine o in famiglia, creando preoccupazione. I medici del nuovo dipartimento devono accompagnare questo reinserimento. Non sono solo i pazienti che devono essere aiutati ma anche, o forse soprattutto, le famiglie che li ricevono. Viene organizzato il primo servizio Sim.
Ad Arezzo il manicomio viene chiuso dal 1978, quando iniziano a essere liberati i primi malati. A Sansepolcro il servizio viene organizzato in un appartamento privato che serve sia come dipartimento medico, sia come prima accoglienza. Le persone che lo frequentano sono una cinquantina. L’équipe che vi lavora è composta da un primario e due medici psichiatri, tre psicologi coadiuvati da sette infermieri locali e altri occasionali provenienti dal disciolto manicomio di Arezzo. I bambini portatori di handicap restano invece in un centro sociale, accuditi da una cooperativa. In questa fase le difficoltà introdotte dalla novità sono molte. Negli ospedali i medici dei reparti fanno molta fatica ad accettare il ricovero di pazienti senza visibili malattie organiche e quando li accolgono, lo fanno contro la loro volontà. In questi casi emerge l’importanza degli infermieri specializzati che operano con i pazienti nelle fasi acute del loro male evitando, al contempo, che si diffondano timori e disagio tra gli altri malati e il personale sanitario. Anche il coinvolgimento dei rappresentanti delle istituzioni locali, a partire dal sindaco, chiamati dalla nuova legge a compiti spesso molto delicati, ha rappresentato un banco di prova piuttosto tormentato. In particolare per il primo cittadino che, nell’applicazione del Tso (trattamento sanitario obbligatorio), è costretto ad assumere una responsabilità diretta e personale. Anche qui l’opera dell’équipe psichiatrica è stata fondamentale. Dello stesso tenore è stato l’impegno verso le forze dell’ordine, che nei casi difficili orientavano le loro risposte secondo i metodi classici dell’ordine pubblico, poco in sintonia non solo con le nuove disposizioni di legge ma anche con i diritti riconosciuti al paziente. Le maggiori difficoltà erano sostanzialmente determinate dall’idea che lo psichiatra fosse una sorta di stregone. Che il suo lavoro non fosse “scientificoâ€. Il suo paziente infatti non ha disturbi che possono toccarsi con mano, una gamba rotta, il cuore che soffia o altro. E, proprio per questa ragione, lo psichiatra non godeva (e ora?) della stessa autorità degli altri specialisti.
Da allora sono cambiate molte cose, in primo luogo, purtroppo, l’atteggiamento delle forze politiche. Dal primitivo spirito di sostanziale condivisione della riforma si è passati a una progressiva passività fino all’attuale disconoscimento. La continua criminalizzazione del servizio pubblico in generale, la mai completata applicazione della legge Basaglia, l’aumento dei disagi provocati dalle modalità di convivenza, in particolare nelle periferie delle grandi città, si sposa con la progressiva disaffezione e indifferenza delle forze politiche e dell’opinione pubblica verso il disagio mentale, ormai tutto sulle spalle delle famiglie. È la spinta verso la privatizzazione. Investimenti pubblici nel settore non sono mai stati fatti. Il servizio pubblico copre solo il 2,5% della popolazione disagiata, mentre il 25/30% ricorre a cure private. Infatti oggi a Sansepolcro il Sim ha perduto da tempo il primario, il servizio è svolto da 2, a volte 3 psichiatri, da 1,5 psicologi (l’altra metà copre il servizio infantile) ma il numero dei pazienti è decuplicato, 554 utenti (ora non sono più pazienti) con punte di 774. Numeri molto alti, malgrado operino sui disagi anche altri servizi come il Sert per le dipendenze e il servizio Infanzia-Adolescenza inserito nell’Assistenza Sociale legata all’attività dell’Unione dei comuni, che si occupa dei bambini insieme al Sim. Si sta tentando di realizzare una rete territoriale per prevenire l’insorgenza del disagio. Nella rete sono comprese le scuole, le organizzazioni di volontariato, i medici di base, il servizio di Igiene mentale per realizzare le Case della Salute. Il grosso problema sembra costituito dai medici di base riottosi ad assumere il ruolo che dovrebbero svolgere come elementi di raccordo e prima valutazione. Su di loro dovrebbero convergere tutte le notizie, diventando così la porta di accesso agli altri servizi. Chi saprà convincerli?
 
 
 
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