Ad Arezzo lavori in cattedrale
di Gianni Brunacci
In principio fu l’inserimento del nuovo organo ligneo di fattura folignate (Pinchi) sotto una delle arcate gotiche che dividono la navata destra da quella centrale. Si trattò di un intervento sciagurato dal punto di vista dell’abbinamento fra un organo moderno di alta qualità (“un bell’organoâ€, lo definisce il nostro amico e organista Franco Paturzo) e una cattedrale gotica di alta atmosfera trecentesca. Quel tamburlano di legno chiaro che dobbiamo al mai dimenticato (sia inteso positivamente) vescovo Bassetti, è per fortuna mobile, quindi eliminabile facilmente in qualsiasi momento; tra l’altro viene utilizzato soltanto nelle occasioni speciali e quasi mai per i concerti che sarebbe in grado di supportare.
Con il nuovo vescovo Riccardo Fontana si è andati oltre e si è intervenuti con installazioni eclatanti e fisse. L’idea progettuale di ripristinare il percorso di visita originale della Cattedrale, quello che permetteva ai fedeli aretini di omaggiare la tomba (Arca) di San Donato patrono di Arezzo (collocata dietro l’altare), poggiava su basi solide, ma la realizzazione non è certo esente da sciagurati difetti. Il principale di questi è senz’altro quello di avere assecondato un parziale intervento ottocentesco dell’allora vescovo Albergotti, il quale fece sostituire buona parte del pavimento cinquecentesco (a scacchi bianconeri) nel quale si alternavano la pietra di Marsiglia e il travertino. Fu sostituito con del marmo lucido, bianco e grigiastro, che poco aveva a che vedere con l’opaca pietra d’intorno. La parte del transetto era rimasta, però, pavimentata alla maniera originale. I progettisti di Fontana (gente di fuori, come se ad Arezzo non fosse possibile reperirne) hanno provveduto a far sostituire anche l’ultima parte del pavimento, proseguendo il lavoro del prode Albergotti. Per fortuna buona parte della pavimentazione che fu è ancora visibile presso la chiesa della Santissima Annunziata, in via Garibaldi, dove è stata rimontata sempre in epoca ottocentesca. In Duomo abbiamo ormai un pavimento interamente marmoreo che stona chiaramente con le strutture verticali.
Un secondo problema, a nostro modo di vedere, è costituito dal fatto che si è deciso di avanzare di una decina di metri (una campata) l’altare post conciliare (quello rivolto verso i fedeli) e di porlo in posizione sopraelevata di alcuni gradini, dando spazio a una sorta di grande platea bianca senza un vero senso estetico.
È stata certo buona l’idea di realizzare un altare di dimensioni piuttosto piccole, in modo che non fosse impedita la vista di quello originale due/trecentesco, ma certo è difficile approvare l’inserimento di un elemento metallico (la scultura che lo sorregge) cromato e quindi inopportunamente brillante. C’è poi da dire che la definitiva eliminazione del coro cinquecentesco di progettazione vasariana (sacrosanta, se si pensa che ostruiva due arcate e impediva la visita all’arca di San Donato), coro del quale vorremmo conoscere la collocazione prevista, ha posto il problema di realizzare un nuovo ambone e un trono vescovile. La scelta è ricaduta anche qui su due manufatti sì artistici, ma marmorei e fissi. qualcosa di pesante (l’ambone, in particolare) e ineludibile.
Le sculture di Vangi, artista toscano che da tempo si dedica a opere di collocazione ecclesiastica, non possono essere discusse dal punto di vista artistico, ma anche loro appaiono poco in sintonia con l’interno del nostro Duomo. L’intervento voluto da Riccardo Fontana, quindi, non ci ha complessivamente convinti, come non ha convinto buona parte dei cittadini, sulla spinta di molti dei quali scriviamo questo pezzo.
Che si frequenti la chiesa da fedeli o da semplici visitatori amanti della storia e dell’arte, di certo noi indigeni lo facciamo da aretini, i veri proprietari del Duomo in quanto opera d’arte realizzata in settecento anni. Non sarebbe stato male che anziché agire in segreto fino al compimento dei lavori, il Vescovo avesse reso pubblico il progetto prima della sua realizzazione e ne avesse condiviso le scelte con gli aretini interessati.
Ottimo è stato invece l’intervento sull’illuminazione di una Cattedrale notoriamente assai buia. Peccato che la stessa illuminazione non venga quasi mai utilizzata per un problema di costi (si può provvedere inserendo una moneta da due euro in una cassettina apposita, cosa che per qualche minuto ci permetterà , tra l’altro, di apprezzare meglio le volte affrescate dal Macillat e dai suoi allievi, nonché dal Castellucci). Va però detto che il buio di base è in buona parte dovuto alla chiusura degli occhi sul fianco nord del Duomo, occhi che ci piacerebbe vedere riaperti laddove questo sia ancora possibile, visto che la costruzione della cappella della Madonna del Conforto (1800) ne ha eliminati o occultati alcuni.