Trenta giorni in Italia
di Gaetano Rasola
Stiamo attraversando un periodo veramente difficile e complesso. È il momento in cui si capisce che tutto è cambiato. La foresta della realtà s’è ancor più intricata. Cercare di orientarsi è sempre più faticoso. Non manca un sogno o un ideale, ma una realtà percepibile. Alla crisi finanziaria ed economica, che riguarda l’Europa e l’intero Occidente, in Italia se ne sono aggiunte altre che, viste tutte insieme, danno l’idea di una trasformazione non solo economica. Non è chiaro se positiva o negativa.
Anche la Chiesa di Roma sembra giunta al suo redde rationem. Dalla trasformazione di Roma in capitale dell’Italia e quindi, formalmente indipendente dal Vaticano, il suo processo di riassestamento sembra si avvii a una svolta decisiva. I moderni sistemi di comunicazione, l’informazione sulle notizie più riservate che la tecnologia rende possibile anche contro la volontà degli operatori, hanno annullato la riservatezza dietro cui si nascondeva la gerarchia. E il cumulo di nefandezze puteolenti che, specie nell’ultimo ventennio, stanno ammorbando l’aria, è esploso. Le visite spettacolarizzate dei due ultimi papa riempiono le piazze ma svuotano le chiese evidenziandone la crisi profonda. È ormai una Chiesa superata, lontanissima dalla gente, interessata soltanto a speculare per avere più ricchezza e potere. I corvi che volano in Vaticano in questi giorni mostrano quanto il malaffare covato per tanti anni abbia provocato divisioni e infiniti danni. Sarebbe interessante vedere questa situazione con gli occhi di chi ne sta lontano: americani, cinesi, indiani. Non sembrerà una favola medievale, una corte dei miracoli costosissima? Con tutte quelle figure vestite da carnevale, quei copricapo che ci riportano in Mesopotamia, quelle divise da operetta dei gendarmi disegnate da Michelangelo e, soprattutto, con quel dogmatico e incomprensibile linguaggio lontanissimo dalle esigenze di vita attuali. Una crisi che pesa e pagheremo, volenti o no, noi. Che rischia di riportare il nostro paese agli anni bui del passato se, dietro le mura leonine, si afferma la parte più retriva e pericolosa.
Le elezioni politiche, benché limitate e amministrative, sono state la goccia che ha portato allo sfaldamento completo del nostro sistema politico. I partiti nati sull’onda del superamento del fascismo, dopo una guerra civile, organizzati e guidati da personalità forti e consapevoli, con ideali e programmi consistenti ma sostenuti da masse popolari, sono ormai un reperto del passato. Non regolamentati sono divenuti soltanto espressione di interessi privati. Il partito più vecchio, la Lega Nord, è imploso nella corruzione del suo promotore che lo aveva creato proprio sfruttando lo sdegno popolare nel periodo di Mani Pulite. Gli altri, tutte organizzazioni nate su una personalità di riferimento, sono al tramonto. Quello di Berlusconi, che sotto varie fogge ci ha guidato sostanzialmente nell’ultimo ventennio, non regge il suo ridimensionamento politico. Il Pd, unico partito a base popolare, non tesorizza questa crisi, anzi perde. Segnale chiaro della sua incapacità a essere punto di riferimento della gente. La disperata risposta popolare si è spostata sul movimento di Grillo, con tutti i dubbi che porta dietro. Un movimento sostanzialmente anarchico, tenuto insieme dalla rete telematica e che all’esordio ha già mostrato le difficoltà a coniugare il verbo del capo con quello degli eletti. Un ulteriore partito a base padronale? Sembra quasi la riproposizione dell’intuito politico di un Bossi. Ma senza Padania al piede. Eleggiamo persone oneste che operino per il bene comune, affrontando i problemi insieme a chiunque ci voglia stare. Benissimo. Per piccoli paesi può andare. Passando alle dimensioni maggiori aumentano i dubbi. Non c’è il rischio di una presa del potere di chi opera economicamente? Nel tempo si forma una nuova classe politica, ma nel frattempo che ne viene fuori? Non vale il secondo principio della termodinamica?
Nel frattempo tre attentati segnano la ripresa del terrorismo, ancora non chiaramente individuato. A Torino un esponente politico dell’Udc, a Genova il dirigente dell’Ansaldo nucleare, a Mesagne, Brindisi, la scuola professionale femminile. Un’altra strategia della tensione? Come fronteggiare queste situazioni, che si connettono a chissà quante altre in modo sotterraneo e spesso poco comprensibili, se non c’è una risposta popolare forte e compatta?
Risposta frastornata da altri scandali che vanno al cuore della immaginazione popolare, come il calcio. Lo sport di quasi tutti gli italiani. Com’è possibile accettare che un presidente chieda alla propria squadra di perdere la partita perché lui possa vincere la scommessa, come hanno fatto anche gli ultrà di un’altra tifoseria? Il capitano della squadra che sorveglia perché la propria squadra sia sconfitta o il proprio allenatore che non denuncia la combine. Vengono persino dall’estremo oriente per regolare i risultati e pagare le scommesse. È il sovvertimento di ogni principio, persino quello dell’appartenenza. Neanche il proprio gruppo è più l’elemento base della propria identità , ma solo una delle occasioni da sfruttare per il tornaconto personale. Altro che lealtà , coraggio, lotta per la vittoria! Neanche questo riferimento è più valido per i ragazzi di oggi per reagire alle ingiustizie, illegalità , sopraffazioni: lo sport più amato. Altro che società liquida!
Per finire. La terra tremula italiana ha tremato di nuovo e molto. Stavolta ha colpito la parte migliore dell’Italia, quella con maggiore tradizione di solidarietà , convivialità , schiettezza, spirito d’iniziativa. Si potrebbe leggere quasi come un monito: non c’è speranza per l’Italia. Un sentimento che nasce anche vedendo le immagini in tv. L’Italia che si sfascia. Ma è ancora la prima ora. E la crisi economica ostacola la possibilità di riversare nella zona i capitali necessari alla ricostruzione. Spero, però, che presto vedremo la reazione di quelle popolazioni. La loro forza d’animo, la loro capacità di reagire organizzandosi adeguatamente aprono alla speranza. La loro rinascita potrebbe aiutare quella di tutto il paese.