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Quegli accordi soffocanti...
 
   
  
 
   
Colloquio con Armando Pitassio, già ordinario di storia dell’Europa orientale all’Università di Perugia

In Bosnia Erzegovina tutto si basa sulla rigida divisione etnica imposta dagli accordi di Dayton, capaci di alimentare solo le vecchie organizzazioni nazionalistiche

di Achille Rossi

Sono trascorsi vent’anni dall’assedio di Sarajevo e dalla disintegrazione della ex Jugoslavia. Chiediamo al professor Armando Pitassio, già ordinario di storia dell’Europa orientale all’Università di Perugia, se la situazione politico-sociale in quell’area si sia stabilizzata. «La Slovenia e la Croazia hanno raggiunto una certa stabilità, a differenza della Bosnia il cui equilibrio rimane piuttosto precario. La Serbia e il Kosovo sono ancora in alto mare. Nella parte settentrionale del Kosovo ci sono stati tensioni e disordini che non hanno degenerato in scontri sanguinosi solo per la presenza delle forze dell’Onu».
Il Kosovo rimane ancora il punto dolente dell’area balcanica?
«In effetti, è stato riconosciuto come indipendente da buona parte della comunità internazionale, ma la stessa Unione Europea si è divisa su questo punto. E la Serbia cerca di sganciarsi dal Kosovo proprio per entrare in Europa».
Alcuni di questi stati balcanici sono preoccupanti non solo per gli scontri etnici ma anche per essere la base di attività illecite.
«Sono tipici Stati-mafia dove la criminalità organizza i suoi traffici di armi, droga, prostituzione. Il piccolo Montenegro è l’esempio tipico di questa piaga». Per completare il quadro Pitassio cita il caso della Macedonia «dove la comunità slavo-macedone e quella albanese riescono faticosamente a convivere solo grazie agli accordi di fatto imposti dalla comunità internazionale».
Quali sono, al momento, nella ex Jugoslavia i problemi irrisolti più gravi?
«Sottolineerei anzitutto quelli economici, che accomunano tutti i paesi dei Balcani occidentali ad eccezione della Slovenia, la quale godeva fino a poco tempo fa di una buona condizione economica, anche se ora soffre della crisi che attanaglia buona parte dell’Unione Europea. E se questa crisi si ripercuote sulla Slovenia, figurarsi quali siano le conseguenze per gli altri paesi dell’ex-Jugoslavia, che escono da un periodo di guerra, da un’economia arretrata e che contavano sugli aiuti europei».
E quali sono, professor Pitassio?
«Che Montenegro e Kosovo, per fare un esempio, possono reggere solo grazie a un’economia nera parallela e lasciando spazio alla criminalità organizzata, come prima ricordavo».
Come vanno le cose in Bosnia Erzegovina, il paese più martoriato?
«C’è stata una lunghissima crisi di governo che è durata quasi un anno, perché i partiti nazionalisti croati e serbi si sono opposti al partito socialdemocratico di maggioranza relativa che tentava di superare le contrapposizioni etniche. Quando alcune forze cercano di farlo, scatta immediatamente l’ostracismo dei partiti più nazionalisti e questo paralizza qualsiasi iniziativa economica».
Come si è risolto il braccio di ferro?
«Alla fine si è arrivati a un compromesso, perché era l’unica possibilità per ricevere gli aiuti del Fondo monetario e dell’Unione europea. I partiti si sono assoggettati al ricatto».
Come vivono questa rigida divisione etnica i cittadini bosniaci?
«Una volta c’erano solo tre grandi partiti: il partito democratico serbo, la comunità democratica croata e l’alleanza democratica dei bosniaci musulmani. Oggi il panorama è molto più articolato perché i cittadini bosniaci stanno tentando di superare questa contrapposizione, ma le vecchie organizzazioni politiche sono così potenti che bloccano questo processo, per cui tutto passa attraverso l’organizzazione etnica: una scuola, un ospedale, un servizio. Alla fine anche le scelte locali vengono coartate».
La diagnosi dello studioso è impietosa: «In queste zone le contrapposizioni etniche s’intrecciano con gravi problemi economici, che dopo vent’anni di scontri e di durezze restano purtroppo irrisolti».
Ci sono almeno speranze di cambiamento?
«Molti intellettuali in Bosnia, in Croazia, in Serbia sono sensibili al superamento delle barriere etniche, ma per ora non riescono a coinvolgere le masse, anche se l’inizio della frammentazione etnica in più raggruppamenti politici in Bosnia o la recente sconfitta della nazionalista Comunità Democratica Croata può fare ben sperare. Eppure le vecchie organizzazioni che gestivano il consenso sono ancora abbastanza potenti per ostacolare il cambiamento, nonostante il cittadino comune inizi a essere stufo di quello che è accaduto nel passato e non veda più nella contrapposizione etnica la soluzione dei suoi problemi».
Il professor Pitassio ci porta un esempio concreto. «In Croazia i vari governi che si sono succeduti in questi anni stanno realizzando una pulizia etnica della lingua per distanziarla il più possibile dal serbo. Un piccolo gruppo di linguisti croati cerca di far notare che il serbo-croato è un’unica lingua con varianti regionali in Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro. Ebbene, questi intellettuali vengono additati al pubblico disprezzo come traditori della patria. Tanto è il potere di condizionamento delle vecchie organizzazioni».
Una volta si diceva che ci avrebbe pensato l’economia a risolvere i problemi di integrazione delle popolazioni balcaniche.
«Dal 2008 siamo in presenza di una crisi mondiale e soprattutto europea che mette questi paesi in una posizione ancora più difficile. E quanto più è ingarbugliata la situazione economica tanto più aumentano il loro peso i poteri malavitosi. Anche l’ingresso nell’Unione europea non ha più il significato di un tempo, quello di venire a far parte di un’area di civiltà superiore, capace di superare le contrapposizioni nazionali, perché l’Unione europea si va disgregando dall’interno sulla base degli interessi dei singoli stati-nazione. Rimane il desiderio di fare parte di un’area economicamente più sviluppata e di trarne vantaggio: ma se questa area entra in crisi anche economicamente, quale potrà essere il suo potere attrattivo?».
A quali criteri si è ispirato l’intervento internazionale nei Balcani, prima a Sarajevo poi in Kosovo?
«Nella crisi della ex Jugoslavia l’Unione europea ha dimostrato tutta la sua incapacità di gestire i problemi internazionali. In questo vuoto politico si è inserita, prima timidamente poi con sempre maggior prepotenza, l’iniziativa americana, che ha cercato di blandire particolarmente la componente musulmana».
Per quale motivo?
«Per dimostrare la buona disposizione degli Usa verso quella fetta di popolazione musulmana mondiale contraria al fondamentalismo islamico, al terrorismo. In tal modo gli Usa dimostravano di avere una prospettiva mondiale del problema locale jugoslavo, mentre l’Unione europea continuava, talvolta anche in buona fede, a cercare di risolvere il problema secondo le vecchie contrapposizioni: la Francia a fianco della Serbia, la Germania a protezione della Croazia».
Pitassio non crede alla teoria che la Germania abbia voluto la disintegrazione dell’area balcanica per un suo tornaconto economico: «La Germania dominava economicamente quell’area da lungo tempo e il marco era la moneta di tutte le transazioni da Istanbul fino a Berlino. Solo che avendo invocato il principio dell’autodeterminazione dei popoli per integrare la Germania est, non vedeva perché negarlo nell’area balcanica. Questo però ha complicato ulteriormente le cose».
Lo sbilanciamento della politica Usa nei confronti dei musulmani si è visto in maniera palese nella crisi del Kosovo.
«Senza negare i crimini di una parte della dirigenza serba, bisogna ammettere che l’aver appoggiato in maniera così unilaterale l’Uck, ossia le organizzazioni terroristiche albanesi, e aver abbandonato le prospettive di Rugova è stato un errore. Del resto, ai colloqui di Rambouillet la Albright aveva dimostrato chiaramente che non le interessava una soluzione di compromesso, ma solamente che il Kosovo fosse separato dalla Serbia per punire Milosevic».
Come sta procedendo il processo di integrazione dei paesi balcanici nell’Unione europea?
«A giugno prossimo entrerà la Croazia, che ha abbandonato il vecchio partito nazionalista e mostra maggiore sensibilità per le minoranze serbe e italiane presenti nel suo territorio. La Serbia è stata accettata come candidato membro, mentre Bosnia e Macedonia non sono state accettate, la prima per la situazione che ho descritto, la seconda per il veto della Grecia. A proposito, la crisi greca ha effetti devastanti nei Balcani, perché buona parte parte degli investimenti esteri in Serbia e soprattutto in Bulgaria sono greci e greco è il mercato verso il quale buona parte delle merci serbe e bulgare sono indirizzate».
Sarajevo è stata la città simbolo della guerra serbo-bosniaca. Come vive il periodo post-bellico e come tenta di sanare le ferite del lungo assedio?
«Sarajevo si è trasformata progressivamente in una città bosgnacca (il termine con cui sono designati ora i bosniaci di origine musulmana), i serbi non ci sono quasi più e il suo multiculturalismo è finito. Le scuole sono separate, le amministrazioni sono separate. Tutto è basato sulla rigida divisione etnica imposta dagli accordi di Dayton, che si sono trasformati in vincoli soffocanti, capaci solo di alimentare le vecchie organizzazioni nazionaliste che puntano a mantenere lo status quo. Uno status quo terribile».



 
 
 
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