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Tutti sono usciti sconfitti dalla guerra
 
   
  
 
   
Parla Edi Rabini della Fondazione Langer di Bolzano e uno degli animatori dell’iniziativa Adopt Srebrenica

E' già positivo che finora non ci siano stati rilevanti atti di vendetta e di violenza. Ma la strada da percorrere è ancora lunga

di Enzo Rossi

La Bosnia Erzegovina, e in particolare la sua capitale Sarajevo, hanno rappresentato fino a 20 venti anni fa un esempio di convivenza multietnica in cui coabitavano tranquillamente cristiani, ortodossi e musulmani. In piccolo riproduceva quello che sarebbe potuta diventare l’Europa per effetto della migrazione: un crogiuolo di etnie e religioni che riuscivano a coesistere senza alcun problema. Poi la guerra del 1992 ha scompaginato tutto. In Bosnia sono avvenuti massacri che ci hanno catapultato indietro fino ai tempi bui della seconda guerra mondiale.
Ora, venti anni dopo, cerchiamo di comprendere con l’aiuto di Edi Rabini della Fondazione Alexander Langer di Bolzano e tra gli animatori dell’iniziativa Adopt Srebrenica, com’è attualmente la situazione.

La Sarajevo che abbiamo di fronte oggi, cos’ha in comune con la città multietnica di 20 anni fa?
«Sarajevo soffre ancora il trauma della guerra e del lungo assedio. La città è cambiata nella composizione e dimensione dei gruppi di appartenenza etnica. Siamo ancora lontani da quel percorso di conciliazione, nel rapporto con la verità prima ancora che con la giustizia, che ha per esempio caratterizzato il Sudafrica. Ci sono persone che cercano la ripresa del dialogo e anche forze che si ostinano a perseguire il programma di separazione. Può essere considerato già positivo che negli anni trascorsi non ci siano stati rilevanti atti di vendetta e di violenza. Sembra sia maturata la consapevolezza che in fin dei conti tutti sono usciti sconfitti da quella guerra».
Insomma, la città conserva ancora la sua caratteristica multietnica…
«Certamente l’humus culturale è cambiato. Vi si sono rifugiati molti profughi vittime della pulizia etnica. E ho conosciuto a Bratunac giovani serbi che hanno abbandonato la città per paura di vendette e ritorsioni. La città rimane multietnica dal punto di vista delle aspirazioni di chi è rimasto, con molta nostalgia per la Sarajevo di prima della guerra».
Potremmo dire la stessa cosa dell’intera Bosnia, oppure nel resto del paese la situazione è diversa?
«Beh, nella capitale la gente si sente più libera di dire le cose, di raccontare gli avvenimenti, di ripensare alla guerra. I giornali italiani hanno raccolto, nell’anniversario d’inizio, molte testimonianze legate al periodo dell’assedio e alla durezza del conflitto. A Srebrenica e a Tuzla, le due città che più frequentiamo, le persone sono invece molto più caute. Siamo rimasti colpiti dall’estrema prudenza e maturità nell’uso delle parole».
Può farci qualche esempio?
«In occasione dell’arresto di Mladic, il maggior responsabile del massacro di Srebrenica, non abbiamo saputo di rilevanti manifestazioni di giubilo o di sostegno. Le persone con le quali lavoriamo non hanno voluto sbilanciarsi, perché sanno quanto le parole possano interrompere la fragile speranza di ripresa di un dialogo. Non va dimenticato che Srebrenica è stata la città che ha pagato più duramente il progetto di separazione e di pulizia etnica perpetrato dal ’92 al ’95».
Ci sono segnali di speranza che possano far pensare a un ritorno alla normalità?
«Lo scorso anno un imprenditore coraggioso ha deciso di ricostruire le terme di Srebrenica, che prima della guerra costituivano il vero punto di forza dell’economia locale e regionale. Il progetto prevedeva la ricostruzione di un albergo, delle vecchie terme e della fabbrica di imbottigliamento dell’acqua, con l’assunzione di 150 lavoratori, metà serbi e metà bosgnacchi. Ma il governo della repubblica Srpska, al quale compete il rilascio della concessione per l’imbottigliamento dell’acqua, forse irritato per l’atteggiamento bipartisan dell’imprenditore, ha di fatto bloccato i lavori. E il consiglio comunale di Srebrenica per la prima volta ha approvato una mozione all’unanimità per chiedere al presidente Milorad Dodik di non ostacolare il progetto. Ancora non sappiamo come andrà a finire, anche se l’imprenditore sembra ormai sul punto di cedere».
Gli accordi di Dayton hanno posto fine alla guerra, ma hanno creato una discriminazione strutturale che pesa moltissimo nei rapporti tra le diverse comunità presenti in Bosnia Erzegovina.
«Sì. A Srebrenica, per esempio, le scuole sono sotto la competenza del governo della Repubblica Srpska, che impone libri di testo che esprimono in maniera molto netta il punto di vista serbo. La Facoltà di giurisprudenza, aperta 5 anni fa, sta chiudendo per il mancato riconoscimento dei titoli accademici. Così i bosgnacchi che hanno i figli in età scolare preferiscono mandarli a studiare a Tuzla o a Sarajevo, oppure andarsene, lasciando semmai un anziana parente a custodire la casa».
E queste situazioni così assurde non hanno mai provocato proteste violente?
«No, finora non ci sono stati atti violenti e va dato atto ai bosniaci di non aver mai propagandato il ritorno come riconquista nazionalistica. Mentre prima della guerra il 75% dei 40.000 abitanti erano bosniaci, ora questi non superano il 30% degli 8.000 rimasti. Esiste la forte consapevolezza che c’è una comune difficoltà nella vita quotidiana, che Srebrenica viene ancora assediata e strozzata impedendole ogni prospettiva di rinascita economica e sociale».
Eppure ho letto la testimonianza di una donna che raccontava di incontrare ogni giorno il carnefice dei suoi familiari che vive tranquillamente in città come se nulla fosse successo.
«Qualche tempo fa un settimanale bosniaco ha pubblicato un elenco di 600 uomini di Srebrenica che il Tribunale internazione aveva indicato come sospetti partecipi del genocidio. E sono persone che tutti conoscono, impiegati pubblici, poliziotti. Naturalmente tra coloro che sono impegnati a negare ancora il genocidio».
Perché il Tribunale internazionale non può occuparsi di queste persone?
«Perché è competente a giudicare solo i crimini dei capi o dei gruppi dirigenti. La speranza delle donne di Srebrenica era quella di riuscire a individuare la responsabilità di un ente statuale al quale rivolgersi per chiedere risarcimenti materiali, visto che con la guerra hanno perso tutto. Invece il Tribunale internazionale ha riconosciuto che Srebrenica è stata vittima di un genocidio, ma ha stabilito che la Serbia non potesse essere considerata responsabile in quanto tale. Recentemente, Hasan Nuhanovic uno dei tre interpreti bosniaci che lavoravano a Srebrenica presso il contingente olandese dell’Onu, ha vinto un processo in Olanda contro i militari che dirigevano la base. Un buon precedente…».
E di cosa li ha accusati?
«Di sapere che i civili che essi stessi hanno obbligato ad abbandonare la base dove si erano rifugiati dopo la caduta della città, l’11 luglio 1995, sarebbero stati uccisi. E tra questi civili c’erano anche i genitori e il fratello dell’interprete. Dal dibattimento sono emerse le responsabilità pesantissime degli ufficiali olandesi e dei comandanti militari della Nato».
Come avete fatto a mettervi in contatto con la gente di Srebrenica?
«Abbiamo avuto la grande fortuna di essere accompagnati passo passo da Irfanka Pasagic, la destinataria del Premio Alexander Langer 2005, originaria di Srebrenica, che con la sua associazione Tuzlanska Amica ha formato un’équipe di donne, tra cui psicologi e medici, per aiutare donne e bambini a superare i traumi subìti durante la guerra. Ci ha messo lei in contatto con un piccolo gruppo di giovani serbi e bosgnacchi con i quali abbiamo avviato un rapporto fatto di scambi e di reciproci inviti; fiorito l’anno scorso con l’apertura di un loro piccolo Centro in città. I “10 punti per la convivenza interetnica†di Alexander Langer, che la Bosnia aveva a lungo frequentato, si sono mostrati uno strumento utile di riflessione comune».
E come operano questi giovani nella loro realtà?
«Con coraggio e prudenza. Stando attenti a non essere considerati dei transfughi dei loro gruppi riferimento, delle persone eccentriche e inaffidabili. Organizzano loro l’annuale Settimana internazionale della memoria, giunta alla sesta edizione, accompagnano visitatori e scuole alla conoscenza di Srebrenica e della sua storia. Lavorano a una raccolta di ricordi e di documenti sulla vita quotidiana prima della guerra. Offrono un servizio skype per dare possibilità a persone anziane o a gente dei villaggi di telefonare a parenti lontani nella diaspora».
Qualcuno sostiene che il leader bosniaco Mustafa Ceric, che ha guidato la comunità islamica per 20 anni, abbia legittimato correnti islamiche radicali. Lei condivide questa analisi?
«No. Anzi, mi ha meravigliato che certi ambienti, soprattutto di sinistra, avvalorino questa tesi. Tra i ragazzi bosniaci con i quali siamo in contatto c’è una crescente attenzione alla componente religiosa. Anche tra i serbi. Questo non vuol dire, però, che siamo di fronte alla nascita di un radicalismo islamico. Del resto, basta guardare lo struscio serale a Sarajevo o a Tuzla per rendersene conto. A me pare piuttosto che ci sia la ricerca di un rapporto comunitario, di fronte al fallimento dei tentativi d’impegno in attività di sapore politico. Il sistema di Dayton ha infatti favorito la nascita di un ceto politico autosufficiente e sempre più lontano dai bisogni delle persone».
Cosa può fare l’Europa per aiutare la Bosnia Erzegovina a risolvere i suoi numerosi problemi?
«L’Unione Europea esprime da anni un giudizio molto critico (autocritico) sull’impianto degli accordi di Dayton trasformati in una Costituzione imposta dall’alto. Se poteva andar bene per i primi anni, per separare i contendenti, è ormai un sistema insostenibile. Va contro i principi costitutivi dell’UE, alla quale la BiH vuole aderire, un impianto istituzionale esclusivamente legato all’appartenenza a uno dei tre “popoli costitutiviâ€, ignorando i diritti del numero crescente dei cittadini che vogliono liberarsi da questo tipo di gabbia. Cresce così una spinta a ricostruire relazioni dal basso, tra associazioni di diversi stati della ex Jugoslavia per favorire nuove forme di integrazione economica, culturale e sociale e per superare questa frammentazione che molti hanno sentito come una perdita. Insomma, si avverte una certa nostalgia dei tempi in cui serbi, croati e musulmani non si facevano la guerra tra loro. L’Europa può svolgere oggi questo ruolo propulsivo e di garanzia che avrebbe dovuto assumere già ai primi segni dell’esplosione nazionalistica, all’inizio degli ’90».
 
 
 
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