Parla Paolo Rumiz, giornalista e profondo conoscitore della situazione balcanica
Abbiamo lasciato soli dei musulmani ipermoderati che avevano cominciato a sposare cristiani di ogni tipo, oppure famiglie in cui le due religioni convivevano senza problemi
di Achille Rossi
Paolo Rumiz, giornalista triestino de La Repubblica, a distanza di vent’anni rievoca i mille giorni dell’assedio di Sarajevo. «Due cose mi hanno colpito. Anzitutto l’artificialità della guerra, che tutti credevano impossibile perché non c’erano segnali che la rendessero plausibile, se non nelle segrete stanze dove tutto ciò è stato deciso. Anche dopo un mese di sparatorie tutti erano convinti che si sarebbe tornati alla normalità , perché era un luogo dove si viveva bene, era una città solidale».
Un conflitto sembrava dunque impossibile?
«A Sarajevo circolava la battuta che potevi uscire la mattina senza un soldo in tasca e tornare la sera tardi e magari anche ubriaco. Un’espressione per dire che la gente era accogliente, non guardava la lingua che parlavi».
E la seconda cosa che l’ha colpita?
«La fierezza con cui le persone hanno reagito. È stata una risposta armata, ma è stata soprattutto una risposta civile, perché gli abitanti di Sarajevo hanno continuato le loro attività , compatibilmente con quello che la situazione consentiva, per non perdere la dignità . Quando chiedevo: “Cosa volete che vi porti la prossima volta?â€, non mi domandavano mai l’essenziale, ma solo piccole cose superflue che davano loro il senso che la vita aveva ancora un po’ di gusto».
Faccia qualche esempio.
«Un libro, dei bonbon particolari che avevano un valore nutritivo minimo, ma un alto valore simbolico. Hanno tenuto aperti i teatri, le scuole, i giornali quando tutto avrebbe portato alla dissoluzione e alla barbarie. Penso che la fierezza della città abbia fatto uscire di testa gli assedianti, i quali si aspettavano un collasso che non è avvenuto». Rumiz aggiunge anche un’altra considerazione: «Gli assedianti dovevano mandare avanti il contrabbando e se la città fosse caduta immediatamente il business sarebbe crollato. Quindi si trattava di spolpare l’osso fino alla fine; a quel punto nemmeno loro avevano più interesse a prendere una città che li avrebbe rifiutati. Per cui penso che l’assedio sia finito perché non c’era più niente da rubare».
Come ha trovato Sarajevo dopo la guerra?
«La città è sempre affascinante. Il problema è che l’insieme della Bosnia vive un infinito dopoguerra, perché dopo i mediocri governanti di prima sono arrivati dei mafiosetti di due tacche che tengono il paese in una morsa di tangenti, prebende, pedaggi. Non si può prendere iniziative perché c’è sempre di mezzo qualche funzionario che ti chiede tangenti. Ci sono tasse spaventose perfino sugli aiuti umanitari».
Il paese potrebbe uscire dalla crisi?
«Assolutamente. Invece sono quindici anni che vive in questa situazione di stallo. Almeno in guerra sapevi chi era il nemico, adesso te lo ritrovi in casa nelle vesti di questi parassiti che fanno sprofondare la società . Insomma, è un paese rovinato dai ladri. La guerra è stata fatta per rubare e si continua a rubare anche in tempo di cosiddetta pace».
A suo parere, si sono ricomposte le ferite di quei lunghi mesi di assedio?
«Spesso è interesse dei ladri tenere acceso l’odio etnico per sfuggire alle proprie responsabilità e addossare le colpe agli altri. È un cancro che continuerà a corrodere la società fino a quando i ladri e gli assassini non verranno messi in galera. E non basta processare Karadzic o Mladic. In Bosnia c’è tutta una banda di briganti che sperano di essere assolti per il fatto che all’Aja ci sono i capri espiatori».
Quale eco hanno avuto in Bosnia l’arresto di Karadzic e Mladic e la loro incriminazione davanti al Tribunale dell’Aja?
«Certo, c’è stata una enorme soddisfazione, però è anche vero che le vedove e gli orfani di coloro che sono morti in combattimento vengono dimenticati. Le vedove di Srebrenica sono considerate “rompiscatole†da una parte del governo e vengono tirate fuori solo per le celebrazioni ufficiali. D’altro canto, la Bosnia è stata completamente abbandonata dai governi occidentali un po’ per mancanza di soldi, un po’ per mancanza di copertura mediatica. L’Europa ha lasciato Srebrenica al suo destino. Pensi che i bambini fanno ginnastica nelle stesse palestre dove sono state uccise centinaia di persone e ci sono ancora palchetti intrisi di sangue».
Sarajevo ha perso il suo carattere di centro cosmopolita in cui convivevano pacificamente più culture e religioni?
«Lo conserva ancora, ma il problema è che i paesi islamici più ricchi mandano un sacco di soldi per costruire moschee e centri culturali molto orientati. Questo fatto imbarazza la gente stessa di Sarajevo, ma è fatale che chi non ha i soldi si allinei». I sarajevesi avevano chiesto aiuto all’Europa? «Naturalmente, ma noi non abbiamo voluto capire perché siamo degli assoluti imbecilli. Come non abbiamo compreso l’Afghanistan e l’Iraq, così non comprendiamo neanche la Bosnia, il che è un tantino più grave perché ce l’abbiamo alle porte di casa. Abbiamo lasciato soli dei musulmani ipermoderati che avevano cominciato a sposare cristiani di ogni tipo, oppure famiglie in cui le due religioni convivevano senza problemi».
Dunque il patrimonio interculturale di questa straordinaria città è andato perduto?
«No, rimane perché i rapporti tra le persone rimangono, però è reso problematico dalla nostra insipienza».
Non crede che la situazione politica che si è creata con gli accordi di Dayton abbia bisogno di una profonda revisione, per consentire una integrazione fra le diverse etnie?
«Non è un problema di divisione etnica perché, secondo me, questi paesi vorrebbero rivivere di nuovo insieme se ci fosse giustizia. La questione vera è l’assenza di giustizia, perché ci sono briganti a piede libero che continuano a minacciare la gente e che hanno interesse a tenere alta la tensione. Sono soggetti da mettere in galera, ma nessuno ha il coraggio di farlo». Rumiz avanza una proposta culturale significativa: «Bisogna rifondare i manuali scolastici perché ciascuna delle parti in causa coltiva la sua memoria. E si tratta di memorie contrapposte, cariche di contrasti. Insomma, c’è da fare un lavoro giudiziario e culturale. Le questioni religiose, politiche e geopolitiche vengono dopo».
A chi allude quando parla di briganti?
«A tutti quei piccoli capi locali che si sono arricchiti con la guerra e che adesso vivono lautamente in palazzi blindati, girano con i Suv, con un atteggiamento che costituisce un insulto a chi nella guerra ha perso tutto, anche la famiglia, la vita. Questi capetti fanno quello che vogliono, nel disinteresse totale di un’Europa che non ha tempo di pensare a queste cose». Rumiz stabilisce un rapporto diretto fra la crisi attuale dell’Eurozona e la questione bosniaca: «Non abbiamo capito che non potevamo continuare a essere, come Europa, un collage di paesi tenuti insieme con lo sputo. Dovevamo creare qualcosa di molto più unito e solidale, dando vita a una specie di patriottismo europeo che non fosse targato né linguisticamente né religiosamente. Poiché questo non è stato fatto, torneranno in auge nazionalismi ed etnonazionalismi aggressivi. Non aver capito la Bosnia significava non capire l’Europa, perché questa terra era il segno di una devastazione che stava iniziando a contagiare il vecchio continente». Rumiz è convinto che i Balcani siano un sensore eccezionale: «Se c’è qualcosa che ci fa sbandare, lì si avverte prima. Dovremmo ringraziare che esista un posto simile che ci consente di prendere delle misure in anticipo».
Quale ruolo può giocare l’Europa per una definitiva pacificazione dell’area balcanica?
«Quando sento la parola “Europa†mi viene da piangere, perché rappresenta un’enorme occasione perduta. O forse ancora no, ma sono piuttosto scettico, specie se penso al vecchio impero asburgico distrutto dai nazionalismi, nel quale convivevano tutte le religioni con pari dignità , anche nell’esercito, negli ospedali e perfino nelle cappelle mortuarie. Bisognerebbe reinventare una figura rappresentativa, una specie di imperatore d’Europa. Ci sarebbe tantissimo da fare, ma l’Europa non mi sembra in grado di fare qualcosa».
Le popolazioni della Bosnia rimarranno abbandonate?
«Quel poco che si fa lo realizzano le organizzazioni non governative o addirittura le singole persone, come quel serbo che vive in Germania e passa tutte le estati a Srebrenica per far giocare insieme a calcio i bambini delle tre religioni. O il figlio di Mario Rigoni Stern, che ha portato in Bosnia un centinaio di mucche di razza rendena che sono in grado di adattarsi alla difficile orografia della regione. Sono queste le iniziative che tengono in piedi il paese, altrimenti sarebbe il suicidio, perché la Bosnia grida vendetta al cospetto di Dio».