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La Bosnia Erzegovina e la cultura

A Sarajevo continua la vita culturale, ma la provincia stenta molto. Il perenne dopoguerra condiziona anche la tradizione letteraria del paese: chiudono le case editrici e arrivano sempre più libri stranieri. Il fenomeno dei giovani autori emigrati che pubblicano nella lingua di adozione

di Lorenzo Anania

Difficile comprendere una nazione senza conoscerne il teatro, il cinema, la letteratura: le espressioni culturali danno sempre una dimensione più attuale, spesso all’avanguardia rispetto a quelle politiche, tendenzialmente più grette e arretrate; ed è misurando lo spazio ritagliato alla cultura all’interno di una società civile che si può determinare, anche se parzialmente, la sua direzione di marcia.
Anche per la Bosnia ed Erzegovina vale questa equazione, con un distinguo importante - tipico dei paesi economicamente più arretrati: Sarajevo non è rappresentativa di tutta la Bosnia. Nella capitale, sia per tradizione che per convergenza, pullulano iniziative culturali: festival, poesia, teatro – soprattutto sperimentale – dibattiti. Appena fuori però, nelle città “minori†come Tuzla, Zenica, Visoko, per non parlare delle campagne dove vivono 2 bosniaci su 5, si registra una quasi totale assenza di infrastrutture dedicate alla cultura – cinema, teatri, librerie, ecc.. – e un conseguente pressoché totale disinteresse ad essa. Tra i giovani neanche i social network riescono a colmare la lacuna della mancanza di iniziative culturali in “provincia†a causa del digital divide (il divario tra chi ha accesso a internet e chi non ce l’ha), estremamente accentuato fuori dalla capitale. Se la principale “colpa†è da imputarsi alla mai rinata economia bosniaca, non di meno si deve lodare lo spirito d’iniziativa di chi cultura fa anche in questo contesto assai disagiato.
La letteratura è sicuramente una delle arti più condizionate dal perenne dopoguerra che sta vivendo la Bosnia, con il suo bagaglio di disagi economici, sociali, istituzionali; per aiutarci a inquadrare il mercato letterario della Bosnia abbiamo interpellato Luca Leone, scrittore e direttore della casa editrice Infinito, una delle poche realtà editrici italiane che ha scommesso e creduto nella traduzione di autori ex jugoslavi e bosniaci in particolare. «La nuova letterature bosniaca è fortemente condizionata dal mercato del libro – ci racconta Leone; sono rimaste pochissime le case editrici bosniache perché c’è una fortissima contrazione del mercato dovuta al fatto che il libro in Bosnia è oggi ancora un bene di lusso. Attualmente esiste un forte condizionamento culturale che i lettori bosniaci devono subire, visto che la maggioranza dei libri venduti lì arrivano dalla Croazia e dalla Serbia. Se da un lato c’è il vantaggio di una lingua comune, dall’altro le scelte editoriali di quei paesi sono condizionate anche da interessi nazionalistici. Ci sono molti autori interessanti in Bosnia, ma in pochissimi riescono a emergere in questo contesto».
A distanza di vent’anni dall’inizio del conflitto e diciassette dalla sua fine, la guerra è ancora un focus nella letteratura Bosniaca o, al contrario, è rimossa? «Si deve fare una distinzione – continua l’editore – tra autori giovanissimi e quelli più maturi. I primi prendono più le distanze dal conflitto, parlandone indirettamente; considerando però che su di una popolazione che nel 1992 era di quattro milioni e che nel 1995 si contavano più di due milioni di profughi all’estero e circa 100.000 vittime, tutte le famiglie bosniache hanno avuto o un decesso o uno profugo per motivi di guerra e ciò influenza la vita quotidiana raccontata da chi era appena nato allora. I giovani scrittori raccontano un mondo intimo, come la vita di coppia o lo sfaldamento della famiglia tradizionale. In loro la guerra è una sorta di contorno; più esattamente, vista la mancanza di una vera riconciliazione nazionale, potremmo dire che sono racconti della quotidianità di un perenne dopoguerra. Negli autori più maturi si legge ancora, dietro le righe, la nostalgia mista a delusione di una guerra fratricida consumata in casa loro».
Ad allargare la prospettiva letteraria della Bosnia ci aiuta anche Elvira Mujèic, autrice e traduttrice dal bosnaico-serbo-croato per alcune case editrici italiane: «La società post jugoslava è ancora fortemente condizionata da linguaggi nazionalistici; gli accordi di Dayton hanno sancito una divisione che non ha aiutato la Bosnia a maturare politicamente. Da un punto di vista letterario sono ricominciati di recente dei tentativi di superare le barriere dei confini politici, ma la situazione economica disastrosa della Bosnia fa sì che gli autori meno affermati stentino a pubblicare: si tratta per lo più di romanzi di formazione esistenzialisti che parlano di una nazione che non sembra offrire nessun futuro; non mancano però temi caldi come quello dell’omosessualità».
Un fenomeno diverso è quello dei giovani emigrati all’estero che pubblicano, magari nella lingua di adozione, romanzi e scritti che hanno come protagonista la Bosnia, tu ne sei un esempio: «In italiano ho scritto tre libri; essendo io originaria di Srebrenica nel primo non potevo che parlare del grande trauma che è stato il genocidio in quella città, mi è servito anche come forma di auto-analisi. Negli altri libri sono sempre ragazzi emigrati al centro della storia; anche volendo non riesco a prendere le distanze dal mio vissuto ed è così anche per molti miei coetanei emigrati nel periodo bellico. Alcuni, come ad esempio il giovanissimo Saša Stanišic, sono riusciti con lo stile tragicomico e disincantato tipico della letteratura balcanica a scrive un libro, La storia del soldato che riparò il grammofono, tradotto in 50 paesi».
Dove sta andando la Bosnia oggi?
«Da nessuna parte – continua con tono amaro Elvira; la Bosnia è ferma, bloccata da un impasse politica, con una costituzione improntata ancora nella divisione religiosa, in perenne recessione. Se il futuro sarà dentro l’Unione Europea è un futuro lontanissimo».

Consigli di lettura

Difficile, sempre, consigliare un libro; in particolare invitare a “scoprire†una letteratura o più semplicemente una regione un po’ particolare come quella della Bosnia ed Erzegovina. Meglio dunque cominciare con un super classico, un po’ datato, buono per tutte le stagioni: il Ponte sulla Drina del premio nobel Ivo Andric, il romanzo storico bosniaco, che abbraccia quattro secoli di invasioni, dominazioni e vite, con la crudeltà e la magia dei colori che solo un fiume come la Drina può ispirare. La storia della costruzione e della vita di un ponte tra oriente ed occidente che altro non è che la metafora della stessa Bosnia; sullo sfondo Visegrad, cittadina di confine a circa 100 kilometri ad est di Sarajevo, oggi nella Republika Srpska, fonte d’ispirazione anche di E se Fuad avesse avuto la dinamite? Di Elvira Mujèiæ che racconta la storia di un gruppo di musulmani bosniaci asserragliati nella diga che domina la città e che minaccia in diretta Tv di farla esplodere se i paramilitari serbi non cesseranno di sgozzare esseri umani e gettarli nella Drina. Una storia vera del recente conflitto in Bosnia, una delle poche raccontate con sincerità e onesta ricostruzione storica.
Per chi non volesse mai più dimenticare quello che è stato l’assedio di Sarajevo consigliamo Il centro del mondo di Dzevad Karahasan; coloro che s’interessano di neo mafie, riciclaggio di denaro, politici corrotti, multinazionali straniere che invadono i paesi post bellici, non possono perdere Bosnia express. Politica, religione, nazionalismo e povertà in quel che resta della porta d’Oriente, di Luca Leone.
(a cura di Lorenzo Anania)
 
 
 
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