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Marocco. Intervista allo scrittore Abdellah Taia
 
   
  
 
   
Scrivere, “un bisogno intimo e un atto politicoâ€

In un paese dove i tabù sociali e politici sembrano resistere alla spinte progressiste, Abdellah Taia ha avuto la forza di rompere il silenzio. Ma la sua è molto di più che una lotta all’omofobia. è una battaglia contro l’ipocrisia che tiene in scacco la società marocchina

di Jacopo Granci

Abdellah Taia, lo «scrittore di Hay Salam» come ama definirsi, è il primo marocchino ad aver rivelato apertamente la sua omosessualità. Lo ha raccontato nei suoi libri (gli ultimi tre sono tradotti in italiano dalla casa editrice ISBN), dove descrive il Marocco popolare - «ricco nella sua povertà» - che ha conosciuto tra le mura domestiche e per le strade di Salé. Lo ha poi dichiarato pubblicamente sulla stampa nazionale, destando scalpore. Da quel momento il giovane romanziere, oggi trentottenne, è diventato un simbolo di libertà ed emancipazione.
In un paese dove i tabù sociali e politici sembrano resistere alla spinte progressiste, Abdellah Taia ha avuto la forza di rompere il silenzio. Ma la sua è molto di più che una lotta all’omofobia. È una battaglia contro l’ipocrisia che tiene in scacco la società marocchina. Una battaglia in favore della dignità e della responsabilità individuale. Una presa di posizione decisa per un Marocco senza più complessi né censori. Per questo lo scrittore ha celebrato dalle pagine di Le Monde le iniziative del Movimento 20 febbraio e di tutti i giovani protagonisti della “primavera arabaâ€. Una «rottura mentale prima ancora che politica». Cresciuto in una famiglia modesta e numerosa - undici tra genitori, fratelli e sorelle - Taia è partito per l’Europa a venticinque anni, terminati gli studi di letteratura francese. Dopo un primo soggiorno a Ginevra si è stabilito a Parigi, dove vive e lavora, in ambito cinematografico oltre che letterario, da più di dieci anni. «Non mi sento in esilio - ci tiene a sottolineare - Parigi è una porta d’accesso alla cultura universale ormai necessaria, ma resto marocchino e arabo nella pelle, nello stomaco, nel mio ‘io’ più profondo».
I suoi passaggi in Marocco sono frequenti, «più o meno una volta al mese», assicura lo scrittore. L’ultimo proprio pochi giorni fa a Casablanca, in cui Abdellah ha presentato la traduzione araba del suo ultimo romanzo, Le jour du roi (Ho sognato il re, ISBN, 2012).
Il suo passato a Salé, nell’umile quartiere di Hay Salam, emerge con forza in tutti i suoi libri, dove descrive i giochi e le lotte tra ragazzi, le prime avventure erotiche, ma anche alcuni scorci della città, all’apparenza banali, di cui restituisce la storia e a cui attribuisce uno status che definirei “poeticoâ€. Qual è il rapporto che la lega a questo universo? È un’esigenza di memoria che risponde alla nostalgia maturata dopo la partenza in Europa oppure un attaccamento profondo che non si è mai reciso?
«Sono figlio di Salé, figlio di Hay Salam uno dei suoi quartieri più poveri dove ho fatto il mio incontro con la vita. Tutto parte da lì, perfino il mio modo di essere omosessuale è intrinsecamente legato agli odori, ai sapori e alle esperienze di quegli anni. Per me è inevitabile che questo mondo, nella sua dimensione intima come in quella “pubblicaâ€, risorga con impeto ogni volta che scrivo, perfino ogni volta che parlo. Un impeto dove violenza e tenerezza si mescolano fino a confondersi. No, non si tratta di semplice nostalgia».
Come ha trovato il coraggio di svelare pubblicamente la sua omosessualità?
«Non si è trattato propriamente di coraggio, piuttosto di un momento di estrema lucidità, peraltro inatteso, in cui ho percepito una forza che non sospettavo di avere. Avevo già parlato di omosessualità nei tre libri pubblicati all’epoca [Mon Maroc, Le rouge du tarbouche, L’armée du salut], ma non avevo mai pianificato una pubblica ammissione, per di più a un giornale marocchino, come poi è successo.
Così, quando il giornalista mi ha posto la domanda in maniera diretta, ho avuto paura. Ma invece di tacere, di nascondermi, ho risposto in modo altrettanto diretto. Era il momento di essere precisi, chiari e di andare fino in fondo. Era l’occasione per rompere con l’ipocrisia, un problema che imprigiona la società marocchina e che va ben oltre la questione dell’omosessualità. Ho capito in seguito che quella “confessione†aperta non era altro che il proseguimento di un percorso interiore intrapreso proprio attraverso la scrittura. Un percorso letterario ma anche politico. Scrivere ha rappresentato il passaggio dalla teoria all’azione, la mia discesa sul terreno di battaglia per difendere l’idea di un Marocco libero da tutti i suoi complessi».
Le interviste rilasciate nel 2006 ai giornali al-Ayam e al-Jarida al-Okhra e poi il reportage del settimanale Tel Quel, che l’anno dopo le dedicò la copertina, suscitarono scandalo nell’opinione pubblica marocchina. Da dove arrivarono gli attacchi più duri?
«Soprattutto dalla stampa conservatrice, come al-Massae che a un certo punto lanciò perfino delle minacce di morte. Ma anche da certi scrittori, che ripetevano: “la società marocchina ha altri problemi da risolvere piuttosto che quello degli omosessualiâ€, come se la mia esistenza e i miei testi fossero ridotti alla sola identità sessuale. Poi gli insulti su internet, certi ex compagni dell’università che di colpo sono riapparsi nella mia vita per giudicarmi. Tuttavia, devo ammettere che non mi sono interessato molto a quelle polemiche. Ero intimorito e non avevo la forza necessaria per sopportare un certo “linciaggio†mediatico, né la voglia di rispondere a tutti i miei detrattori».
La sua “confessioneâ€, tuttavia, non provocò soltanto reazioni negative. Se ben ricordo ci fu anche una sincera manifestazione di solidarietà nei suoi confronti.
«Assolutamente. I giornali progressisti, Tel Quel, Nichane e Le Journal Hebdomadaire su tutti, mi hanno sostenuto e hanno condannato l’accanimento di cui ero vittima. Ma ciò che più mi ha impressionato, positivamente intendo, è stata la reazione della gente comune. Ad esempio, ricordo che dopo una lettura pubblica in una libreria di Casablanca, un uomo si è avvicinato a me tenendo per mano una ragazzina e ha detto: “figlio mio, la mia bambina vuole diventare come te, vuole fare la scrittrice. Conto su di te perché continui a coltivare questo sogno..â€. Non potrò mai dimenticarlo. Questo gesto per me ha un significato profondo. Durante l’incontro avevo parlato apertamente di tutto, della mia vita, della mia omosessualità e nonostante ciò un padre, marocchino, ha aperto le braccia chiedendomi di aiutare sua figlia a scrivere. È stata la testimonianza che un “altro†Marocco esiste. Un Marocco libero, che ha il coraggio di riflettere con la propria testa, nonostante sia stato fatto di tutto per impedirlo. Un Marocco in cui credo fortemente».
Lei ha definito il libro collettivo Lettres à un jeune marocain (2009)*, di cui è stato il promotore, “una mano tesa verso la gioventù perduta e isolata†del suo paese. Perché la considera “perduta e isolata†e da dove è venuto il bisogno di scrivere e pubblicare quelle lettere?
«I giovani marocchini sono “perduti e isolati†perché restano esclusi dall’attenzione sociale e dall’interesse di un sistema politico ontologicamente conservatore. Lo vediamo nella pessima qualità dei programmi di istruzione, nella mancanza di progetti di sviluppo o di inserimento lavorativo a lungo termine, nello spazio marginale che è relegato alla cultura. È una costatazione di dolorosa impotenza. L’energia che percepiamo anche solo per le strade, quando ci troviamo in Marocco, la vitalità e l’attivismo che germoglia dal basso, non si trasforma in cambiamento, in rinnovamento. Si perde a poco a poco, lascia spazio alla voglia di andarsene o viene affogata negli arcaismi che reggono ancora la nostra società, nella paura che l’ha dominata per decenni.
Io stesso vengo da questa realtà, dove si ha l’impressione che il governo, dal sovrano all’ultimo gradino dell’amministrazione, non ci conosca, non parli il nostro linguaggio e non si rivolga a noi. Nemmeno gli intellettuali, o la classe colta in genere, prestano troppa attenzione alla popolazione. In Marocco c’è una profonda frattura sociale che sembra accentuarsi, invece di ridursi, negli ultimi anni. Una frattura di ordine generazionale, ma anche politico ed economico.
Ciò che mi ha spinto a lanciare l’idea delle Lettres à un jeune marocain, è stato il gesto dei due giovani fratelli kamikaze che nel 2007 si sono fatti esplodere insieme, di fronte al Consolato statunitense di Casablanca. Dopo lo choc provocato da quell’episodio tragico, ho scritto un articolo intitolato “Il faut sauver la jeunesse marocaine†[Tel Quel, aprile 2007]. Le lettere raccolte nel libro sono state il passo successivo.
Volevo parlare a quei ragazzi, volevo dar voce al loro sentimento di impotenza, alla rabbia. Potevo immaginare quello che era successo nella loro testa e poi nel loro corpo. Mi sentivo anch’io uno dei personaggi di un film alla Paradise Now. Per di più, nei giorni seguenti all’attentato, avevo letto alcune reazioni che mi hanno ferito. “Non erano dei veri marocchini, non è questa la nostra educazioneâ€, erano i commenti più diffusi. Io ho sentito il bisogno di difenderli in qualche modo».
Nell’articolo “Il faut sauver la jeunesse marocaine†lei ha scritto: «il Marocco mi preoccupa. Da vicino e da lontano. Ciò che sta succedendo in questo paese è molto grave […] una tragedia moderna a cui non posso rimanere insensibile, ma l’essere arrivati a questo punto non costituisce in sé una vera sorpresa». Perché?
«Come accennavo sopra, il fatto che quei ragazzi siano diventati fanatici islamisti non significa che non abbiano diritto a una difesa. Al contrario, sono fin troppo evidenti i motivi che li hanno portati a certe scelte, a compiere un simile gesto di violenza estrema. Con il mio articolo, e poi con il libro, non ho cercato di giustificarli, ma ho voluto liberare un grido lacerante che da tempo mi ribolliva dentro, ho voluto lanciare un messaggio: è arrivato il momento di fermarsi a riflettere, di interrogarsi e comprendere un malessere ben radicato nella nostra società.
Anche io ho vissuto l’odio per un Marocco indifferente. Mi sono sentito schiacciato e maledetto, e ho maledetto a mia volta un paese che sembra appartenere solo ai ricchi. Quanto successo ai due fratelli kamikaze o agli altri giovani provenienti dalla baraccopoli di Sidi Moumen [Casablanca], che si erano fatti esplodere nel 2003, sarebbe potuto succedere anche a me. Mi sentivo povero, solo, abbandonato ai miei tormenti, succube dei diktat del gruppo, della religione e di chiunque potesse vantare un briciolo di potere. Due cose mi hanno salvato. Mia madre M’Barka, che non ha mai smesso di incoraggiarmi nei miei studi, e l’amore per il cinema. Per questo ho concluso il pezzo dicendo: “gli attentati terroristi di Casablanca sono atti criminali, ma lo è anche l’inerzia con cui si continua ad abbandonare la gioventù di questo paese a se stessaâ€Â».
Un paio di anni dopo la pubblicazione di quelle lettere sembra che una risposta sia arrivata dalla stessa gioventù marocchina (e non solo). Che cosa rappresenta per lei il Movimento 20 febbraio?
«Il Movimento 20 febbraio è l’evento politico più importante a cui ho assistito nella mia vita. A 38 anni ho imparato tantissimo da questi ragazzi, dal loro coraggio nello scendere in strada, nel rompere tabù e mettere fine al silenzio e alla paura. L’ammirazione che provo per loro non l’ho mai sentita per nessun altro. Per poco che sia il risultato politico ottenuto fino ad ora, vedere il loro coinvolgimento, la solidarietà attiva, la volontà di esporsi in prima persona per rivendicare il diritto di decidere del proprio destino, ha rappresentato un’iniezione di speranza. Per me è l’inizio di una rivoluzione, il sintomo di una rottura soprattutto mentale. Anche se le mobilitazioni sembrano essersi placate, il germe del movimento continua a farsi largo in una società che è rimasta troppo a lungo assopita e votata all’obbedienza».
Lei ha sostenuto esplicitamente il Movimento 20 febbraio con una serie di articoli pubblicati su Le Monde e sul settimanale Tel Quel. Non si può dire lo stesso nel caso degli altri scrittori marocchini (eccetto Abdehak Serhane e Abdellatif Laabi) o più in generale del panorama intellettuale, rimasto silenzioso e distante anche nei mesi più caldi della protesta. Secondo lei esiste ancora una vera classe intellettuale nel suo paese oppure è soltanto un ricordo degli anni ’70 e ’80?
«Non so se esista ancora, in effetti anche io me lo domando. Certo il tempo dei Mohamed Choukri, Driss Chraibi, Mohamed Khair Eddine, delle riviste Souffle e Lamalif è lontano, e non soltanto sul piano cronologico. In questo clima di risveglio, la classe intellettuale ha brillato per la sua assenza, per la sua apatia. Una constatazione che conferma il suo distacco dalla realtà sociale e politica del paese. Ma non importa, che continuino pure a dormire. Ciò che conta oggi è che centinaia di ragazzi, di diciotto-ventanni, siano in prima linea per chiedere il cambiamento. In piazza di fronte alla polizia, nei quartieri poveri dove fanno sensibilizzazione, nelle università. Sono loro che bisogna sostenere, sono loro l’esempio da seguire. Da un anno e mezzo a questa parte i giovani rivoluzionari marocchini, ma più in generale di tutto il contesto arabo, hanno dimostrato ancora una volta di essere all’avanguardia su chi li governa e su chi appoggia, tacitamente o meno, regimi cancrenosi. Questi giovani, ispirati e ben motivati, non hanno bisogno della benedizione degli intellettuali».
Dopo un 2011 segnato dalle contestazioni di piazza e dalla riforma della costituzione voluta dal sovrano, sembra che poco sia cambiato, in realtà, nella struttura di potere. Il makhzen (apparato di regime che ha il vertice nel palazzo reale) non sembra aver ceduto le sue prerogative. Ciò nonostante si sono tenute delle elezioni sostanzialmente trasparenti, che hanno consacrato una formazione di ispirazione islamica come primo partito in Parlamento. In che modo ha vissuto l’ascesa al governo del PJD?
«Con naturalezza. Una parte della popolazione che si è recata alle urne ha votato per loro. Era prevedibile, in un panorama politico atrofizzato dalla corruzione e dai legami clientelari, il PJD ha beneficiato di una indiscussa credibilità e ha presentato un programma votato al rafforzamento dello stato sociale. Sinceramente spero che riescano a metterlo in pratica, ne hanno tutto il diritto e servirebbe almeno a migliorare la situazione socio-economica del paese. Il resto per me è demagogia: sia utilizzare la religione per fini politici sia stigmatizzare a ogni costo gli islamisti, un’attitudine che per giunta non fa che rafforzarli. Credo invece che ogni persona che si definisca democratica non possa prescindere dall’instaurare una dialettica intelligente con queste forze. Ciò significa aprire un dibattito sul loro operato politico e su tale base formulare un giudizio, non emettere condanne ideologiche a priori, cadendo così nello stesso errore dei fondamentalisti. Certo, io sostengo l’instaurazione di uno stato laico. Ma penso che il miglior modo per raggiungere questo obiettivo non sia lanciare anatemi contro un nemico dipinto a tinte infernali. Cerco piuttosto, ogni volta che ne ho la possibilità, di confrontarmi in modo costruttivo con la realtà che mi sta di fronte, una realtà di cui i partiti e l’elettorato islamista sono parte integrante».
Ha appena parlato di islamismo e di laicità. Lei si definisce una persona credente? Qual è il suo rapporto con la religione?
«Non ho nessun problema con la religione, soprattutto con quella degli altri, finché non va a incidere sulla mia libertà. Detto questo, c’è una parte di me che è credente. La parte che resta legata a quella religiosità ancestrale - fatta di santi, marabut e jinn - ereditata da mia madre. La definirei quasi una religione reinventata. Di solito in Marocco, quando si parla di jinn, santuari e credenze esoteriche antecedenti all’islam, si pensa solo ai poveri e agli ignoranti. Per me è l’inverso, è lì che risiede la ricchezza e la poesia dei marocchini. Ricordo mia madre mentre declamava versi, inventava storie o partecipava a brevi rappresentazioni nel piccolo marabut vicino al cimitero di Salé. Sono momenti, come è percepibile in tutti i libri che ho scritto, che mi hanno impressionato e a cui non sono disposto a rinunciare. Istanti in cui l’umano e il divino si sono avvicinati al mio sguardo ancora bambino con genuinità, senza bisogno di sovrastrutture o impianti dottrinali. Credere, per me, significa rimanere fedele a quest’universo, al ricordo di mia madre morta un anno e mezzo fa, e rispondere così a un bisogno di spiritualità insito nella natura umana».
 
 
 
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