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Israele - Prigioni lager
 
   
  
 
   
Sono 4700 i prigionieri incarcerati da Israele per ragioni politiche, comprese 8 donne. Ma la cosa più sconcertante è che sono detenuti anche 180 bambini

di Antonio Rolle

«Sono stato torturato e, come tutti voi, ho solo una vita a disposizione; e invece non ho potuto crescere i miei figli, dividere il mio tempo con la donna che amo, e solo topi e scarafaggi sono stati compagni e testimoni di mesi interminabili in scatole di un metro e mezzo per due, mesi in cui non avevo una finestra, solo un ventilatore e la luce sempre accesa, e a volte neppure quello, solo l’aria attraverso lo spioncino della porta. Per infinite volte il mio universo è stato largo quanto un cortile, e solo per meno di un’ora al pomeriggio, ammanettato mani e piedi, in isolamento senza una radio, una televisione, un libro e per toilette un foro nel pavimento. Eppure non ho mai odiato nessuno. (...)». (1) È la testimonianza del prigioniero politico palestinese più conosciuto, Marwan Barghouti. Quello che Uri Avnery, il noto giornalista e pacifista israeliano, non esita a chiamare il nuovo Nelson Mandela nell’apartheid della Cisgiordania occupata. Marwan Barghouti ha subito un processo farsa nel giugno del 2002 e condannato a 5 ergastoli per essere stato, secondo l’accusa, a capo dell’organizzazione Tanzim, gruppo giovanile di Fatah, responsabile, secondo il tribunale israeliano, di numerosi atti terroristici contro soldati e civili israeliani. Con la cattura di Gilad Shalit, Hamas, l’organizzazione islamica che deteneva il soldato israeliano  aveva proposto, nella lista dei prigionieri da scambiare, Marwan Barghouti. Il governo israeliano ha depennato immediatamente il nome del “Mandela palestinese†escludendo irrevocabilmente ogni possibilità di liberare colui che oggi fa appello, dal carcere, a una nuova Intifada non violenta per liberare il popolo palestinese dall’oppressione dell’esercito israeliano. «(...) Ho sostenuto instancabile il processo di pace, quando davvero pensavo che Israele intendesse ritirarsi dal mio paese - nessuno può dire che Israele in me non abbia trovato qualcuno con cui parlare. Io ho parlato con Israele, sempre e ho creduto nelle sue parole. Il mio unico problema è l’occupazione. Mi è stato tolto tutto, ma non è possibile togliermi il diritto e la dignità di smentirvi: non voglio distruggere Israele, non voglio distruggere nessuno. Voglio solo vivere libero». (2)
 
Più di sei mesi fa avevamo già fatto un intervento sul problema dei prigionieri palestinesi: lo scambio tra prigionieri dopo la cattura del soldato israeliano Gilad Shalit - i bambini palestinesi incarcerati - le torture - quella che viene chiamata “la detenzione amministrativaâ€. Oggi, quasi fossimo stati profetici, la questione dei prigionieri palestinesi è diventata un problema centrale nello scontro che oppone Israele e il popolo palestinese. L’attenzione verso questa vera e propria piaga del conflitto israelo-palestinese è dovuto soprattutto al fatto incentrato sulla decisione, prima solo individuale ma in seguito collettiva, da parte dei prigionieri palestinesi, di protestare per le loro condizioni di carcerati utilizzando uno strumento principe della lotta non violenta contro qualsiasi potere oppressore: lo sciopero della fame. Per onor di cronaca occorre dire che lo strumento dello sciopero della fame non è un’invenzione solo attuale nella lotta condotta dai palestinesi contro i soprusi e le illegalità della tanto decantata democrazia israeliana. Fin dagli anni settanta nelle prigioni di Tel Aviv vi sono stati scioperi della fame per protestare contro le miserabili condizioni dei prigionieri palestinesi. Nel 1984, nel 1985 e nel 1987, tre scioperi collettivi della fame ottengono vittorie molto significative per le condizioni dei prigionieri politici palestinesi: celle meno affollate, televisione e radio. Ma soprattutto libri. E ancora di più, sfidando l’interdizione per legge dei carcerieri israeliani, i prigionieri palestinesi hanno incominciato a parlarsi, a incontrarsi, a studiare, a confrontarsi. Le prigioni israeliane si riempiono intanto di molti laureati, professori, insegnanti, medici, artisti, e diventano, per i palestinesi, in alcuni casi, vere e proprie scuole universitarie. È in uno di quei periodi che il “Mandela palestinese†Marwan Barghouti impara l’ebraico e non ha nessuna difficoltà, oggi, a rispondere, nella lingua d’Israele, alle accuse degli arcigni giudici israeliani. Khader Abu Kabbara, presidente del Club Ortodosso di Beit Jala, una cittadina sopra Betlemme, devastata dai bombardamenti durante la seconda Intifada, racconta un episodio particolare e curioso sulla sua permanenza nelle prigioni israeliane (Abu Kabbara ha passato quasi dieci anni in varie prigioni d’Israele). «Pensate che nel 1994 nascosi l’intero archivio del Pflp (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), nomi, indirizzi, letteratura, nel pavimento della mia cella in Negev. Quando nel 2002 venni di nuovo arrestato in detenzione amministrativa, mi portarono in Negev, nella stessa cella. Ho controllato: l’archivio era ancora là». (3)
 
In questo mese di maggio 2012 è stata inviata al nostro ministro degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata una lettera che portava, tra le altre, la firma di Luisa Morgantini già vicepresidente del Parlamento Europeo, di don Giovanni Franzoni della Comunità di S. Paolo, di Moni Ovadia regista e attore, di Vincenzo Vita senatore del Pd. La lettera descrive la situazione attuale dei prigionieri politici nelle carceri israeliane e chiede un intervento fermo presso il governo israeliano. Ci sarà un esito, una risposta per quanto insufficiente? Ne dubito, ma mai dire mai. 4700 sono i prigionieri palestinesi attualmente incarcerati in Israele. Un migliaio era stato liberato durante lo scambio con il soldato Gilad Shalit. Metà di questi sono stati democraticamente ( sic!)  ripresi e rimessi in prigione. Come dire: gli israeliani rispettano la parola data! In prigione ci sono anche 8 donne e 27 membri del parlamento palestinese democraticamente eletti. Per i palestinesi non esistono le parole immunità e garanzie contro gli arbitri del potere esecutivo israeliano. 120 sono i prigionieri politici che sono in carcere da più di 25 anni. I prigionieri bisognosi di cure mediche sono 1000 (colpiti dal cancro - ferite per le torture subite - problemi di vista ecc.). Ma quello che indigna, al di là di ogni giustificazione, è che nelle carceri israeliane ci sono ancora 190 bambini palestinesi colpevoli per lo più di aver lanciato pietre contro un colono usurpatore, un autoblindato o un carroarmato. I prigionieri in “detenzione amministrativa†sono attualmente 320. Sono prigionieri all’oscuro della reale motivazione della loro detenzione, senza diritto a un normale processo, completamente sottomessi alle bizzarie dei giudici militari israeliani (della “detenzione amministrativa†in Israele abbiamo scritto su l’altrapagina del mese di novembre del 2011. Per informazioni dettagliate, consultare il sito www.addameer.org). Lo sciopero della fame di massa di 1200 prigionieri palestinesi (l’hanno chiamata la “battaglia dello stomaco vuotoâ€) sembra essersi concluso con un accordo stipulato tra rappresentanti palestinesi e autorità israeliane. Sostanzialmente l’accordo prevede la fine dell’utilizzo dell’isolamento per “ragioni di sicurezza†(un’infamia che alcuni palestinesi hanno subito anche fino a 10 anni) e l’abrogazione della negazione delle visite familiari dei prigionieri di Gaza dal 2007 e dell’impedimento di accesso agli studi universitari fin dal giugno del 2011. L’accordo contiene anche un contenimento parziale della pratica di “detenzione amministrativaâ€. Per cinque prigionieri in “detenzione amministrativa†e in sciopero della fame da ben 77 giorni è stato deciso che la detenzione non verrà rinnovata al momento della sua scadenza. Oltre agli altri, sono salvi dalla loro possibile morte i due detenuti più conosciuti e famosi: Bilal Diab e Thaer Halahleh.
 
Abu Hosni Sarfiti è un padre di 61 anni e vive a Gaza City. Ha avuto tre figli e quattro figlie. Due dei suoi figli sono stati uccisi dall’esercito israeliano: uno aveva 23 anni e l’altro soltanto sette. Il terzo figlio, Ali Nidal al Sarfiti, vive nelle prigioni israeliane dal 7 luglio 2002. È stato condannato a 16 anni di carcere per aver militato nella resistenza durante le incursioni dell’esercito israeliano a Gaza. Dal 2004, il padre e la madre di Ali, non possono più visitare in carcere il figlio per motivi di sicurezza. «Sappiamo di lui solo da alcune persone della Cisgiordania che vanno a visitare i loro parenti nelle carceri israeliane», dice Abu Hosni. E poi aggiunge: «Per me i momenti più difficili sono quelli in cui Ali è ammalato o ci sono problemi all’interno del carcere. (...) Questo significa soffrire. È molto difficile per un padre o un parente non poter vedere il proprio figlio che è in prigione. I miei due figli sono stati uccisi. So il loro destino, sono morti. Tuttavia Ali è ancora qui e non mi è permesso di andarlo a trovare o sapere cosa sta facendo». (4) Abu Hosni ha saputo da alcuni parenti di prigionieri che suo figlio Ali faceva lo sciopero della fame fin dal 17 aprile. Se Israele non ometterà di rispettare gli accordi stipulati con i rappresentanti dei prigionieri palestinesi dopo lo sciopero della fame di massa, cosa troppo spesso avvenuta in passato, Abu Hosni e la sua famiglia potranno finalmente rivedere in carcere il loro Ali.
 
 
 
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