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Ricorrenze. Com’è cambiata l’Italia dopo l’attentato di Capaci

di Margherita Mastriforti

23 maggio 2012. Ricorre l’anniversario della morte di Giovanni Falcone, di sua moglie e tre uomini della scorta, avvenuta il 23 maggio 1992. Una potente deflagrazione di una smisurata quantità di tritolo provoca nella terra di Capaci una voragine così profonda da inghiottire cinque persone, automezzi e macchine blindate. In quella colonna di fumo che si eleva fino al cielo, in un giorno di una mite e dolce primavera siciliana, vengono spazzati via sforzi, intuizioni, progetti e strategie che avrebbero, se non debellato, senz’altro indebolito e reso più vulnerabile l’immenso e smisurato potere mafioso. Già, perché in quel massacro perde la vita un giudice, che per lunghi anni dedica tutte le sue energie a capire la Mafia, a comprendere come questa organizzazione criminale abbia potuto costituirsi come alter ego dello Stato. Cerca di scoprire con quali mezzi e strumenti abbia potuto erigersi così in alto da far tremare le istituzioni democratiche di un paese, renderle fragili e ricattabili. Un giudice pervicace, attento, meticoloso, non scarta nessun indizio, nessuna traccia, un lavoro certosino, minuzioso, che lo porta a dover scontrarsi con gli organi costituiti, i quali non capiscono o meglio ancora non vogliono capire, la portata e le novità di quel lavoro, che senz’altro conduce là al nocciolo del problema. Arrivano i primi risultati, si celebra il maxiprocesso a Palermo contro i mafiosi. È un risultato eclatante, un duro colpo viene assestato al sistema Mafia.
Il giudice infaticabile, continua la sua ricerca che si rivela vincente, ma ha bisogno di sostegni, di alleanze e complicità da parte della società civile, delle istituzioni, della politica, dei colleghi. La risposta è l’esplosione di tritolo che in quel momento azzera tutto e tutto trascina nelle viscere della terra. L’attonito e incredulo spettatore elabora l’idea che nella voragine provocata dal tritolo e dove perdono la vita cinque persone, venga inghiottita anche la sostanza stessa della vita, sente che si dissolvono, come la polvere dell’esplosione, la giustizia, la lealtà, il lavoro onesto, la tenacia, il coraggio. L’attonito e incredulo spettatore sente che sono stati sottratti e sepolti nella voragine parole, gesti, linguaggi, pensieri, idee, strategie che costituivano l’essenza dell’uomo. Avverte solitudine, smarrimento, confusione, soprattutto ha paura e timore che il vuoto creatosi con l’esplosione possa essere colmato con qualcosa di non autentico. Infatti di lì a poco nasce una nuova strategia che va a declinare tutti i possibili spazi vitali. Cambia la comunicazione dei media, che adottano un linguaggio semplice, a volte banale, a volte volgare, dove l’offerta è una sola e sempre quella: felicità, ricchezza, bellezza, divertimento. I palinsesti della televisione, non solo quella commerciale, che è la novità di quegli anni, ma anche il servizio pubblico si adegua, non più bella prosa, non più appuntamenti con il teatro, con il buon cinema, non più un linguaggio articolato, ricco che esprima profondità, ma impazzano nani, mostri, veline e ballerine.
La politica, l’arte di saper governare le città, alla quale il giudice chiedeva complicità, alleanza e sostegno per portare a termine un disegno coraggioso, si aliena dal suo profondo significato e diventa altro: imbonitrice, fabbrica della menzogna, presenzialismo, autoreferenziale, corruzione. Si offre quantità piuttosto che qualità. Tutto deve essere grande, fuor di misura, sopra le righe. MegaStore, giganteschi automobili, i “suvâ€, che non trovano spazi nelle strade delle nostre piccole città, gioielli costruiti anche dieci secoli fa. Case, case e ancora case, fino a distruggere gli argini di un intero territorio e far morire nel degrado e abbandono i nostri bellissimi e unici centri storici. Guadagni stratosferici, che non hanno attinenza con il lavoro pesante e faticoso di tutti i giorni. Stili di vita inimmaginabili. Il potere del denaro si espande all’infinito è l’apoteosi delle banche, degli istituti di credito, è la supremazia della finanza. Una finanza malata che detta le regole fino a sostenere che indebitarsi è bello (mutui subprime, ipoteche, carte di credito) e mercati, economie e politiche si inginocchiano davanti alla nuova divinità. La sostenibilità di questo sistema folle non può durare all’infinito, ed ecco che da circa cinque anni siamo precipitati in una crisi di sistema così profonda da sembrare irreversibile, senza via di fuga.
Eppure studiosi, esperti di economia ma soprattutto uomini intelligenti e con un’anima, attenti a individuare percorsi nuovi e più umani, fanno rinascere speranze e volontà di cambiamenti. Come il trattato di Emanuele Campiglio “L’economia buona†ed. Bruno Mondadori, ci restituisce una visione del mondo più a misura di uomo, dove il Pil (Prodotto interno lordo) non può essere la misura del tutto, ma paradossalmente può esserci un’altra unità di misura che indichi il benessere con categorie rispettose delle esigenze degli individui e dell’ambiente Fil (Felicità interna lorda). Per esempio un’economia che si basi sul consumo collaborativo, un credito senza banche, lavoro e beni comuni, condivisione della mobilità, consumo critico ed etica della sobrietà. Prima di lasciarci Edmondo Berselli ci dona una piccola guida, un vademecum dove indica il ritorno a un mercato più umano orientato verso i bisogni fondamentali di una società. L’economia giusta ed. Giulio Einaudi. L’autore tratteggia ipotesi di cambiamenti fondamentali, contro corrente, difficili da digerire e farli propri: «Nel frattempo noi europei proveremo a vivere sotto il segno meno: meno ricchezza, meno prodotti, meno consumi». «Occorre accingerci a costruire una cultura, forse non della povertà, bensì della minore ricchezza. Di un benessere più limitato». «Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ di intelligenza e d’umanità davanti».
Vogliamo credere che il coraggio del Giudice torni a far girare il mondo con una energia rinnovata…
 
 
 
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