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Opinioni. Sulle sorti dell’università, ecco il parere del professor Tommaso Sediari dell’ateneo di Perugia

a cura di Matteo Martelli

L’anno accademico 2011-2012 sta per concludersi. Alla Ministra Gelmini è subentrato da oltre cinque mesi (novembre 2011) il Ministro Profumo. Ma la riforma non sembra aver fatto passi in avanti. Domina una piatta continuità burocratica. Non si scorge all’orizzonte nessuna idea di università. O non è così?
«Sì, l’impressione è proprio che in effetti non ci sia una qualche visione prospettica di un nuovo sistema universitario. D’altra parte da un governo tecnico (ancorché il ministro sia un eminente professore universitario) non ci si può aspettare tanto di più. Ritengo che dovremo attendere altro tempo per poi però rapidamente esigere una qualche scelta di linea politica universitaria, che sia in grado di dare risposte positive in termini culturali e organizzativi e che consentano alla nostra università italiana di tornare ad essere competitiva e sullo stesso livello delle migliori università internazionali».
L’Università italiana fino al 2000, confrontata con gli atenei europei e americani, presentava una particolare organizzazione, con durata di corsi minima di quattro anni, pochi esami (18 a Lettere) ma duri, conclusione con una tesi di laurea che spesso era pronta per la pubblicazione. Con la riforma targata Berlinguer-Zecchino si tentò di equiparare corsi e durata degli studi ai modelli europei e anglosassoni. A dodici anni dalla sua applicazione, quale è la sua valutazione? Sono stati conseguiti gli obiettivi allora indicati? Son diminuiti i fuoricorso? È cresciuta la qualità formativa con l’assetto 3+2? Cosa non ha funzionato? È colpa dell’incremento del numero delle discipline e del numero degli esami, se i risultati sono insoddisfacenti? Ha funzionato o non ha funzionato il sistema dei moduli/crediti?
«Il sistema 3+2 era stato pensato per allineare le nostre università a quelle più avanzate almeno al livello europeo, anche rispondendo ai criteri della Dichiarazione della Sorbona prima e del Processo di Bologna poi. In effetti non possiamo riscontrare effetti positivi; ritengo che nella idea del legislatore ci fosse quello di realizzare un primo triennio di base che da un lato consentisse ai nostri giovani di conseguire un titolo in pari età con i giovani degli altri paesi europei e no: su questa base poi le università avrebbero dovuto costruire dei filoni di specializzazione per lauree magistrali vere e proprie. Che cosa è avvenuto? Che i docenti universitari hanno immaginato di realizzare tanti, troppi corsi triennali, impoverendo di fatto il corso successivo con specializzazioni più di nome che di effettive competenze; io avrei immaginato più interessante e proficuo che le singole università avessero fornito le lauree triennali andando però poi alla costituzione di lauree specialistiche tramite associazioni di più università, ognuna fornendo le competenze specifiche vere e di altissimo livello: avremmo così risparmiato risorse e avremmo fornito un più alto livello di conoscenze. Le lauree triennali infine non forniscono sbocchi concreti ai giovani non avendo il legislatore provveduto a favorire opportunità occupazionali adeguate».
Si dice che tra le ragioni della crisi dell’università sia da annoverare l’amministrazione degli atenei, che è accusata di aver sprecato i finanziamenti erogati e le tasse (salate) pagate dagli studenti. C’è una strada per salvare l’università italiana? È sufficiente mettere mano alla borsa ministeriale? Che cosa dovrebbe cambiare nell’organizzazione degli atenei? È praticabile l’ipotesi della loro internazionalizzazione? E come può essere realizzata? Quali costi prevedere? È auspicabile la nascita di facoltà tematiche legate al territorio, che ne interpretino la vocazione e ne potenzino le opportunità e le risorse? Ha futuro l’università on line?
«Per alcuni atenei ci può essere stata anche la causa di una cattiva, non oculata amministrazione avendo essi seguito, in tempi trascorsi, una facile, allegra amministrazione in linea con gli sprechi del passato e che ci hanno portato alla situazione attuale. L’università per suo essere è internazionale negli approfondimenti culturali, i migliori docenti da sempre hanno proficui contatti e collegamenti di ricerca. È certo altresì che le università debbono rispondere in maniera efficace anche agli stimoli che provengono dal territorio e dal mondo operativo, salvaguardando la missione culturale che, ho detto, per sua natura essere internazionale. Le università on line hanno uno spazio se rispondono alle esigenze di giovani studenti che per cause di lavoro o peggio per cause economiche non possono frequentare le università tradizionali, le quali rimangono i riferimenti migliori per una vita universitaria vera e propria e dove il giovane si forma non solo per gli studi ma anche per una serie di conoscenze reciproche e respira l’aria universitaria. Bene le Università on line se si rimuovono alcune zone in ombra e se si effettuano maggiori controlli sulla loro qualità».
Tra le ricette per salvare l’università italiana, oltre alla valutazione di docenti e atenei, è stato proposto di attuare un sistema di incentivi e disincentivi; di erogare da parte dello stato più risorse agli atenei migliori e, all’interno di ogni università, ai dipartimenti migliori; di riconoscere il merito di atenei, dipartimenti e docenti; di alzare e liberalizzare le tasse; di incrementare la mobilità studentesca, anche internazionale; di liberalizzare gli stipendi e il reclutamento dei docenti; di abolire i concorsi; di cancellare il valore legale del titolo di studio. Cosa pensa lei di queste proposte? Se fossero prese sul serio e realizzate, quali conseguenze potrebbero produrre negli atenei, nella ricerca e nella società italiana?
«In generale ritengo che se tutte le ricette da Lei indicate fossero prese sul serio e realizzate potrebbero produrre frutti assai positivi, ma andiamo con ordine, proverò a rispondere più analiticamente. Sembra ormai acquisito che si va verso un sistema di valutazione del corpo docente. Al riguardo l’ANVUR, l’Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, ha pubblicato i criteri per la Valutazione della Qualità della Ricerca e propone un quadro generale sulle logiche della valutazione e sui criteri valutativi applicati alle diverse Aree: e qui intravedo qualche difficoltà per le caratteristiche diverse dei diversi settori scientifico-disciplinari, in particolare tra aree scientifiche ed aree umanistiche. Si tratta però di sviluppare un sistema valutativo efficiente e allo stesso tempo rispettabile delle diverse caratteristiche. Per quanto riguarda i concorsi, sarebbe azzardato sostenere che potrebbero essere sostituiti da scelte “serie†dei cosiddetti “baroniâ€, quelli veri non quelli sedicenti, che, nella responsabilità di organizzare il sistema della propria università, sarebbero costretti a scegliere il meglio del meglio per non vedere ridimensionata la propria, con scelte di comodo? Certo la premessa è quella di abolire il valore legale del titolo di studio mettendo sul mercato libero le singole università che sarebbero costrette a comportarsi seriamente».
L’Italia – come tutto l’Occidente – è afflitta da una grave crisi economica, culturale, sociale. Molti sostengono che l’investimento nell’università e nella ricerca è una delle strade per uscire dallo stato di crisi. E che la scuola e l’università possono ancora contribuire al progresso economico, culturale e sociale, perché le fratture e le divisioni sociali non sono irreversibili. Cosa pensa in proposito?
«Penso di ciò tutto il bene possibile. La scuola in generale, l’Università in particolare, saranno nonostante tutto sempre più chiamate ad un ruolo propulsivo di tutto riguardo; è difficile immaginare che il progresso della società nel suo complesso possa prescindere da una scuola eccellente nella quale l’attenzione per la cultura significa formare giovani capaci di cogliere le novità e i cambiamenti di una società sempre più dinamica. Queste affermazioni però esigono adeguati investimenti nelle università e nella ricerca che non mi sembrano oggi riscontrabili nel nostro paese».
 
 
 
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