Diaz, Chi ha voluto quel pestaggio?
di Pietro Mencarelli
DIAZ di Daniele Vicari è un bel film su una pagina nera della storia d’Italia, su un momento tragico delle giornate del G8 a Genova. È il luglio 2001 e a Genova si riuniscono i “grandi†dei paesi più industrializzati al fine di risolvere i problemi del pianeta terra. Un summit che si rivelerà naturalmente inutile come gli altri (oggi ci troviamo in una situazione di collasso mentre problemi gravi come l’inquinamento e la fame nel mondo si vanno sempre più aggravando). A far gli onori di casa un governo di centrodestra con presidente del Consiglio Berlusconi, vicepresidente Fini, ministro della Giustizia Castelli e ministro dell’Interno Scajola. Nonostante televisioni e giornali si genuflettano come inebriati al cospetto dei potenti (nei notiziari televisivi un giornalista contesta i manifestanti ponendo una ridicola domanda: «Perché la protesta dal momento che è in gioco la lotta alla povertà ?»), un imponente movimento di gente comune sfila in strada a contestare pacificamente sprechi e scelte ritenute errate. Le misure di sicurezza sono eccezionali ma tutto fa prevedere uno svolgimento della giornata piuttosto tranquillo. Spuntano a un tratto nelle piazze individui col volto coperto, i black block, che assaltano indisturbati negozi, spaccando e incendiando tutto. I cittadini che manifestano, dopo aver inutilmente segnalato violenza e disordini a chi di dovere, si pongono inquietanti interrogativi: - Dove sono le forze dell’ordine? Perché i black block sono tollerati? - Parrebbe loro che tali esseri turbolenti non siano infatti l’obiettivo delle forze dell’ordine, dato che queste ultime non intervengono neppure quando dovrebbero fermarne qualcuno fra i più facinorosi, preferendo al contrario la ritirata. Ma, a un certo momento e ingiustificatamente, attaccano con estrema violenza il corteo pacifico e autorizzato dei disobbedienti causando il doloroso “incidente†di piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani (don Andrea Gallo denuncerà tale fatto come frutto di una imboscata poliziesca). Il film indugia su piccole storie che si compenetrano, storie di giovani manifestanti impegnati politicamente, di giornalisti, pensionati, legali, poliziotti, comuni cittadini...
Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna che decide di andare di persona a Genova per vedere cosa stia accadendo. A Genova si trova pure l’anarchica tedesca Alma che ha partecipato agli scontri e ora, sconvolta dalle violenze cui ha assistito, insieme a Marco (organizzatore del Genoa Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Poi ci sono un giovane avvocato del Genoa Legal forum, un manager francese interessato all’economia solidale che è lì per un seminario dell’economista Susan George, un anziano sindacalista della Cgil che con altri pensionati ha preso parte al corteo, due anarchici francesi, due giovani di passaggio alla ricerca di un luogo per dormire prima di ripartire… Tutti costoro (insieme a molti altri ovviamente) vengono indirizzati verso la Diaz, un complesso scolastico adibito per l’occasione a dormitorio. È la notte tra il 20 e il 21 luglio quando, all’improvviso, all’interno della Diaz irrompono centinaia di poliziotti con il pretesto di perquisire il luogo sospettato di essere un possibile rifugio dei violenti black block. Solo che, una volta dentro, paiono non accorgersi di trovarsi di fronte solo a persone inermi che niente hanno a che fare con i black block.
Ed ecco spalancarsi una bolgia infernale, ecco prendere forma concreta, insieme alla più bestiale violenza, la cessazione di ogni diritto e razionalità . Persone al buio, donne e uomini di ogni età , indifesi, vengono aggrediti e massacrati da colpi di manganelli e di scarponi, lasciati a terra feriti (anche gravemente) e sanguinanti. Vengono fermate 93 persone, quindi incarcerate e ridotte in condizioni vergognose. Molte di queste diventano oggetto di inaudite umiliazioni alla caserma-prigione di Bolzaneto (particolarmente sconvolgente la scena della ragazzina costretta a denudarsi davanti a tutti, che viene insultata e beffeggiata con epiteti del tipo “quanto puzzi troiaâ€). Vengono ricoverati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Tale “selvaggio pestaggio†verrà definito macelleria messicana da un vice-questore (interpretato egregiamente nel film dal bravo Claudio Santa-maria). Puerili le giustificazioni di tali violenze, patetiche le prove (false) dei “corpi di reato†(come le due molotov esibite dalle forze dell’ordine che le hanno appositamente realizzate). Ma a che mirano le brutalità di Genova e la terribile mattanza della Diaz? Forse un segnale di forza dell’establishment al fine di intimorire un possente movimento che si oppone fermamente alla cosiddetta globalizzazione? Mentre alcuni agenti vengono più tardi riconosciuti colpevoli di violenza, i più alti responsabili non solo la fanno franca ma fanno non di rado addirittura carriera (è così strano in Italia?). Un esempio eclatante. Al tempo capo della polizia è Gianni de Gennaro (oggi sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio). Incolpato a più riprese, dopo condanne e assoluzioni, il 28 maggio 2012 la Cassazione lo proscioglie definitivamente dall’accusa, esprimendosi in tal modo: «C’è stata, è vero, una inqualificabile violenza da parte di 300 agenti… in assenza di reali gesti di resistenza nei confronti delle persone presenti per trascorrere la notte … ma non si è acquisita alcuna prova o indizio di un coinvolgimento decisionale di qualsiasi sorte (di De Gennaro ovviamente) nell’operazione Diaz».
Tecnicamente il regista ricorre al flash-back e flash-forward per riprendere le medesime situazioni ma da punti di vista di personaggi diversi. Una scena più volte ripetuta: una bottiglia di vetro vuota lanciata in aria volteggia al rallentatore, percorrendo una parabola, e dopo essersi infranta sull’asfalto sfiorando una volante della polizia davanti a una scuola, si ricompone nella sua interezza, tornando indietro nelle mani di chi l’ha lanciata. La bottiglia pretesto per la violenza poliziesca, diventa pure un artificio della memoria adatto a rievocare a tratti certi istanti, senza un necessario nesso temporale. La tensione derivante dalla crudezza dell’irruzione nella scuola Diaz è rappresentata da una sintesi di immagini da repertorio e di riprese accuratamente ricostruite (con bella fotografia sgranata e contrastata che si avvicina allo stile documentaristico).
Emotivamente come spettatori diventiamo partecipi di quel caos, di quell’orrore, di quell’incubo, di quell’apparente non-senso in quella notte di sangue. Il mezzo cinematografico – si è più volte ricordato – possiede l’immenso potere evocativo che penetra fino alla parte più profonda e nascosta di ognuno di noi e che è inimmaginabile in qualsiasi altro mezzo di comunicazione.