Manca la corrente ...e il sacerdote protesta
di Claudio Cherubini
Negli anni della Grande guerra, a seguito della scarsità dei combustibili, dal 1916 era stato disposto che la durata dell’illuminazione pubblica venisse dimezzata. In un primo momento la restrizione non interessò l’energia prodotta con impianti idroelettrici. Per questo motivo Sansepolcro, che era illuminato per mezzo dell’officina idroelettrica gestita dai Buitoni, non patì per alcuni mesi questa riduzione. Poi dal 1° luglio 1916 il servizio di illuminazione pubblica venne ridotto anche a Sansepolcro. In conseguenza di ciò venne ridotto anche il canone che il comune pagava alla Buitoni, che passò da 400 a 200 lire. Il fatto era che, come tutti gli anni «dai primi di Giugno a tutto Ottobre» l’energia prodotta con le acque del Tevere doveva essere «sussidiata da forza motrice a vapore» che ricadeva nella limitazione. In ogni caso dal 1° novembre 1916 la restrizione fu allargata a tutta «l’illuminazione con qualsiasi mezzo attivata» e dalle 22.30 Sansepolcro rimase al buio fino all’alba; inoltre alcune lampade venivano accese solo nei giorni festivi. Così il canone scese ancora ed arrivò a 173,34 lire al mese.
Al termine della guerra, fu il ripristino dell’orario dell’illuminazione pubblica l’unico segnale di miglioramento per la vita di Sansepolcro: il regio commissario ordinò di riattivare «l’ordinaria illuminazione» dal 1° gennaio 1919. Ma la ditta Buitoni che erogava questo servizio stabilì, «credendo di fare cosa gradita alla cittadinanza, di adottare tale provvedimento, a proprie spese», dal 23 al 31 dicembre 1918. Negli anni successivi le tensioni sociali che si vivevano in Italia, non permisero ai Buitoni di garantire un buon servizio di fornitura elettrica. Infatti la Buitoni «provvede[va] ai bisogni industriali del proprio stabilimento e di altri stabilimenti locali, nonché all’illuminazione pubblica e privata di Sansepolcro» per mezzo dell’impianto idroelettrico sul Tevere che però doveva essere integrato sia da una centrale termoelettrica posta nell’officina di Montedoglio sia, nei mesi estivi, dall’energia elettrica che veniva ceduta dalla Società Mineraria ed Elettrica del Valdarno e dalla Società del Carburo e Calcio di Terni. Quindi quando il 20, il 28, il 29 novembre e il 3 dicembre 1920 a Sansepolcro venne a mancare l’energia elettrica e il sindaco comminò una multa alla Buitoni di 207,5 lire, l’azienda si giustificò appellandosi alle cause di forza maggiore. L’azienda, premettendo che il servizio di pubblica illuminazione offerto a Sansepolcro era sempre stato «molto migliore di quello dei Comuni di tutta la Toscana e l’Umbria», precisò che per garantire il servizio «con grave sacrificio impegnò con la Società Elettrica Mineraria cento kilowatt di energia per i mesi di magra» e a sua volta la Società Mineraria, per assicurare i suoi impegni, aveva acquistato dalla Società della Volsinia di Terni 10 mila cavalli di energia. Avvenne che gli operai della Volsinia scioperarono nei giorni 20 e 21 novembre e poi dal 26 novembre al 3 dicembre 1920. «Di conseguenza - concluse la Buitoni nelle sue giustificazioni - la Mineraria non poté alimentare i suoi utenti e la ns/ Ditta di necessità , e soltanto per qualche ora, dové forzatamente sospendere la luce pubblica e privata, mentre è notorio che in tutti gli altri Comuni rimasero sempre senza luce pubblica e privata e di giorno senza energia per le industrie». Tuttavia l’amministrazione comunale un po’ per guadagnare qualche entrata al proprio bilancio un po’ per motivi politici, essendo di orientamento socialista, non accettò le giustificazioni della ditta Buitoni perché questa avrebbe dovuto comunque sempre avere “un sufficiente macchinario di riserva, per i casi di interruzioni causati da forza maggioreâ€. A nulla servirono le ulteriori dichiarazioni della Buitoni nell’intento di dimostrare che il macchinario di riserva era superiore a quello prescritto nel capitolato. In ogni caso se il comune insisteva per la multa, la Buitoni incominciò a richiedere rimborsi per spese di cui in passato si era assunta l’onere. Tuttavia la Buitoni, in un periodo di così alta inflazione, per il servizio pubblico d’illuminazione continuava a percepire il canone annuo di 4800 lire che era stato fissato il 24 maggio 1915 e che venne aumentato, del 60% per i primi 1000 KW e del 40% per il restante consumo, soltanto dal 1° aprile 1922. D’altra parte i disservizi sull’erogazione dell’illuminazione pubblica persistevano e ad esempio il 12 agosto e il 10 settembre 1921 ci furono altri black out rispettivamente per oltre un’ora e per circa due ore, mentre alla fine di novembre del 1921 un gruppo di cittadini, guidati dal sacerdote don Enrico Merizzi, protestò per il rispetto degli orari della pubblica illuminazione. Ancora nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 1922 le strade di Sansepolcro restarono al buio per 5 ore e mezza. Poi nel settembre dello stesso anno la pubblica illuminazione restò spenta per “mancanza di forza elettrica proveniente dalla Terni ed anche per insufficienza d’acqua nei depositi della Ditta appaltatriceâ€. Intanto il solito don Merizzi protestò nuovamente sul fatto che le luci pubbliche venivano spente presto al mattino e avanzò sospetti circa il non rispetto degli accordi da parte della Buitoni.
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