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Slow news

E´ necessario un nuovo movimento che dia voce a coloro che si oppongono alla informazione spazzatura che inonda giornali, radio e televisioni

di Karl-Ludwig Schibel

Carlo Petrini e i suoi hanno creato il movimento Slow Food contro il cibo spazzatura e per una gestione del cibo lento e consapevole – nella coltivazione, nella distribuzione e soprattutto nel consumo. Potrebbe essere arrivato il momento di affiancare questo meraviglioso contributo italiano alla cultura del cibo con un altro movimento per una nuova cultura del cibo mentale: slow news. Dare voce alla resistenza contro le informazioni spazzatura che inondano gli schermi televisivi, le emissioni radiofoniche, le pagine dei giornali, le newsletter.
Una grande maggioranza degli italiani (e inglesi, tedeschi, francesi) hanno come fonte principale per conoscere cosa succede nel mondo il telegiornale. Secondo l’ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale in Italia, sono più dell’80% coloro che subiscono quotidianamente un flusso impietoso di notizie perlopiù irrilevanti e spesso incomprensibili. Il presidente del consiglio dei ministri non apprezza molto la concertazione. Ma no, ma dai. Chi è che pensava che un tecnocrate di alto livello non ce l’avesse con la cultura del dialogo? Si tratta di una notizia? Certo. Importante? Non molto. Invece per giorni tutti quelli che riescono a far arrivare la propria valutazione ai mass media commentano la battuta di Monti, per poi criticare quelle degli altri. Per tre, quattro giorni il tema della concertazione è dappertutto. E poi? Poi si parla della Minetti e se continuerà a fare il consigliere regionale della Lombardia. La concertazione? Quale concertazione? La Minetti? Nessuno si chiede con quali meccanismi qualcuno, anche se si chiama Silvio Berlusconi, possa costringere una consigliera eletta democraticamente dai cittadini lombardi a dimettersi a metà mandato. Non parliamo del gossip che è una forma importante di comunicazione per soddisfare la curiosità, stimolare la fantasia, stabilire l’equilibrio psichico. Il problema nasce quando le dinamiche politiche importanti in questo paese assumono lo stesso carattere narrativo delle storie intorno al divorzio di Tom Cruise e Katie Holmes.
Il libero accesso alle informazioni viene considerato, con l’ascesa della società borghese, un diritto fondamentale per la gestione democratica del bene comune. I cittadini, ed eventualmente anche le cittadine, pienamente informati sui fatti di una determinata faccenda, portano avanti un discorso pubblico che permette a tutti di formarsi una propria opinione, materia prima per ogni processo democratico di votazione e rappresentanza. La realtà sotto i nostri occhi assomiglia poco a quest’immagine idealtipica. E il problema nei tempi di wikileaks non sta tanto nella segretezza dei fatti - anche se alle teorie di congiure di pochi potenti che si incontrano dietro porte chiuse non mancano i seguaci - quanto piuttosto nella valanga di informazioni perlopiù irrilevanti o superficiali che si sovrappongono e nascondono quelle lente e meno spettacolari.
Il problema, esempio, non è tanto il prezzo della benzina alla pompa, quanto il futuro del petrolio e la questione del peak oil; la questione centrale non è tanto qualche battuta di Marchionne su una fabbrica Fiat di troppo, ma il futuro dell’automobile e del trasporto di persone e merci in Italia e nel mondo. Non si tratta di sapere se sarà Berlusconi il candidato di centrodestra, ma se ci sarà ancora democrazia all’interno dei partiti italiani. Non è importante essere informati sull’ennesimo incontro di Kofi Annan con il presidente della Siria, ma invece avere una comprensione più approfondita delle forze che sostengono Bashar al-Assad nel suo paese e perché le forze di opposizione sono così divise tra di loro. E così via.
Perché le slow news, le informazioni sulle dinamiche importanti che determinano il mondo in cui viviamo, non fanno notizia? Una prima risposta potrebbe essere che a buona parte della cittadinanza queste informazioni non interessano, perché la democrazia rappresentativa in cui la propria voce conta è atrofizzata. Lo svuotamento delle informazioni va pari passu con quello della democrazia. Sono sempre meno le persone che prendono le decisioni e con meno legittimazione democratica. Si sta rafforzando il potere esecutivo del governo, quello della Commissione europea, della Banca Centrale e di altre istituzioni europee di cui si capisce solo vagamente la funzione, ma che hanno tutti una cosa in comune: non sono stati democraticamente eletti. Non solo l’opinione pubblica non è alla base della politica democratica rappresentativa, ma i poteri decisionali suggeriscono che sarebbe una catastrofe se così fosse. La sensazione di impotenza dei molti trova la sua corrispondenza nel cinismo elitario dei pochi che decidono. I cittadini e le cittadine, nella visione dell’attuale governo tecnocratico, purtroppo non capiscono che devono essere salvati e potrebbe arrivare il collasso totale se potessero esprimersi democraticamente sulla domanda se vogliono essere salvati. È fuori discussione che si deve risparmiare, costi quello che costi, per tornare a una nuova fase di crescita, un altro obiettivo sul quale non si può discutere.
Invece, malgrado un clima intenso di disinformazione e demagogia, sono proprio queste le domande scomode che sono sorte negli ultimi due, tre anni: che cosa esattamente deve essere salvato? Se le manovre di salvezza dovessero riuscire, non apriranno un prossimo giro di bolle speculative che richiederanno un altro round di manovre salva-Italia? Potrebbe essere una scelta che legittimamente fa parte del dibattito democratico pubblico quella di discutere se e come si vuole essere salvati, magari dopo aver capito meglio che cosa debba essere salvato.
Finora la risposta prevalente a chi pone domande di questo tipo è stata la repressione, come nel caso del movimento Occupy e di tutti coloro che si sono indignati troppo negli ultimi mesi negli Stati Uniti, in Spagna, in Grecia. Una situazione simile in Italia potrebbe essere dietro l’angolo, ma fin quando la situazione non precipita vale la pena stroncare il più possibile il fruscio di fondo dei mass media per seguire le slow news, che si pongono domande alle quali molto presto si dovranno dare delle risposte.

 
 
 
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