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Trenta giorni in Italia
 
   
  
 
   
Ecco perché non siamo credibili

di Gaetano Rasola

Dalle reazioni successive all’accordo anti-spread siglato da Monti, Hollande, Merkel e Rajoy, l’accoglienza sembra sia stata sostanzialmente positiva. Solo Finlandia e Olanda hanno protestato e vorrebbero mettere il veto alla sua attuazione, ma senza il sostegno tedesco la protesta rimarrebbe tale. C’è chi afferma che la Merkel sia stata costretta a ingoiare un rospo e chi dice esattamente il contrario. Avventurarsi in una disquisizione tecnica senza averne le conoscenze necessarie è pura perdita di tempo. La sensazione che emerge è quella di un accordo politico faticosissimo raggiunto con tanti malesseri e ambiguità ma necessario. Che sia positivo lo dimostrerà il tempo e tutti gli eventuali aggiustamenti ulteriori che progressivamente si renderanno necessari. Ma proviamo a metterci nei panni di un cittadino tedesco per cercare di capire l’ostilità che l’oppone a questa politica, in particolare all’idea di farsi carico di una parte dei nostri debiti. Magari con la paura di perdere qualcosa sui loro redditi o, peggio, essere trascinati in un gorgo economico. I lavoratori tedeschi guadagnano più dei nostri, le loro paghe sono superiori di circa mille euro mensili e, in diversi casi, anche di più. A fine anno ricevono anche qualche premio di produzione. Questo benessere è il frutto di molte cose che tradizionalmente vengono attribuite alla loro mentalità, al loro modo di essere: serietà, dedizione al lavoro, attenzione al prodotto, senso del dovere e altro. Ma anche della solidarietà e collaborazione tra classi sociali (la famosa concertazione) per l’attuazione di riforme politiche e sociali che ha caratterizzato la loro politica dal dopoguerra e, in particolare, negli ultimi venti anni dopo la riunificazione. Il loro welfare è divenuto il simbolo dell’Europa civile e umanitaria.
Nell’immaginario tedesco l’Italia è un paese di sogno abitato da briganti. Un’immagine che risale al Settecento e ribadita nell’ultimo dopoguerra. Dagli inaffidabili magliari degli anni Cinquanta, ben descritti da Alberto Sordi nel film dallo stesso titolo, alla poderosa emigrazione di nostri operai ignoranti e affamati, che però hanno contribuito con il loro lavoro alla loro rinascita. Poi è arrivata la P38 sul piatto di spaghetti, la copertina del settimanale Spiegel negli anni Ottanta, per stigmatizzare un terrorismo che è stato da noi faticosissimamente piegato (speriamo!) mentre il loro (la Raf - Rote armee fraktion della banda Baader - Meinhof) è stato risolto spietatamente in breve tempo. Infine il cu-cu di Berlusconi alla Merkel durante gli incontri internazionali, gli epiteti vergognosi usati nei suoi confronti, le notizie sempre più preoccupanti dell’ascesa e dell’insediamento della criminalità organizzata nei gangli vitali della nostra società e la loro espansione nel mondo, l’immane evasione fiscale incentivata dal capo del governo, il fiorire continuo di cricche e bande sempre più arroganti e avide che dissestano i bilanci pubblici, la corruzione che ormai ci vede ai primi posti nel mondo con camorre che lucrano sui disastri, la legalità sempre più denegata e marginalizzata, i giudici trattati da mentecatti, il degrado vergognoso della classe politica trasformata in casta, la totale mancanza di solidarietà sociale, la cultura completamente trascurata e la scuola pubblica umiliata con riforme a colpi di piccone e insegnanti trattati come una genia di poveretti. Per finire negli ostacoli posti da pezzi di Stato per impedire alla magistratura di fare luce sulla trattativa Stato-mafia dei primi anni Novanta. Un’emergenza, una delle tante, che non finisce mai! Dove il magistrato che indaga e denuncia è trattato da malfattore mentre uomini politici di primo piano non ricordano niente. Un cittadino tedesco che viene informato di questo, che ha maturato nel tempo quest’idea di noi, cosa deve pensare? Un popolo che si fa rappresentare da una macchietta che negli incontri internazionali fa le corna nelle foto ufficiali, perché dovrebbe mettere mano al portafogli, come gli viene detto, per contribuire a tirarci fuori dal pantano del debito? Noi faremmo una rivolta alla sola idea. Certo il lavoratore tedesco non sa, o finge di non sapere, che negli ultimi vent’anni l’industria tedesca si è mangiata un due per cento di quota italiana di mercato mondiale, che l’Italia è un mercato prezioso per la loro economia, uno dei maggiori se non il maggiore. Che lo sforzo della Merkel, per realizzare i suoi progetti politici, è convincere i suoi concittadini che mettere ordine in Italia conviene sopratutto a loro e ai loro redditi. Così insiste nel chiedere l’intervento d’autorità della Ue nella gestione del debito e vuole mettere le mani direttamente nei nostri bilanci statali. Per legge. Non si fida del nostro futuro. Per non parlare della lotta alla criminalità. La strage mafiosa di Duisburg del 2007 insegna.
Però se l’Italia recupera il suo standard economico la festa la fanno anche la finanza, le industrie, l’agricoltura e i servizi germanici. Questa è la contraddizione da superare. Ma è difficile restituire un’immagine positiva dell’Italia produttiva, legata com’è a una cultura “familista†(il “familismo amorale†è nato da un sociologo americano che studiava l’Italia negli anni Sessanta) e non all’efficienza e alla comunità solidale. Irrispettosa anche delle regole elementari del mercato. Un ostacolo che spesso impedisce inesorabilmente l’affermazione di realtà produttive importanti sul piano mondiale.
Il Washington Post lo ha ribadito circa un mese fa ragionando sulle possibilità di successo che potrebbe avere la costruzione politica dell’Europa. Annovera tra gli ostacoli maggiori proprio il ritardo “culturale†dell’impresa italiana. Che la nostra classe dirigente, specie privata, non abbia mai dato prova di grandi capacità è un fatto acquisito da mille casi esemplari di fallimento. Basti pensare alle cause della crisi della Buitoni, quando ormai affermatissima realtà multinazionale dell’alimentazione, fu incapace di fare il salto di qualità necessario per superare le vicende legate alla famiglia. Monti ha dichiarato che le cause del nostro disastro attuale stanno nella “concertazione tra le parti socialiâ€. Affermazione bizzarra se fatta in altre circostanze, nella fase attuale è un ulteriore elemento di disgregazione della nostra società. Perché in Germania ha funzionato alla grande e da noi no? Perché tutte queste manovre di «estrazione di ricchezza» dalle nostre tasche, come dice Gallino, senza colpire l’evasione? Monti chi garantisce?


 
 
 
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