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Intervista a Luigina Nicolussi, coordinatrice dell’area dipendenze della cooperativa sociale Borgorete
 
   
  
 
   
La città tra offerta illimitata di droghe e bisogno di consumo

E' questo micidiale circolo vizioso che fa di Perugia un centro importante di spaccio di sostanze stupefacenti

di D.B.

Luigina Nicolussi è la coordinatrice dell’“Area Dipendenze†della Cooperativa Sociale “Borgoreteâ€. Lei, e il gruppo di otto operatori con cui lavora, si occupano di tossicodipendenza e marginalità sociale nel comune di Perugia, attraverso i servizi di “riduzione del dannoâ€: cioè politiche, programmi e prassi che mirano a ridurre i danni correlati all’uso di sostanze psicoattive in persone che per una serie di motivi non sono in grado di smettere di assumere droga.
Possiamo iniziare questo nostro incontro facendo una breve ricognizione nei servizi di cui sei responsabile?
«Sono quattro i servizi in cui si articola il nostro lavoro, nati in tempi diversi e in seguito alla progressiva evoluzione che il fenomeno droga ha avuto in questi anni: c’è l’Unità di strada, il Cabs (Centro di accoglienza a bassa soglia), l’Ostello Notturno e il Punto Ristoro sociale. Siamo partiti nella primavera del ’98 con l’Unità di strada con il compito di intercettare la popolazione tossicodipendente del territorio e svolgere “interventi di mediazione†tra questo mondo sommerso e la città. Nel 2000 è nato il Cabs, in quella che è ancora la sua sede attuale in Via Goldoni, per far fronte non solo al problema della tossicodipendenza ma anche a quello della marginalità sociale, e quindi offrire aiuto a chi si trova in una situazione di estrema indigenza. L’Ostello Notturno tra il 2001 e il 2005 viene attivato solo nei mesi invernali, nei periodi di emergenza freddo, mentre da gennaio 2011 è diventato un servizio stabile nei locali di via Romana. Infine il Punto Ristoro Sociale di via del Roscetto, dove distribuiamo giornalmente pasti caldi, nasce nel settembre 2008».
Una diversità di prestazioni che indica da una parte i diversi enti che vi sovvenzionano e dall’altra la caotica e frastagliata umanità a cui offrite il vostro supporto.
«Gli Enti che ci finanziano sono diversi: l’Unità di Strada, che all’inizio procedeva un po’ zoppicando con progetti che andavano di tre mesi in tre mesi grazie alla vecchia Legge 45, adesso è per metà sovvenzionata dal Comune e per metà dall’Asl 2, il Cabs totalmente dall’Asl 2, all’Ostello arrivano persone che iniziano un percorso riabilitativo con il Sert (Servizio tossicodipendenze) il Csm (Centro Salute Mentale) oppure il Goat (Gruppo Operativo Alcoologico Territoriale). Di fondo la nostra utenza è composta per il 95% da persone che usano sostanze stupefacenti e per l’80% che hanno un uso problematico di queste stesse sostanze, cioè non occasionale ma continuo. È difficile però chiudere la sofferenza in delle categorie perché le problematiche sono così profonde e complesse che ti ritrovi ad esempio ad avere a che fare con delle persone che hanno una doppia diagnosi, in cui c’è concomitanza tra dipendenza e disturbo psichiatrico, e il tuo intervento diventa così ancora più delicato».
Tu parli di complessità che implica, tra l’altro, il superamento dell’idea del tossicodipendente che popola da sempre il nostro immaginario collettivo, cioè quella dello sbandato relegato ai margini.
«Se esiste ancora il tossico emarginato che non possiede nulla se non la sua disperazione, è vero anche quello che dici tu: ormai chi abusa di sostanze non ha una collocazione sociale precisa. La droga la usano i ricchi e i poveri, i giovanissimi e gli adulti. Si può affermare che chi più ha più consuma droga. Noi soprattutto con l’Unità di Strada ci troviamo a rapportarci con persone che usano sostanze ma hanno un lavoro regolare o che consumano solo il fine settimana».
Ma questi “regolari†diciamo, queste persone “accettate socialmenteâ€, sono consapevoli che hanno un problema?
«Purtroppo in molti hanno una percezione sbagliata della condizione che vivono. Hanno una falsa coscienza di se stessi solo perché magari fumano, o inalano, l’eroina e non si fanno con una siringa. Non si identificano come tossicodipendenti e non ritengono di avvicinarsi ai vari servizi per un aiuto. Ecco che in questo caso noi cerchiamo di fare da mediatori».
In questi anni di esperienza diretta sul campo qui a Perugia, e sull’onda di tutto il clamore mediatico che si è riversato sulla città per “l’emergenza drogaâ€, tu cosa senti di dire?
«Negli ultimi dieci anni ci sono stati cambiamenti decisivi: oggi da una parte abbiamo il policonsumo di sostanze e dall’altra un mercato con un’offerta molto ampia. Policonsumo significa utilizzare di tutto (eroina, cocaina, psicofarmaci, alcol, anfetamine, mdma, speed, chetamina ad esempio) perché di tutto ti propone il mercato. Magari si sperimentano queste diverse sostanze in modo “ricreativo†e poi, dopo un percorso di consumo, si arriva all’eroina quale droga elettiva, perché l’ero permette di affrontare e anestetizzare le ansie, le emozioni, le preoccupazioni, i fallimenti. Sull’attenzione mediatica nei confronti della città credo che a poco servano i discorsi facili e morbosi, mentre invece bisognerebbe affrontare il fenomeno tenendo conto di tutte le sue sfaccettature. La lettura che viene fatta da giornali e tv si limita al semplice racconto del fatto di cronaca».
E qual è, secondo te, la lettura giusta?
«Credo che bisogna partire innanzitutto dalla constatazione che non è solo un “fenomeno peruginoâ€, se è vero che molte delle persone che noi intercettiamo con i nostri servizi arrivano da fuori regione(Alto Lazio, Toscana, Marche). Ragionare poi sul fatto che a Perugia la droga la trovi dappertutto perché ormai la città è diventata un enorme ipermercato, mentre per esempio in altre città con caratteristiche simili lo spaccio si concentra solo in alcune zone. È difficile dare risposte ma penso che esista una sorta di micidiale circolo vizioso fra un’offerta illimitata di droga che si incrocia a un bisogno sfrenato di consumo».
E il centro storico in particolare diventa il luogo di sintesi tra questa domanda e offerta.
«Io non sono una sociologa ma credo che in centro non esistano più luoghi di incontro, sono tutti luoghi di passaggio, sfuggenti, dove ciò che conta è fondamentalmente consumare. Non si creano relazioni, o meglio si crede che ciò non sia importante. Come dire, si vive in funzione del consumo. Si è indotti a vivere emozioni solo perché vengono imposti stili di vita e non si hanno alternative valide e significative. La droga è uno dei consumi, fra i tanti (che so, c’è la musica, l’alcool), a cui si può accedere in centro».
Il centro che in questo momento vede un controllo più stretto da parte delle forze dell’ordine.
«L’evidenza del problema è sotto gli occhi di tutti ma penso che questa risposta, declinata solo sul versante dell’ordine pubblico, sia una soluzione parziale. Se un fenomeno viene solamente chiuso e represso c’è il rischio poi, che da un momento all’altro, questa eccessiva pressione produca un’esplosione».

 
 
 
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