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Parla Piergiorgio Giacchè, docente di antropologia all’università di Perugia
 
   
  
 
   
Il centro? una scenografia vuota

Perugia è una città che non ha una festa di popolo dove poter esprimere l’orgoglio della propria identità. E si aggrappa ai fatti di cronaca o alla logica dell’evento

di Domenico Barberio

Piergiorgio Giacchè, insegnante di Antropologia del teatro e dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, è uno dei maggiori studiosi di Carmelo Bene, il più importante attore e autore di teatro in Italia di questo secolo. In passato si è occupato di condizione giovanile, devianza, comunicazione di massa. Giacchè è perugino, abita nell’acropoli, ma divide la sua vita tra Perugia e Parigi. Attraverso il suo sguardo inquieto, e la sua analisi lucida, chiudiamo la nostra riflessione su Perugia e la droga.
Che idea ti sei fatto di questa immagine di Perugia come città dello spaccio? C’è la realtà del fenomeno, c’è il modo, poco convincente a dire il vero, con cui viene rappresentato e poi c’è la città che subisce entrambi senza riuscire a dare risposte.
«In una città come Perugia, chiusa e provinciale, finta capitale di una regione che non esiste, dove si vive la quotidianità con inerzia, i fatti di cronaca legati allo spaccio, come ad esempio quelli dell’otto maggio scorso (la rissa finita nel sangue tra bande opposte di spacciatori, ndr), agiscono quasi come degli eccitanti. Fanno parlare della città sulla ribalta nazionale, rendendola contemporanea, facendola uscire dal suo isolamento. E fanno parlare la città di se stessa anche fra sé e sé, e paradossalmente per inorgoglirsi di una qualunque “immagine”. Prendi per esempio quello che è avvenuto dopo l’omicidio di Meredith Kercher: nel 2008 l’assessore alla cultura del comune di Perugia chiede a quattro firme del giallo italiano, alcune molto poco autorevoli, di scrivere un racconto ambientato nella città per “rivelarne il lato oscuro”, così hanno scritto i giornali. “Nero Perugino” era il titolo del libro e lo stesso assessore decide poi di regalarlo agli iscritti delle biblioteche cittadine e ai clienti delle librerie in occasione delle feste natalizie».
Una città senza identità quindi, o meglio che l’ha smarrita e adesso cerca in qualche modo di ricrearla o sostituirla: il centro storico è lo specchio di tutto ciò.
«Guarda corso Vannucci dove c’è un vero e proprio rovesciamento dei ruoli fra attori e spettatori: i tavolini dei bar al centro del Corso e ai lati lo spazio lasciato per il passeggio. Chi passeggia guarda quelli che stanno seduti e non il contrario: di che si tratta se non di una vetrina autistica? La sera invece c’è un costante luna park, un’enorme varietà, dove si alternano bar, locali ognuno con la propria musica riprodotta al massimo volume. Perugia è una città buffa,una città che non ha una festa di popolo dove poter esprimere, attraverso un’esplosione catartica, l’orgoglio della propria identità, come il Calendimaggio o la corsa dei Ceri ad esempio. Per far fronte a questa mancanza storica, o ci si aggrappa alla cronaca, utilizzandola nel modo in cui ti dicevo prima, o si ricorre alla logica dell’evento. Ormai il centro è l’ambiente naturale per creativi interventi di mercato utili a far nascere eventi spettacolari (da Euro-chocolate, al Festival dell’architettura, al Festival del giornalismo) che alla fine servono solo a riempire una grande scenografia vuota».
A riempire questo vuoto c’è anche la droga con i suoi spacciatori e i suoi assuntori.
«Io credo che la droga resti sullo sfondo e che al centro della scena ci sia altro. Rispetto comunque alla questione specifica bisogna che ci sia un’attenzione culturale a oggi mancante, visto che l’approccio al problema è solo di tipo sanitario e di ordine pubblico. Capire che cos’è davvero la droga, chi la consuma, perché a delle droghe se ne sostituiscono altre. Interrogarsi, studiare, analizzare un problema che ormai è intergenerazionale e interclassista e attraversa tutta la società».
Volevo ritornare su quanto hai detto prima a proposito della “droga che resta sullo sfondo”.
«Quello che deve far riflettere veramente sono tutti questi ragazzi che in centro la sera si ritrovano per non condividere nulla se non i bicchieri di plastica pieni di birra. È a quel loro silenzio carico di emotività, intervallato dal rumore della musica delle risate degli schiamazzi, che si deve dare una risposta. I giovani che stanno in centro in qualche modo salvano la città, la salvano dalla sua museizzazione, ma restano dei fantasmi che ritornano ad avere consistenza solo quando diventano delle scuse e delle attrazioni per chi organizza gli eventi, gli eventi di cui si parlava prima. I giovani interessano le istituzioni di questa città perché sono fondamentalmente dei consumatori, consumatori di eventi, così come interessano gli spacciatori perché sono potenzialmente dei consumatori di droga».
Ma prima di essere la città supponente di cui stiamo parlando Perugia in passato è stata anche altro.
«Certo. C’è stato il ’68 con le sue spinte che qui avevano luoghi d’ascolto e di metabolismo, depurati però dalla violenza; c’è stato il movimento dell’antipsichiatria che ha dato contributi teorici preziosi a tutto il dibattito nazionale; c’è stato Capitini e il suo pensiero eretico e laico; ci sono state esperienze interessanti come quella del “Crocevia” animata da don Bromuri, dove si offriva agli stranieri la possibilità di raccontare il loro paese e le loro esperienze. E c’era poi una classe politica che riconosceva i suoi limiti, che sapeva di essere provinciale e magari sapeva anche non esserlo. Ma c’era anche un “popolo di Perugia” da qualunque parte risiedesse. Io abitavo in via Pellas e mi ricordo che quando bisognava andare in centro si usava l’espressione “andiamo in su”: quell’andare al centro era anche elevarsi e ristorarsi con un “bagno identitario”. Oggi molti lo dicono ma non è più vero. Dalla fine degli anni ’70, quando si è deciso che il centro doveva diventare il “salotto buono” della città, è diventata una stanza di rappresentanza ma non di rappresentazione».
In questa parabola discendente le televisioni e i giornali locali credo abbiano un ruolo di primo piano.
«Il giornalista – locale o nazionale, è lo stesso – è la vera figura-iattura della cultura attuale perché è ormai l’unico interprete autorizzato dei fatti. Racconta le cose in maniera eclatante (vedi tutti gli episodi legati allo spaccio in centro) o incensa qualsiasi cosa succeda. Non c’è effettiva capacità critica, tutto è bello o brutto. Ormai i giornalisti sostituiscono gli opinion leader da bar: sono i portatori del pensiero autorizzato. Rispetto al problema droga, che è al centro del vostro dossier, che cosa hanno fatto i giornalisti qui in Umbria? Nessuna inchiesta, nessun approfondimento, nessuna necessità di capire. Il loro è un modo non intellettuale di interpretare la vita, anche loro hanno fatto il vuoto».
Non credi che esista ancora la possibilità di cambiare in meglio i destini di questa città, magari grazie allo sforzo di minoranze etiche e attive?
«Il problema è che anche se ci sono oggi in giro per la città, un occhio inesperto non riesce a riconoscerle. E poi per queste esperienze c’è un doppio rischio. Da una parte si resta chiusi troppo in se stessi e ci si avvita nell’autoreferenzialità. Dall’altra c’è il discorso dell’istituzionalizzazione: quando cioè queste energie dinamiche trovano gli appoggi della politica, vengono catturate dai tempi e dai modi della politica e muoiono “dentro”. Forse ci sono delle isole ma non riescono a incidere criticamente sulla terra davvero ferma della città o della sua immagine, che per molti sta diventando la stessa cosa».


 
 
 
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