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Economia/Grecia: prima stazione europea dell’inferno globale neoliberista
 
   
  
 
   
Le fasi del disastro greco illustrano bene le calamità provocate dalle politiche della Troika. Lo dicono tutti gli indicatori economici, sociali e vitali, come nel ’29

di Rodrigo A. Rivas


Per imporre il ritorno al secolo XIX moderni Coriolano, altrettanto furiosi come il loro modello, agitano la cravatta al posto della spada. Blandiscono la loro Tv quale clava. Almeno per ora, almeno nei paesi ricchi.
Il cerimoniale punitivo dei moderni Coriolano comprende il congelamento delle pensioni, la posticipazione dell’età pensionabile, la riduzione della spesa pubblica, tagli allo stato sociale, la diminuzione dei fondi per la prevenzione della povertà e l’esclusione sociale, la riforma del lavoro, la privatizzazione dei beni comuni ecc. Dovunque, queste misure hanno provocato, e provocano, un vertiginoso aumento della disoccupazione e degli sfratti, della povertà e dei suicidi. Una politica di soli tagli e austerità, approfondisce e prolunga la crisi. Qualsiasi economista serio sa che se si riduce la spesa pubblica e, contemporaneamente, si comprime la domanda privata congelando i salari e riducendo le prestazioni ai disoccupati, la conseguenza è una crescita debole o negativa. Esattamente ciò che avviene in tutta la Ue. Quindi, le misure prese dalla Commissione europea e dai governi nazionali approfondiranno la crisi e la prolungheranno per i prossimi 10-15 anni. Sarà così lunga poiché la depressione aumenterà il debito pubblico, trasformando il debito privato in debito pubblico tramite il riscatto delle banche, e poiché la depressione economica diminuisce le entrate fiscali per mancanza di attività. Ad esempio, all’inizio della crisi, il debito greco era uguale al 115% del Pil, alla fine del 2011 è al 189%. Lo scenario riproduce quanto avvenuto negli anni ’80-’90 in America Latina. Molière avrebbe detto: «No, il paziente non è guarito. È morto, ma nel pieno rispetto delle regole» (Il malato immaginario).
No problem, per i nuovi evangelisti. «Con la cancelliera Merkel condividiamo la stessa fede nel libero mercato», Mario Monti dixit (4 luglio 2012). La folle ebbrezza della fede li porta a credere che la sofferenza - degli altri - sia cosa buona e giusta, da accogliere con gioia, perché ogni nuovo giorno di pena purifica, rigenera e avvicina alla fine del percorso di espiazione. I nuovi sanfedisti, ivi incluse fanatiche istituzioni finanziarie ed eurocrati “a scarsa faticaâ€, scommettono su masochismo e passività popolari. Anzi, sembra che, ad maiorem gloria Europa, i cittadini dovrebbero invocare una maggiore dose di martirio.
La prima conseguenza del programma neoliberista è stata la diffusione delle dittature nei paesi periferici. In quelli centrali, viceversa, si sono mantenute ancora per un trentennio le forme democratiche, i governi hanno continuato a essere eletti dalla maggioranza della popolazione e gli interessi privati sono rimasti cosa diversa (in Italia non sempre) dell’interesse pubblico. Ma, anche in questi paesi l’interesse collettivo è stato sempre più declinato in termini di efficacia e redditività mercantile, la democrazia ha perso i suoi contenuti e il predominio della “sindrome Tina†(il “There Is Not Alternative†della signora Thatcher) ha reso pressoché impossibile ogni politica socialdemocratica e ogni alternativa reale. L’egemonia ideologica della destra fa scomparire ogni idea di lotta comune e persino l’idea - presente fin dalle origini del movimento operaio - che per superare il capitalismo sia necessaria una trasformazione radicale. Il persistere dell’egemonia della destra spiega perché, malgrado l’imperversare della crisi, la popolazione dei paesi ricchi continui a ritenere impossibile un’alternativa al capitalismo, pur se il capitale finanziario si è trasformato in spietato creditore degli stessi poteri che l’avevano salvato, facendo scomparire i margini di trattativa dei diritti e degli interessi delle maggioranze.
Detto diversamente, nei paesi centrali - come prima in quelli impoveriti - le sole priorità sono il pagamento del debito e il mantenimento della credibilità nei confronti dei mercati, i rappresentanti politici faticano a convincere la popolazione che esista un “interesse generaleâ€. Fatica comprensibile se si ricorda che, negli ultimi 5 anni, come pegno d’amore Obama ha regalato alle banche 8.000 miliardi di dollari (5.800 miliardi di euro) e “super Marioâ€, quello che prima di dirigere la Bce aveva organizzato con la Goldman Sachs la truffa dei conti greci, 4.500 miliardi di euro. Per sommi capi, questo è il contesto in cui inserire la crisi greca, agnello sacrificale scelto per dimostrare alla popolazione europea i rischi dell’insubordinazione.
Nelle elezioni greche del 17 giugno 2012 hanno vinto tre partiti: la destra di Nuova Democrazia (Nd, 29,6% dei voti), che nei 6 mesi precedenti aveva sostenuto il “governo tecnico†diretto da un altro impiegato di Goldman Sachs, Lucas Papademos. Syriza, la sinistra contraria ai piani di aggiustamento (non all’Ue o all’euro), passata in un paio di anni dal 4,6% al 26,9% dei voti. E la destra neonazista di Alba Dorata (Ad), che ha confermato il 6,8% ottenuto nel maggio scorso. Viceversa, il Pasok, il vecchio partito socialdemocratico, e il Partito Comunista (kke), sono diventati scarsamente rilevanti.
Quindi, pur se a crescere sono stati soltanto Syriza e Ad, le elezioni sono state vinte dalla destra, che ha formato il nuovo governo. Per rispettare il ruolo che compete loro nel copione, ad Atene la destra neonazista ha scatenato la caccia agli immigranti – per ora – fin dal giorno dopo.
I risultati elettorali dimostrano che la Grecia non è quella di prima dell’aggiustamento (memorandum nella terminologia greca). Parlamento e società appaiono profondamente polarizzati e frammentati, la coesione sociale infranta sembra difficilmente recuperabile. Si preannuncia, quindi, un confronto su grande scala in tempi ravvicinati. Probabilmente non sarà solo uno scontro politico, economico e sociale ma, anche, territoriale e persino intergenerazionale.
I risultati elettorali indicano che i ceti medio-bassi urbani (salariati, piccoli commercianti, lavoratori autonomi ecc.) e i giovani, ossia i settori più colpiti dall’austerità, tendono a scegliere Syriza, la sola forza schierata chiaramente contro il memorandum, abbandonando le strutture e valori clientelari finora dominanti. E che i difensori del vecchio ordine (Nd, Pasok ecc.) si contano, soprattutto, tra i più anziani, i grandi imprenditori e le zone periferiche e rurali. In prospettiva, ciò significa che i governi di destra non dovranno trattare solo con la Ue, il Fmi e/o gli imprenditori greci, ma dovranno considerare la minore sottomissione di una popolazione che ha iniziato a perdere la paura.
Malgrado il clima elettorale sia stato dominato dal terrorismo mediatico, le ingerenze esterne e la violenza neonazista, quasi un greco su tre ha scelto Syriza. Parafrasando una espressione di Gramsci, ciò indica che la Grecia è immersa in un “pareggio catastroficoâ€, un momento in cui il vecchio che muore riesce ancora a dominare, grazie al potere che gli deriva dal controllo dei meccanismi di governo e dell’apparato statale, ma il nuovo che nasce continua il suo percorso. Un momento in cui luci e tenebre coincidono, ma nessuno sa se avviene perché cala la sera o perché albeggia. Ad essere ottimisti, si può dire che le elezioni greche non hanno portato chiarimenti ma ulteriore complessità. E che in Grecia continua a sembrare possibile sconfiggere la notte. La Grecia, ripetono i media, vive una profonda recessione. Falso: vive una profonda depressione.
Le recessioni sono semplici decelerazioni, dei periodi di ridotta attività economica e aumento della disoccupazione che stanno al capitalismo come l’inferno al cristianesimo, un luogo sgradevole ma essenziale al funzionamento del “sistemaâ€. Anzi: i periodi recessivi possono persino redimere “scartando†dall’ecosistema economico le imprese inefficienti, i prodotti fuori moda, le tecniche produttive superate, i dinosauri. Questa l’illusione diffusa dal “governo tecnico†italiano.
In Grecia, invece, quasi tutto affonda. Affonda ciò che è efficiente e ciò che non lo è, ciò che è produttivo e ciò che non lo è, le aziende che esportano quanto producono, magari con alle spalle una lunga storia di redditività e una domanda superiore alle loro capacità produttive, e quelle che producono a perdita… Perché i fornitori esterni non accettano le loro garanzie bancarie, indispensabili per disporre della materia prima necessaria per lavorare, la crisi affonda quasi tutte le navi, distrugge quasi tutti i pontili, fa naufragare l’intera società. Più si tagliano i salari, si aumentano le tasse, si riducono i sussidi di disoccupazione, si chiudono le scuole (1.054 nel 2012) e gli ospedali (54 fino al 30 giugno 2012)…, più profondo diventa il buco in cui affonda. La Grecia è una perfetta metafora del circolo vizioso, una buona rappresentazione del futuro prossimo che attende le popolazioni sottoposte a simili politiche.
La Grecia è attaccata con sadismo, ma non tutti i greci ne soffrono. Ad esempio, non soffrono gli armatori, proprietari della maggiore flotta mercantile del mondo. Il 24 maggio 2012, il quotidiano ateniense Kattimerini scriveva: «Gli armatori greci controllano 3.225 navi, di cui 2.014 sotto bandiera greca, equivalenti al 39,5% delle capacità dell’Ue e al 16% di quella mondiale... Nel 2010 i profitti dichiarati arrivavano a 15,4 miliardi di euro, quasi il 15% del Pil; nel 2011 a 14,1 miliardi. Nemmeno un centesimo è entrato nelle casse dello Stato».
Infatti, gli armatori greci non pagano tasse ma, sapendo che è meglio prevenire che curare, hanno messo le loro sedi legali a Londra e le loro fortune in Svizzera o nei paradisi fiscali. Per Spiros Latsis, il più ricco di loro (possiede una banca a Ginevra, cantieri navali e la Hellenic Petroleum), non è sufficiente, per cui ha chiesto - e ottenuto - un sussidio dall’Ue che gli ha regalato 10,3 milioni di euro perché, parola dell’ex maoista e oggi seguace del re sole, Jose Durão Barroso, «lo sviluppo della Grecia richiede questo tipo di investimenti per facilitare la convergenza strutturale nell’economia europea».
Ma l’estremismo di Syriza, sostengono media senza ritegno, è provato dal fatto che intende finanziare la sua politica imponendo agli armatori di pagare le tasse. Anzi, vuole farle pagare pure alla chiesa ortodossa, il maggiore proprietario terriero della Grecia (130.000 ettari di campi, boschi, spiagge e montagne), di decine di hotel, di parking, di imprese e di oltre 300 centri turistici. Va da sé: i “tecnici†vogliono diminuire il deficit ma, non sapendo nulla degli armatori o della Chiesa, tassano doppiamente i salari, con le tasse dirette e l’Iva, la tassa socialmente più iniqua.
Le fasi del disastro greco illustrano bene le calamità provocate dalle politiche applicate dalla troika. Lo dicono tutti gli indicatori, economici, sociali e vitali, come nel ’29. Eppure, questa volta è persino peggio poiché “tecnici†e politici compiacenti (o deboli, in senso lato) sono arrivati a introdurre nelle costituzioni europee il divieto di altre politiche, proprio quelle che iniziarono a risolvere la crisi del ’29, mica quelle leniniste. Il liberale aristocratico Lord Keynes, dichiarato incostituzionale dalla destra e dal centrosinistra italiano (“la izquierda y la derecha unidas jamàs seràn vencidasâ€), si rivolta nella tomba.
La Grecia è solo la prima vettura del convoglio europeo a deragliare. Da privato cittadino, Mario Monti ha il sacrosanto diritto di condividere la sua fede con chi gli pare, ma la sua politica spingerà velocemente il paese, come già la Grecia, a un futuro senza speranza né orizzonte. Lo spingerà a quel territorio dove guadagnano solo i “cacciatoriâ€, dell’ebreo, del “diversoâ€, comunque dell’“altroâ€. In Grecia, prima stazione europea dell’inferno neoliberista, le luci si spengono per risparmiare e mangiare mentre bande di “ammazzasette†“pattugliano†le strade.
Poiché si concentrano pericoli, non solo economici, avendo conosciuto personalmente il fascismo credo non si esageri ricordando un ammonimento di Primo Levi: «Ogni tempo ha il suo fascismo. Se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere e attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, e in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti». (“Un passato che credevamo non dovesse tornare piùâ€, Corriere della sera, 8 maggio 1974. In Primo Levi, “L’asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987").
 
 
 
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