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Il governo dei tecnici e l’economia
 
   
  
 
   
I professori, questi analfabeti!

di Luciano Neri

Il Governo Monti si fonda su un insieme di mistificazioni: si presenta come governo tecnico e invece è il più politico dei governi; doveva occuparsi di economia per fronteggiare la crisi e invece sta riscrivendo la struttura dello Stato demolendo welfare e diritti; il suo presidente e i suoi ministri si presentano come “esperti†mentre sono degli analfabeti, figli di quel sapere particolaristico, tecnicistico, parcellizzato e decontestualizzato che impedisce la conoscenza e che separa tra loro i temi economici, ecologici, etici, culturali che sono stati, sono, e saranno sempre, inseparabili. Il governo Monti si presenta come il “risanatore†dopo decenni di disastri dei partiti e di Berlusconi, ma con Berlusconi Monti condivide organicamente i riferimenti di politica economica e finanziaria fondati sulla liberalizzazione totale e “salvifica†dei mercati, sulla contrazione dei poteri dello Stato, sulla destrutturazione dello stato sociale a vantaggio di un privato “assistito e speculativo†e sulla destrutturazione delle fondamenta di una democrazia che, per quanto criticabile, è il prodotto di sessant’anni di lotte e di affermazione di diritti individuali e collettivi. Un governo cooptato, non legittimato democraticamente e che al tempo stesso può godere del più ampio sostegno parlamentare mai riscontrato nella storia repubblicana. E di un sostegno senza riserve di un Presidente della Repubblica pesantemente condizionato da quello “statalismo†di tradizione comunista che considerava lo Stato come inattaccabile e incontestabile Ente Supremo (assieme al Partito) e non come strumento fondato su un “contratto sociale†e su regole eguali per tutti, che dalla redistribuzione del potere verso il basso trae consenso e legittimazione. È pericolosissimo destrutturare l’etica e le basi della democrazia, specialmente in un Paese come l’Italia nel quale la questione morale continua a essere l’emergenza delle emergenze, e dove troppo spesso, e da troppo tempo, i partiti si comportano come impunite associazioni a delinquere che si sovrappongono, lottizzandola e mortificandone l’azione, alla società e ai suoi corpi intermedi, sia istituzionali che amministrativi, la cui indipendenza dovrebbe invece rappresentare la base sostanziale della democrazia stessa.
Ma da dove nasce questa inconsapevolezza, questo insano realismo della sinistra che la porta a sottovalutare “la sospensione della democrazia†in atto, a Roma come a Madrid o Atene, sterilizzata da interessi speculativi di un capitale finanziario che impone piani di austerità violenti e inutili per contrastare la crisi? Nasce dalla sua subalternità, dalle sue sconfitte, dalla accettazione del “commissario esterno†che agisca dove noi abbiamo fallito. Il dramma, ovviamente del Paese più che della sinistra, è che Berlusconi non è stato sconfitto politicamente, culturalmente o elettoralmente dalla sinistra italiana, ma dalla Banca centrale europea e dai governi di Berlino, Bruxelles e Parigi, che lo hanno commissariato dall’estero imponendogli un piano di risanamento fondato sui tagli alla spesa sociale e sulla destrutturazione del welfare. In questo modo i presupposti politici e culturali del berlusconismo continuano ad affermarsi, magari non attraverso la impresentabilità del cialtronismo e dello “zoccolume†berlusconiano, ma tramite la presentabilità di Monti e dei suoi “tecniciâ€.
La sinistra è a rimorchio e subisce da anni ormai l’agenda della destra. Ha archiviato con distacco e fastidio l’idea di Berlinguer di una “austerità†che al tempo stesso affrontasse il tema di una riforma dell’economia mondiale e di un “nuovo modello di sviluppoâ€, come lo stesso Berlinguer lo definì. Ha inseguito di volta in volta improbabili leader come Blair e Schröder, che hanno messo al centro della loro azione le politiche monetarie e la finanza, che hanno destrutturato i sindacati e la base sociale della sinistra, riportando le destre dei rispettivi paesi al potere e le sinistre al minimo storico. Centralità delle politiche monetarie che, se non sono servite ai rispettivi Paesi, sono comunque state molto utili ai rispettivi ex presidenti: Blair guadagna milioni tenendo conferenze per la sua inesistente Fondazione e Schröder è oggi “boiardo†della compagnia energetica russa Gazprom in stretti rapporti con Putin. La sinistra ha santificato Zapatero mentre lo stesso ricopriva di cemento il Paese e di soldi pubblici le banche. Caduto lo spagnolo si è affidato a sant’Obama, e oggi ha pure un nuovo, vincente, riferimento europeo: Hollande.
Ma quando la sinistra italiana avrà un suo pensiero e un suo gruppo dirigente rinnovato, credibile e colto? Come non vedere la pericolosità di un governo composto da econocrati, contabili decontestualizzati e decontestualizzanti che si avvantaggiano nella loro azione da una politica svuotata delle grandi idee e ridotta al solo economico-finanziario, alla teologizzazione dello spread, alle deformanti priorità della stabilità della moneta, dei tassi di interesse, della competitività, al punto da arrivare al completo rovesciamento dei paradigmi: è l’economia finanziaria che guida e assorbe la politica, gli Stati possono fallire ma non le banche. La sinistra, se vuole avere ruolo e protagonismo, deve affrontare il tema centrale della riforma del pensiero, altrimenti, come ora, rischia di restare prigioniera di finanzieri/ragionieri che attraverso la griffe taroccata dell’iperspecializzazione riescono a contraffare una ignoranza di fondo spacciandola per irraggiungibile competenza.
Edgar Morin ricorda sempre che l’economia è la scienza matematicamente più avanzata e, al tempo stesso, la scienza socialmente e umanamente più arretrata, poiché si è astratta dalle condizioni sociali, storiche, politiche, psicologiche, ecologiche inseparabili dalle attività economiche e finanziarie. E per quanto i suoi “esperti†siano sempre più incapaci di interpretare le cause e le conseguenze delle perturbazioni monetarie e delle borse, continuano a presentare come credibile un pensiero che compartimenta, un pensiero tecno-burocratizzato che è cieco rispetto alle relazioni. Ma è sulle relazioni che si è costruita e che potrà continuare la nostra avventura umana.

 
 
 
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