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Discussioni/Israele e l’apartheid
 
   
  
 
   

In territorio israeliano non c’è apartheid come si intendeva in Sudafrica. Ma in Cisgiordania sì. Ed è una vergogna che deve finire al più presto

di Antonio Rolle

La più che meritevole Associazione per l’ “Amicizia italo-palestineseâ€Â mi ha inviato uno scritto su una lunga discussione avvenuta, nel mese di giugno, tra Norman Finkelstein e Philip Weiss. I due protagonisti appartengono al vasto mondo ebraico americano e l’uno e l’altro sono autori molto conosciuti e apprezzati nel mondo della letteratura, del giornalismo e della storia dell’ebraismo. Polemista famoso, Philip Weiss è fondatore e coordinatore del blog americano Mondoweiss.net. Norman Finkelstein, figlio di sopravvissuti allo sterminio nazista, è autore del libro L’industria dell’Olocausto, che ha sollevato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna una furiosa e interminabile polemica, tanto da far dichiarare amaramente all’autore che «Ogni critica contro Israele attinge al pozzo avvelenato dell’antisemitismo. Ecco il nuovo dogma dell’industria dell’Olocausto». Il colloquio, peraltro molto civile, era incentrato sul dibattito se oramai per la soluzione del problema israelo-palestinese, non fosse più ovvio battersi per uno stato unico nel quale la cittadinanza sia riconosciuta a tutti coloro che abitano in quella terra, ebrei e arabi, con parità di diritti, costituzionalmente garantiti, di fronte allo Stato. Oppure, sulla falsariga di un “processo di pace†che dura, con alterne vicende anche estremamente tragiche da più di 40 anni, sia ancora opportuno continuare a invocare “due stati per i due popoliâ€, secondo l’intenzione, del resto, della maggioranza dei palestinesi e degli ebrei israeliani.
 
Prescindendo, per ora, dal tema discusso dai due studiosi, (avrò occasione di parlarne più estesamente una prossima volta), ciò che mi ha colpito particolarmente è che Philip Weiss, nel bel mezzo della discussione, afferma, perentoriamente, che lo Stato d’Israele porta avanti una pratica di apartheid nei confronti del popolo palestinese. Apartheid è un termine afrikaans che è la lingua dei Boeri inventata durante la Repubblica Sudafricana fin dal secolo XVII. Vuol dire separazione, discriminazione violenta e razziale di minoranze bianche che escludevano gli indigeni neri dalla libertà e dai diritti civili. L’apartheid è stato abolito in Sudafrica nel 1991. Le Convenzioni internazionali annoverano la pratica dell’apartheid tra i “crimini contro l’umanitàâ€. Philip Weiss parla di separazione legale delle persone, di residenti divisi in due grandi etnie obbligati a percorrere strade completamente separate per raggiungere i luoghi di lavoro o di residenza. E poi stessi residenti di una stessa zona geografica (Gerusalemme) che possono votare e altri no, che possono viaggiare mentre ad altri viene impedito. Parla di una condizione orribile, il tutto organizzato su basi razziali. Ironicamente afferma che alcuni studiosi di etnologia chiamano questa pratica disumanizzante “etnocrazia coercitivaâ€. Poi cita, sempre ironizzando, un giornalista del giornale americano The Nation, Stephen Robert che  chiama la condotta degli israeliani finalizzata a opprimere i palestinesi, una specie di «apartheid sotto steroidi». Insomma, sbotta alla fine Weiss, «quelli che inorridiscono al termine di â€apartheid†sono invitati ad offrirne uno migliore».
 
Norman Finkelstein non si fa intimidire e anche lui afferma che la pratica dell’apartheid all’interno della Cisgiordania occupata è una realtà. Per lui sembra una ovvietà affermarlo e cita, a proposito, un rapporto della Ong B’Tselem del 2002 dal titolo “L’occupazione della terraâ€. Accenna anche all’ex procuratore generale israeliano Michael Ben-Yair, il quale afferma che nella Cisgiordania l’occupazione militare d’Israele è riconducibile a una pratica di apartheid. E infine, quasi per non lasciare dubbi sulla sua posizione al riguardo, menziona la presa di posizione del Comitato editoriale del più importante quotidiano israeliano Haaret’z, quando afferma esserci una analogia, in Cisgiordania occupata, tra la pratica repressiva dell’esercito israeliano e l’apartheid. E fin qui nulla di nuovo, sembra voler dire Norman Finkelstein. Ciò su cui il noto storico non sembra essere proprio d’accordo è di far credere che la pratica dell’apartheid possa essere estesa a tutto lo Stato israeliano. Ricorda, a questo proposito, Jimmy Carter, trentanovesimo Presidente degli Stati Uniti d’America negli anni Ottanta, premio Nobel per la pace nel 2002, che nel suo libro “Palestine: peace not Apartheidâ€, definisce esplicitamente Israele una democrazia esemplare.
 
Penso anch’io, come Finkelstein, che il territorio chiamato da quasi tutte le nazioni del mondo Stato d’Israele non possa essere comparato alla passata Repubblica Sudafricana dell’apartheid. Non fosse altro perché il 20% di israeliani palestinesi che vivono in Israele possono votare loro rappresentanti al parlamento israeliano. L’apartheid in Sudafrica era fondata ufficialmente su una discriminazione razziale-biologica, ideologia assolutamente da escludere, almeno per via legale, nell’attuale Israele. Molti ebrei democratici denunciano l’esistenza in Israele, particolarmente negli ultimi anni, di pratiche essenzialmente razziste. Come quella, per esempio, di non permettere, con una miriade di pretesti, ai palestinesi di acquistare terre in Israele. O escluderli, tassativamente, da certi impieghi pubblici o privati. Tutto l’assetto giuridico israeliano consente, in ogni caso, di combattere tali ingiustizie e, in taluni casi, di riuscire ad averne ragione. Il termine “separazioneâ€, come lo chiamano gli israeliani, apartheid come è chiamato nella lingua del Sudafrica dei boeri, che vuol dire anche separazione, si può applicare perfettamente invece alla popolazione palestinese della Cisgiordania occupata. “Separazione-apartheid†diventa una realtà orribile, vergognosa e insieme dolorosa per il milione e mezzo di palestinesi che abitano imprigionati nella striscia di Gaza. 
 
La giornalista israeliana Amira Hass, che scrive spesso per il quotidiano Haaret’z e ha una rubrica permanente sul settimanale italiano Internazionale, in una prefazione scritta per un libro tradotto in francese nelle edizioni Actes du sud con il titolo di Apartheid et Israel, afferma che sul territorio della Palestina, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, vivono due popoli: il popolo ebraico e il popolo arabo-palestinese. Gli ebrei possono andare e venire liberamente in tutto questo territorio. Possono costruirsi una casa, sposarsi e formare un nucleo familiare da una parte e l’altra della Linea Verde (Linea di frontiera di cessate il fuoco fissata da accordi internazionali dopo la guerra del 1948. Il territorio palestinese chiamato Cisgiordania tra la Linea Verde e i fiume Giordano è occupato dall’esercito israeliano dopo la guerra del ’67). In questo piccolo territorio, spiega Amira Hass, «una israeliana ebrea come me ma anche un ebreo francese (che non ha mai abitato in Israele) ha più diritti di un qualsiasi palestinese che è nato qui. L’ebreo francese o qualsiasi altro ebreo del pianeta può emigrare, ottenere per legge subito la cittadinanza israeliana, vivere indisturbato nelle due parti della Linea Verde (ad esempio, i coloni che occupano illegalmente, in Cisgiordania, le terre palestinesi)». Come dovremmo chiamarla questa situazione? “Separazione� (hafrada, in ebraico). Apartheid? (in afrikaans). Scelta etnografica? Colonizzazione? Politica di separazione per arrivare a uno Stato etnicamente puro? Ha ragione Philip Weiss: dategli voi un nome, ma che finisca presto questa vergogna delle terre palestinesi rubate e occupate!


 
 
 
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