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Istruzione/Il futuro della scuola tra plichi telematici e bocciature in prima elementare
 
   
  
 
   

Il rischio è quello della restaurazione di un modello trasmissivo di scuola sostenuto da strumenti di valutazione inadeguati, che ostacolano la formazione e producono solo discriminazione

di Matteo Martelli

Canta vittoria il Ministro Profumo, che – soddisfatto per l’esito complessivamente positivo dell’esperimento dei plichi telematici per le prove scritte della maturità – si avventura sul terreno scivoloso della piccola-grande rivoluzione compiuta dal Miur nell’anno di grazia 2012.
I giornali – come di consueto – hanno fatto eco al Dicastero di viale Trastevere. Hanno ospitato dichiarazioni di soddisfazione per i titoli dei temi e per il “rigore†delle seconde prove scritte. Qualcuno ha esteso la riflessione allo status del sistema scolastico e alle urgenze che ne derivano. Ne è risultato un quadro preoccupante, molto problematico, e lo sconforto ha invaso gli uomini di scuola che nell’ultimo decennio hanno subíto gli attacchi del governo Berlusconi e dei suoi ministri, Brichetto-Moratti e Gelmini.
È stato reso pubblico un interessante documento elaborato dal gruppo dirigente del Cidi (Centro Iniziativa Democratica Insegnanti), che quest’anno festeggia la ricorrenza dei 40 anni di attività, iniziative, battaglie, proposte, pubblicazioni in difesa della scuola della Costituzione. Il Cidi, nei suoi 40 anni di vita, ha costituito un baluardo a difesa della democrazia e ha rappresentato l’associazione di docenti di tutti gli ordini e gradi di scuola più attiva nella elaborazione e realizzazione di progetti e pratiche didattiche a sostegno della riforma degli ordinamenti.
Dopo aver espresso la delusione per l’opera del governo Monti in ambito scolastico, il Cidi elenca i silenzi del ministro Profumo, che evidentemente non ha cognizione del disastro prodotto dall’accoppiata Brichetto-Gelmini. Dopo sei mesi di governo, resta il maestro unico nella primaria (ex elementare); sugli accorpamenti e i dimensionamenti scellerati non si assume una chiara posizione; sul numero degli alunni per classe, sulle condizioni di lavoro dei docenti, sul bubbone del precariato nessuna iniziativa coerente e significativa. L’Atto di indirizzo del ministro è soltanto una dichiarazione di buone intenzioni, perché è difficile credere che nel tempo residuo di una legislatura a termine si possa realizzare qualcosa di importante nell’edilizia scolastica come nell’innovazione didattica.
Il Cidi, preoccupato per il futuro della scuola italiana, richiama l’attenzione sul disegno di legge 953 già approvato dalla Camera dei deputati. Riconosce la necessità di far decollare finalmente l’autonomia delle istituzioni scolastiche, ma osserva che l’approvazione di mille statuti provocherebbe lo “sconfinamento nel localismo territorialeâ€, la “frammentazione†e la messa in discussione della tenuta nazionale del sistema scolastico.
Viviamo un’epoca di ritorno al passato. Basti pensare all’attacco ai diritti dei lavoratori, all’estendersi della piaga del lavoro nero, ampiamente praticato dalle multinazionali dell’agricoltura nelle regioni meridionali (in Puglia e Calabria, in Sicilia e Campania), al caporalato che detta legge nel grave fenomeno della neoschiavitù che caratterizza le condizioni di lavoro in tante campagne italiane. L’urgenza che la scuola mette in campo riguarda la frequenza dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti. Concerne la continuità didattica almeno negli anni dell’obbligo, la questione dell’annoso problema del precariato, il ripensamento delle scelte curricolari «in termini di saperi essenziali e di approcci didattici motivanti, investendo nella ricerca e nella sperimentazione».
Il rischio è la restaurazione pura e semplice di un modello trasmissivo di scuola, sostenuto da strumenti di valutazione inadeguati, che ostacolano la formazione e producono soltanto discriminazione e selezione. Come conferma il triste episodio di Pontremoli, dove dirigente scolastico e maestri dell’Istituto “Giulio Tifoni†sono orgogliosi di aver bocciato per ben due volte (l’11 e il 21 giugno) cinque bimbi (due italiani, di cui uno disabile, e tre stranieri) che hanno frequentato la prima classe elementare nell’anno scolastico 2011-2012.
Il Miur crede nell’utilizzo delle prove Invalsi, che da alcuni anni impegnano gli adolescenti negli esami di terza media e che nei prossimi anni interesseranno sempre di più la secondaria superiore, non solo la fine del biennio dell’istruzione obbligatoria, bensì anche gli esami di stato. Sull’argomento, scarso è stato finora il confronto. Le prove sembrano non essere gradite dagli insegnanti, soprattutto perché non risultano coordinate con le indicazioni e con le linee guida nazionali, e con le programmazioni dei docenti. E soprattutto perché di fatto esautorano le commissioni dal loro compito valutativo. Le prove – è bene ribadirlo - non devono essere finalizzate alla compilazione di inutili classifiche di scuole e di docenti, ma devono essere finalizzate all’elevamento della qualità della didattica, al miglioramento dei processi di insegnamento e di apprendimento. Sono state introdotte fin dall’a.s. 2006/2007. La norma dispone: «L’esame di Stato (a conclusione del triennio della scuola media) comprende anche una prova scritta, a carattere nazionale, volta a verificare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti. I testi relativi alla suddetta prova sono scelti dal Ministro della pubblica istruzione tra quelli predisposti annualmente dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), conformemente alla direttiva periodicamente emanata dal Ministro stesso, e sono inviati alle istituzioni scolastiche competenti». In effetti è prevista una prova per italiano e una per matematica. Le associazioni dei genitori non ritengono le prove nazionali idonee a valutare i singoli alunni, ma le giudicano utili allo scopo di conoscere il sistema scolastico e di consentire un utile confronto tra classi e scuole. Il braccio di ferro tra Miur da un lato e docenti-genitori dall’altro non promette nulla di buono. Non è possibile considerare l’opportunità della revisione della norma istitutiva?
Ci chiediamo: cosa serve alla scuola italiana del terzo Millennio? Non serve il conflitto continuo tra i docenti e le loro associazioni da una parte e il Ministero dall’altra. Non certamente la strage degli innocenti della prima elementare di Pontremoli. Serve un nuovo patto formativo tra dirigenza-docenza e genitori-allievi, basato sulla collaborazione e sulla condivisione dei percorsi di istruzione e di educazione. Serve una organizzazione scolastica a misura d’uomo, che non sia afflitta dalla moltiplicazione dei plessi e dalle classi pollaio. È possibile articolare l’istituzione in dipartimenti funzionanti come organi di progettazione educativa e didattica, capaci di elaborare percorsi curricolari e di promuovere una reale e concreta partecipazione alla rappresentanza degli studenti e dei genitori. È possibile promuovere un nuovo patto territoriale con il coinvolgimento di soggetti istituzionali operanti nell’abito territoriale. È possibile aprire «una stagione di ascolto e di confronto», «per fare della scuola la leva della rinascita del nostro paese».
È utopico immaginare la fine del cosiddetto “paradigma burocratico†e pensare a una stagione di salvezza nazionale nella quale la scuola, l’università, la ricerca siano in grado di investire intelligenza e creatività per ridare all’Italia un futuro e agli italiani la speranza di uscire dalla crisi politica, economica, finanziaria, culturale che affligge non solo il nostro paese, ma l’intero Occidente?

 
 
 
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