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Pellegrini del terzo millennio
 
   
  
 
   
Il pellegrinaggio non è fatto solo di pellegrini, ma anche di chi li accoglie. Per far decollare la via di Francesco, allora, è necessario che le persone trovino lungo la strada un´accoglienza reale, continua, adeguata per ricevere e per dare

di Achille Rossi


‹‹L´esperienza del pellegrinaggio può avere un enorme significato anche per l´uomo del nostro tempo, perché è una forma di ricerca di sé e di conoscenza dello spazio al di fuori di sé fatta in una prospettiva religiosa››. Entra subito nel cuore del problema Paolo Caucci von Saucken, docente di storia della cultura spagnola all´Università di Perugia, studioso dei pellegrinaggi medioevali, particolarmente del Camino di Santiago, che ha contribuito a rilanciare in Italia con numerosi studi e pubblicazioni.
‹‹La dimensione religiosa – continua Caucci – conferisce alla conoscenza di sé e a quella del mondo un taglio particolare e il pellegrinaggio lo richiama costantemente››

Una meta importante
Cosa pensa della possibilità di attivare un sentiero francescano che ripercorra i luoghi dove è passato Francesco, dalla Verna a Poggio Bustone nel reatino? ‹‹Storicamente questo cammino è esistito e oggi molte iniziative lo hanno individuato, in particolare quello di Angela Seracchioli. Sono convinto che si possa fare una ricerca spirituale determinata non da una meta generica, ma dalla figura di Francesco e riscoprire il significato che egli attribuisce alla natura, alle persone, alla religione. Nei pellegrinaggi le mete sono molto importanti perché danno il senso a tutto il cammino: un conto è andare a Santiago, un altro a Roma, a Gerusalemme o ad Assisi››.
Lei pensa che questa via francescana possa essere compresa e acquistare forza come quella medioevale di Santiago? ‹‹Lo spero. In Italia stiamo tentando la stessa operazione con la via francigena, che è un percorso storicamente molto importante. Noi cultori del Camino di Santiago vorremmo farle assumere le stesse caratteristiche del sentiero di Compostela, con strutture di accoglienza e pellegrini che lo percorrono. Perché un sentiero francescano come quello di cui stiamo parlando possa diventare una via di pellegrinaggio è necessario l´impegno di tutti, non basta che ci passino i pellegrini. Occorre che i comuni, le istituzioni, le confraternite, le parrocchie si attivino soprattutto per l´accoglienza e la segnalazione››.

la via è bellissima ma poco segnalata Il professor Caucci ha un esempio fresco da proporci per illustrare il suo pensiero: ‹‹Proprio oggi sono arrivati a Perugia 54 pellegrini provenienti da Altopascio in provincia di Lucca, che hanno seguito il percorso indicato dal libro di Angela Seracchioli. Ci hanno raccontato che la via è bellissima, però non è bene segnalata, e soprattutto non c´Ã¨ un´accoglienza reale. Perché il sentiero francescano possa avere uno sviluppo ci dev´essere un impegno collettivo: noi pellegrini, che disponiamo di riviste e giornali e abbiamo contatti a livello internazionale, facendolo conoscere, a chi abita lungo il percorso accogliendo e aiutando››.

le difficoltà
Quali sono le difficoltà che impediscono a questo sentiero francescano di acquistare forza spirituale e dignità culturale come il Cammino di Santiago? ‹‹Il problema fondamentale per far decollare la via di Francesco è che i pellegrini trovino lungo la strada un´accoglienza reale, continua, adeguata, per ricevere e per dare. Il pellegrinaggio, infatti, è costituito da due realtà: dal pellegrino che cammina e da chi lo ospita. Noi gestiamo in Spagna un rifugio dove i pellegrini vengono accolti gratuitamente, possono dormire la notte, ricevere notizie durante il giorno. Noi facciamo un servizio cristiano, ma i pellegrini che conversano con noi ci parlano di se stessi, del loro mondo, delle loro motivazioni e danno un senso al lavoro che facciamo. Questa reciprocità è essenziale››.
Angela Seracchioli ha preparato il primo strumento per il pellegrino, una guida dove vengono disegnate le tappe e fornite tutte le indicazioni utili. Cosa ne pensa? ‹‹Ãˆ un lavoro molto positivo, realizzato da una persona che ha già fatto il Camino di Santiago e che sa per esperienza cosa significhi una via di pellegrinaggio. È uno strumento tecnicamente molto buono che, come tutte le guide di questo genere, non si propone una finalità spirituale-religiosa. Spetta al pellegrino animarlo con la sua motivazione personale››.
A proposito di ispirazione spirituale, il professor Caucci ricorda che in Spagna è stata realizzata una pastorale del Cammino. ‹‹I vescovi delle diocesi che si trovano lungo la via jacobea hanno invitato tutti i parroci ad accogliere i pellegrini e a garantire loro una formazione, attraverso la disponibilità e il dialogo e i gesti del culto. La stessa operazione dovrebbe essere realizzata in Italia per la via francigena e per il sentiero francescano. Il responsabile della pastorale giovanile della Cei, don Paolo Giulietti, insiste perché il pellegrinaggio sia considerato uno strumento utilissimo per stare con i giovani, parlare con loro, affinare la loro esperienza spirituale ed evitare che si riduca a un´impresa sportiva o una bella passeggiata››.
E qui il professor Caucci ci illustra il suo impegno per dare sostanza spirituale e culturale al pellegrinaggio. ‹‹A Perugia abbiamo un centro studi di livello universitario sul Camino di Santiago e sulla via francigena, attraverso il quale pubblichiamo libri, facciamo cultura. Gli abbiamo affiancato una confraternita di S. Iacopo, che invece si occupa di fornire al pellegrino strumenti adeguati per poter percorrere il cammino in prospettiva spirituale e religiosa e per aiutarlo a perfezionare la propria vita di fede››.

UN IMPEGNO DI TUTTI
Ma questo dovrebbe essere, per Caucci, il compito di tutta la comunità cristiana ‹‹Essa dovrebbe rendersi conto che davanti alle proprie case passa una via di pellegrinaggio ed essere disponibile all´accoglienza. In Italia ancora non è molto chiara la distinzione fra il pellegrino che arriva col pullman e quello che va a piedi, ma è soprattutto a quest´ultimo che dovrebbe rivolgersi la nostra attenzione. Egli è il vero testimone dell´esperienza del pellegrinaggio e quando ritorna alla sua comunità la ripropone e se ne fa promotore. C´Ã¨ un nesso molto profondo tra quel che accade al pellegrino che camminando arricchisce se stesso, la crescita della comunità che lo accoglie lungo la strada e la fecondità che egli esercita nei confronti della propria comunità, alla quale riporta il frutto della sua esperienza spirituale››.
Facendo leva sulle sue conoscenze di studioso, Caucci ricorda che tale circolarità è documentata storicamente fin dal Medioevo. ‹‹Il pellegrino che andava a Santiago o a Roma o a Monte S. Angelo e ritornava dopo mesi e mesi, sapeva parlare qualche lingua o perlomeno conosceva quelle tre o quattrocento parole che gli permettevano di comunicare con tutti quelli che in futuro sarebbero passati per la sua città. Il pellegrino medioevale godeva di un nuovo prestigio sociale, gli venivano attribuite conoscenze religiose e talvolta addirittura magiche. Era un personaggio nuovo quello che rientrava nella sua comunità››.

IL COMPITO DELLE ISTITUZIONI
Caucci è convinto che una trasformazione simile potrebbe realizzarsi anche nel pellegrino dei nostri giorni, qualora tutto il processo appena descritto fosse curato. Chiediamo al professore cosa potrebbero fare le autorità locali e regionali per promuovere la via francescana. ‹‹Curare l´accoglienza e la segnaletica del percorso che lascia molto a desiderare. Una persona che fa trenta chilometri al giorno, arriva a un bivio, sbaglia, deve tornare indietro e farne cinque o sei in più incappa in un´avventura davvero sgradevole. L´accoglienza è una forma di partecipazione al pellegrinaggio per i motivi a cui ho già accennato. In fondo, il pellegrinaggio feconda il territorio, come ho potuto constatare in tanti anni che mi occupo del Camino di Santiago››.
Paolo Caucci ha un suo punto di osservazione privilegiato lungo la via jacobea: ‹‹Abbiamo restaurato un vecchio edificio medioevale, bellissimo, nella meseta castigliana vicino a Burgos, dove possiamo ospitare dodici viandanti. La nostra confraternita ha lì tre persone che quando arrivano i pellegrini lavano loro i piedi, secondo un antico rituale, preparano la cena e realizzano per tutto il giorno un´accoglienza continua a centinaia di viandanti che si fermano a prendere un caffè o a scambiare due parole››.
Il professore perugino suggerisce un´idea per promuovere la via francescana: ‹‹Potrebbe diventare una deviazione della francigena. I pellegrini che partono magari dalla Germania seguono la francigena fino a Lucca, poi deviano verso Firenze, raggiungono La Verna e da lì scendono fino ad Assisi, poi rientrano a Roma. È un percorso battuto fin dal medioevo che oggi potrebbe essere riattivato››.
Sulla via francigena la Rai ha trasmesso dei servizi radiofonici. Esiste qualcosa del genere anche per il sentiero francescano? ‹‹Non ancora, anche se sono convinto che questo percorso avrà un suo sviluppo. C´Ã¨ sempre più gente che si mette in cammino; ci sono giovani pensionati che fanno addirittura due o tre pellegrinaggi l´anno. Molti di loro finiranno certamente su questa via francescana. Quando l´iniziativa sarà conosciuta dagli scouts, dai gruppi parrocchiali, non tarderà a decollare. L´importante è creare le strutture di accoglienza, perché il pellegrinaggio non è fatto solo dai pellegrini ma anche da chi li accoglie››.
E a questo proposito il professor Caucci si toglie un sassolino dalla scarpa: ‹‹Potrebbe capitare che i pellegrini arrivino ad Assisi e nessuno dia loro la minima considerazione, perché attorno ai santuari fiorisce un´attività turistico-economica che si disinteressa completamente della loro avventura spirituale. Ci sono persone che arrivano a Roma dopo aver percorso duemila chilometri a piedi, ma di questo non importa niente a nessuno. E allora subentra la delusione››.
 
 
 
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