Colloquio con Sergio Givone, docente di Estetica all’Università di Firenze
L’identità usata come fonte di conflitto è falsa. Se le cosiddette radici cristiane fossero intese come la costrizione a ripetere in maniera identica qualcosa di immutabile, il cristianesimo sarebbe una realtà morta e non una fede liberante
di Achille Rossi
Negli ultimi decenni migrazioni e guerre ci hanno portato drammatica mente in rapporto con l’altro. Questo confronto mette sempre in gioco l’identità personale e collettiva. Ne parliamo con un noto filosofo italiano, Sergio Givone, docente di estetica all’Università di Firenze.
" L’identità è sempre in gioco per natura sua, perché non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una realtà dinamica. Infatti nel momento in cui l’io cerca di rispondere alla domanda “chi sono?”, diventa un altro. L’io non può arrivare a se stesso se non trasformandosi, arricchendosi. Questa dialettica è interna all’identità" .
Parlando di simili tematiche lei ha citato l’espressione del poeta francese Arthur Rimbaud: “Io come un altro”. Ma cosa significa l’identità per un filosofo?
" Dal punto di vista filosofico l’identità è anzitutto quel principio di identità che la tradizione ha definito come il fondamento stabile e inconcusso, senza il quale crollerebbe l’intera costruzione del pensiero. Se non potessi dire che A è A, non potrei essere certo di niente e di nessuno. Nel corso della storia del pensiero, soprattutto grazie a Fichte e all’idealismo tedesco, il soggetto, nel suo tentativo di chiarirsi, scopre in sé l’altro. Il principio di identità è compresenza di identità e differenza" .
Insiste il professor Givone nello spiegare questo concetto centrale: " L’identità porta dentro di sé la differenza: nel momento in cui scopro di essere quello che sono, mi accorgo di essere anche altro, differente da me, aperto su una differenza che mi costringe a pensare all’identità come a una costruzione in divenire" .
Se l’io incontra l’altro in se stesso, non c’è il rischio che l’alterità reale dell’altro non venga mai raggiunta o sia completamente vanificata? " Questa è un’obiezione forte, che mi costringe a riprendere il ragionamento daccapo. Il principio di identità come l’hanno pensato i grandi filosofi tedeschi dell’Ottocento ci dice che l’io, incontrando se stesso, scopre in sé l’altro. O meglio: nell’io che è se stesso c’è il tu, l’io è anche un non-io. Dobbiamo dire, perciò, che l’io scoprendo se stesso scopre l’altro" .
Questo è il primo passo del discorso di Givone: " Se però teniamo fermo il principio di identità, dovremmo anche dire che l’io nell’altro scopre se stesso. E qui si colloca la sua obiezione. Se l’io non vede nell’altro che una proiezione, una sorta di riflesso di sé, non esce dal cerchio magico e disperato che lo imprigiona. Evidentemente l’altro dev’essere riconosciuto come tale. Nell’altro io scopro me stesso solo nella misura in cui lo rispetto e lo riconosco come altro" .
Per chiarire meglio il discorso Givone fa appello all’esperienza artistica: " Nelle sue lezioni di estetica il filosofo Pareyson faceva notare che più un artista è fedele a ciò che deve fare, si cala totalmente nell’opera, cerca di dimenticarsi e di capire quel che l’opera vuole da lui, tanto più raggiunge se stesso e alla fine, misteriosamente, l’opera rivela lui. Ma vale anche il contrario: l’artista che vuole imporre se stesso, che vede nell’opera solo il suo riflesso si perde e l’opera non gli parla più. Questo significa che, pur restando fermo che l’io nell’altro incontra se stesso, è anche vero che nell’altro incontra l’altro e solo incontrando l’altro incontra se stesso" .
Talvolta l’identità viene utilizzata per giustificare la lotta contro l’altro fino alla sua distruzione. Come si può far giocare positivamente il concetto di identità nell’attuale contesto sociopolitico? " Quando l’identità viene utilizzata come fonte di conflitto significa che ci troviamo di fronte a una identità falsa, concepita come immobile, immutabile. In questa prospettiva la celebre formula A = A viene interpretata come se l’io fosse condannato a essere sempre e soltanto se stesso. Oggi si parla spesso di radici cristiane; ma se fossero intese come la costrizione a ripetere in maniera identica qualcosa che è già là da sempre, il cristianesimo sarebbe una realtà morta e la peggior catena che si possa immaginare" . Ma c’è di più per Givone: " Incorreremmo anche in un errore logico, perché i filosofi tedeschi che hanno riflettuto sull’identità ci hanno spiegato che, nel momento in cui l’io si riconosce identico a sé stesso, si scopre altro da sé. E questo è la logica a dircelo prima che la politica" .
Analizzando la situazione contempo ranea, lei ha sottolineato l’esistenza di un modello illuministico e di uno romantico di considerare l’identità. Le chiedo se esista una specie di “via media” che sappia contemperare i due modelli. " Il modello illuministico è quello che considera l’identità un’ astrazione; in tale prospettiva tutti siamo uguali e l’essere umano è soggetto di diritti universali. Non bisogna sottovalutare l’importanza del passo che l’umanità ha compiuto quando ha riconosciuto i diritti dell’uomo e ha decretato che l’uomo in quanto tale è portatore di diritti. Nascono però dei problemi ad adottare quest’ottica in maniera esclusiva, perché viene dimenticato il colore della pelle, che pure è importante, la tradizione, che è irrinunciabile, e tutto quello che l’uomo è sul piano della storia, della provenienza, insomma a livello concreto. Il modello romantico, invece, sottolinea il primato della pelle, della storia, della terra, ma nel farlo si espone alla violenza di chi, in nome di quel sangue e di quella terra, fa valere dei modelli di comportamento inaccettabili. Naturalmente non ho in mano la ricetta per risolvere questi problemi, ma credo che ci possa aiutare una riflessione sulla dialettica dell’identità" .
E il professor Givone torna a ribadire il nucleo del suo discorso: " Bisogna pensare a fondo il principio di cui abbiamo già parlato, che si esprime nella formula: “l’io incontrando se stesso incontra l’altro, l’io incontrando l’altro incontra se stesso”. Questo potrebbe essere un criterio regolativo" .
Un suo collega filosofo che ha ricoperto l’incarico di presidente del Senato ha invitato a difendere l’identità occidentale, che a lui sembra minacciata particolarmente dall’islam. Lei si arruolerebbe per questa crociata?
" No, per ragioni politiche e per ragioni religiose. Io penso che il cristianesimo non sia una radice che mi fa essere quello che sono e mi condanna a rimanervi fissato. Il cristianesimo è libertà, adesione a una fede che libera e non incatena.
Ci sono ragioni ideologiche che mi dividono dalle posizioni che lei ha citato, ma prima ancora ragioni filosofiche. La filosofia ha insegnato a pensare all’identità in maniera diversa dalla necessità di ricadere in se stessi, in una specie di circolo ripetitivo che ci condanna alla malinconia del sempre uguale.
La filosofia dell’identità scopre quella dialettica di io-altro, che è un dinamismo prezioso e che dobbiamo tenere più caro della difesa dello status quo" .