Affamati e poveri del mondo…

Nel 2008 i “dannati della terra” hanno superato il 50% della popolazione mondiale

Nel 1960 il 20% più povero della popolazione mondiale disponeva del 2,3% del reddito. Nel 2000 questa percentuale è scesa all’1%. E intanto continuano a crescere i super ricchi

di Rodrigo A. Rivas

Nel 2008 una serie di sollevazioni popolari in diversi paesi del sud del mondo poneva all’ordine del giorno la questione alimentare. Il Fondo monetario internazionale e i suoi fratelli parlavano di una evoluzione senza precedenti, caratterizzata da futura scarsità e grandi squilibri tra offerta e domanda, e mettevano in guardia sulle terribili conseguenze sociali, politiche e nutrizionali che ne sarebbero derivate, di milioni di persone alla fame e dei disturbi che avrebbero avuto luogo se questi squilibri non venivano risolti. L’8 dicembre 2008 la Fao proclamava: “Aumenta la fame nel mondo, Quasi un miliardo senza cibo… L’aumento dei prezzi alimentari è la causa principale… Nel 2007 923 milioni di persone non avevano abbastanza cibo, ora sono 963 milioni… L’aumento dei prezzi ha fatto precipitare nell’insicurezza alimentare milioni di poveri e ridotto drasticamente la quantità e qualità del cibo a loro disposizione… Per milioni di persone riuscire a mangiare ogni giorno una quantità di cibo sufficiente è ancora un sogno lontano… Con i prezzi delle sementi e dei fertilizzanti più che raddoppiati dal 2006, i contadini poveri non sono riusciti ad aumentare la produzione, mentre gli agricoltori più ricchi, soprattutto nei Paesi sviluppati, hanno sostenuto i prezzi più alti e accresciuto le semine”.
Malgrado tutto indichi che le previsioni fossero giuste, la crisi alimentare è scomparsa dai media e dall’agenda internazionale. Eppure, il problema è destinato a peggiorare in molti paesi, specie nei più poveri, poiché non dipende da una scarsità assoluta o dai prezzi internazionali, ma della incapacità di pagarsi gli alimenti che colpisce buona parte della popolazione.

Ai primi del 2009 lo scenario alimentare mondiale è dominato da 3 problemi.
Il primo è la crisi delle coltivazioni, specie nei paesi poveri, prodotta da due decenni di negligenza politica: calo degli investimenti pubblici per la ricerca, per l’ampliamento e il sostegno all’agricoltura; la liberalizzazione del commercio che ha esposto gli agricoltori del sud del mondo a una “concorrenza” con l’agricoltura fortemente sovvenzionata del Nord; la liberalizzazione finanziaria che ha ridotto l’accesso degli agricoltori al credito trasformandoli in vittime della speculazione che ha inciso anche sui prezzi. Il risultato è stato che i costi delle coltivazioni aumentano persino quando diminuiscono i prezzi dei raccolti.
Il secondo è il calo generalizzato dei salari, più acuto ancora nei paesi poveri, che ha diminuito il potere d’acquisto della popolazione anche quando le economie crescevano. Per cui, la domanda di cibo non è aumentata semplicemente perché i poveri non possono pagarlo.
Il terzo è la impressionante concentrazione delle aziende che operano in campo agricolo. L’agricoltura, a livello produttivo e di consumo, è dominata da poche mega-aziende. Tra l’altro, queste traggono profitto anche dalle sovvenzioni pubbliche per favorire l’etanolo, promuovendo la destinazione d’uso dei terreni: dalla produzione di cibo a quella di combustibile per autovetture, con una spesa energetica paradossalmente maggiore. Ciò si riflette direttamente sulla struttura dei prezzi. Infatti, a partire dal secondo semestre 2008 i costi mondiali delle derrate alimentari sono diminuiti, ma non si osserva alcuna diminuzione dei prezzi al minuto, e cioè dei prezzi pagati dalla popolazione.

Nel periodo 1945-2000 il commercio mondiale si è moltiplicato per 19, il Pil pro capite per 6, la popolazione per 4 e il valore del Pil mondiale per 24. Ma questo successo non ha diminuito la povertà e la fame mondiali. Anzi, più sono balzati in avanti gli indici di crescita economica, più si sono moltiplicati poveri e affamati. Ciò pone una domanda ovvia: qual è, se esiste, il rapporto tra la crescita economica e il benessere delle persone? I poveri e gli affamati sono aumentati perché è diminuita la loro quota sul reddito complessivo. Questa banale spiegazione viene nascosta con fiumi di parole: le crisi epocali, il terrorismo, i fannulloni, i lacci e laccioli imposti dal mercato, la burocrazia, lo statalismo, il sistema giudiziario, gli stessi poveri… Tuttavia, le cifre cantano. Infatti, ne basta una sola: nel 1960 il 20% più povero della popolazione mondiale disponeva del 2,3% del reddito mondiale, nel 2000 dell’1%. In seguito la concentrazione della ricchezza è continuata ad aumentare ancor più celermente, più ancora con la crisi in atto, dato che il problema identificato è quello di salvare banche e aziende…
Logicamente, tra 1960-2000 è aumentato il numero di persone in condizioni di “estrema povertà” o “indigenza” (meno di un dollaro il giorno), e di “povertà” (meno di due dollari al giorno). Quando la Fao parla dei 963 milioni di affamati si riferisce solo ai primi, ma si può pensare che nemmeno quelli con meno di 2 dollari al giorno se la passino tanto bene. Nel 2008, i “dannati della terra” sono diventati circa 3,5 miliardi di persone, oltre il 50% della popolazione mondiale. Ed il processo si accelera ogni giorno.
Basta un veloce esame della situazione del Sud del mondo per constatare preoccupanti elementi di continuità tra l’era coloniale e la situazione attuale. Anzi: “I contadini poveri, che identificavano la lotta per l’indipendenza con quella per le terre, non hanno ottenuto neanche dei piccoli campi da coltivare (…) Con l’indipendenza nazionale si è assistito alla conquista delle terre da parte di un nuovo tipo di coloni” (Jacoby E., “Agrarian Unrest in South East Asia”, New York 1961, citato da Beckford G., “Persistent Poverty”, Zed Books, Londra, 1983). Una tesi estremistica? Non sembra, stando a qualche esempio.
Scriveva, nel 2005, la Commissione Economica dell’Onu per l’America Latina (Cepal): “L’acuta concentrazione dei redditi fa dell’America Latina la regione del pianeta con i peggiori indicatori d’iniquità. Il 10% della popolazione concentra oltre il 40% del reddito. La cattiva distribuzione del reddito nella regione non migliora ma, anzi, tende a peggiorare”. (Cepal, “Panorama social de América Latina 2005”, novembre 2005).
Scrivevano, nel 2006, i vescovi latinoamericani: “Siamo allarmati perché il 44% della popolazione latinoamericana e caraibica non riesce nemmeno a soddisfare i bisogni primari e il 19,4% vive in una situazione di estrema indigenza. Bisogna superare le strutture di potere che violano i diritti fondamentali della persona. Si sacrificano generazioni con la speranza di un futuro più equo che non arriva” (26 maggio 2006). Preoccupazione più che comprensibile se si considera che, pur se nel 2006 l’economia dell’America Latina era cresciuta per il quarto anno consecutivo attorno al 5%, la percentuale dei poveri era sempre quella dei primi anni Ottanta e, in termini assoluti, il loro numero era passato da 136 a 205 milioni, gli indigenti da 62 a 79 milioni, tra cui 41 milioni di bambini sotto i 12 anni.

La fame è figlia delle disuguaglianze, e
queste possono misurarsi in diversi modi. Un indice può derivare dal confronto tra i salari settimanali dei lavoratori dipendenti e  le retribuzioni dei loro amministratori delegati. E le cifre continuano a cantare: a livello mondiale, tra 1973-1998, i salari dei dipendenti sono diminuiti del 12% in termini reali. Viceversa, nei soli anni Novanta, le retribuzioni dei loro manager sono aumentate del 535% in moneta corrente, del 450% in moneta costante. Ben prima dello scoppio dell’attuale crisi l’osservatorio del sindacato statunitense Afl-Cio, “Executive PayWatch”, scriveva: “Negli Stati Uniti del 1980 il rapporto tra lo stipendio degli alti dirigenti  ed il salario medio era 42:1; nel 1999, 475:1; nel 2000, 531:1. Nel 2005, l’1% più ricco della popolazione statunitense ha ricevuto il 21,2% del reddito totale, mentre la metà della popolazione ne ha percepito il 12,8%”. E “The Wall Street Journal”: “La quota degli americani più ricchi nel reddito nazionale ha battuto un record storico e superato le vette raggiunte con i rialzi dei mercati degli anni Novanta. L’evoluzione mostra lo scarto crescente tra le situazioni economiche, che genera l’angoscia dei lavoratori americani” (12 ottobre 2007).
Se il rapporto tra i redditi degli alti dirigenti e il salario medio dei lavoratori è 531:1 (negli Usa, nel 2000. Altrove era anche peggio. E nel 2008 è peggio anche negli Usa), e la distanza continua ad aumentare velocemente e inesorabilmente, l’essenziale non è l’andamento generale dell’economia, o il debito pubblico, ma la distribuzione dei benefici della crescita o la spartizione delle difficoltà ed oneri derivanti dalla stagnazione tra i diversi soggetti sociali. Perciò una discussione incentrata sulla crescita del Pil è vacua quanto la discussione sul sesso degli angeli. Vacua, ma non casuale: serve per nascondere la realtà.
Dovunque si rivela la stessa tendenza. Ad esempio, in Francia, il rapporto tra i redditi medi di una famiglia e dei dirigenti aziendali, 1:40 nel 1970, è diventato 1:339 nel 2004. In Italia, tra 2002-2005 gli stipendi degli amministratori delle principali aziende quotate in Borsa sono aumentati in media dell’80% (contro il 54% medio dei loro colleghi statunitensi). L’Oscar della generosità l’ha vinto lo Stato, distribuendo ricchi premi anche a personaggi manifestamente inadeguati che, per togliere il disturbo, hanno preso indennizzi che spaziavano dagli 11 milioni presi dall’ex amministratore delegato dell’Eni, Vittorio Mincato, agli oltre 10 milioni d’euro dell’amministratore delegato dell’Enel, Paolo Sacaroni, ai 7 milioni dell’ex presidente delle ferrovie, Elio Catania eccetera (“Sempre più d’oro i manager italiani. In tre anni +80% i compensi degli AD delle società quotate”, “La Repubblica”, 1 dicembre 2006).
Tra i beneficiati ci sono anche gli agitprop. Ad esempio, tra settembre 2004-agosto 2005, Bruno Vespa ha ricevuto dalla Rai 1.913.800 euro, ossia 159.472,5 euro mensili in media. Il rapporto tra la sua retribuzione (alla quale si aggiungono i ricavi editoriali derivanti dai suoi libri pubblicizzati gratuitamente dalla stessa Tv), e il costo del salario medio di un operaio industriale è di circa 1:80. Buon per Vespa, naturalmente, ma l’esimio giornalista abita nello stesso Stato in cui qualche milione di metalmeccanici, autoferrotranviari o dipendenti statali – molti dei quali non arrivano ai 1.000 euro mensili netti di stipendio – sono riusciti a firmare il loro contratto con anni di ritardo, dopo decine d’ore di sciopero, con aumenti lordi mensili attorno ai 100 euro. Un rinnovo difficile, anche perché la Tv – pubblica e privata – che ha tuonato a lungo contro “le pretese eccessive dei sindacati che riducono la competitività dell’azienda Italia”.
Questi piccoli esempi dovrebbero bastare per capire sia le ragioni del fallimento dei Millenium Round che dell’attuale crisi. Soprattutto, però, dovrebbe bastare per capire l’urgenza di creare un’alternativa radicale a questo inaccettabile stato di cose.

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