Ambiente / Riprendiamoci il futuro

Ecofestival 2017 – Valtiberina

di Andrea Cecconi

“L’economia del mondo industrializzato è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base di una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili, prima fra tutte il petrolio. Più in generale il nostro sistema di consumo si fonda sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite.
Le conseguenze più evidenti di questa politica sono il Riscaldamento Globale e il superamento del] picco delle risorse, prime tra tutte il petrolio; una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale sulla vita di tutti noi. Ci sono molti altri effetti che si sommano a questi: inquinamento, distruzione della biodiversità, iniquità sociale, mancata ridistribuzione della ricchezza, ecc.
Il rapido progressivo riscaldamento terrestre, ormai difficilmete controllabile, dovuto alle immissioni di gas serra nell’ atmosfera avrà effetti devastanti sul nostro pianeta. È importante per il sostentamento della specie, ma anche per l’effetto domino che ciò può causare, inquadrare l’effetto del riscaldamento del pianeta sulla produzione agricola.  Gli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura sono riconducibili a tre macroaree:
La prima riguarda il rischio di una drastica riduzione della produzione agricola mondiale a causa dell’innalzamento delle temperature, riduzione delle precipitazioni (come cumulati di pioggia) con conseguente aumento della vulnerabilità delle aziende agricole.
La seconda è la SICUREZZA DELLA CATENA ALIMENTARE. Le ripercussioni attese dal cambiamento climatico sulla sicurezza alimentare riguardano principalmente l’aumentata criticità della gestione della risorsa acqua e l’accelerazione della diffusione di malattie e contaminazioni nei prodotti agricoli e alimentari.
Infine la SICUREZZA SOCIALE. Secondo il Consiglio europeo, infatti, gli effetti del cambiamento climatico sulla disponibilità e ripartizione delle risorse naturali condurranno molto probabilmente a un aumento delle turbolenze e dei fenomeni migratori in varie aree del mondo. Se a questo si aggiungono i costi del petrolio, che la Fao prevede salire entro il 2022 a 145 dollari a barile, i motivi per un drastico calo delle produzioni agricole più o meno convenzionali già a partire dal prossimo decennio aumentano drammaticamente.
In questo quadro diventa paradossale pensare ad un’economia del prossimo decennio, soprattutto a livello locale, basata sul profitto (ovvero sull’accumulo di ricchezza, sull’espansione e sull’esportazione).
Se vogliamo mitigare gli effetti, che si preannunciano devastanti del riscaldamento globale e dell’incremento del prezzo del petrolio; se vogliamo mitigare gli effetti dovuti al rischio di esaurimento di alcuni metalli strategici per tutta la produzione industriale (circa l’80% disponibili solo in giacimenti localizzati in Cina) il cui riciclo, in atto, è onerosissimo a livello energetico ed ambientale è opportuno e, probabilmente necessario, iniziare a pensare ad un’economia, perlomeno locale, basata prevalentemente sulla resilienza.
La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza.
È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto. Basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza.
I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).
Lo fanno con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, [a livello] regionale, nazionale, internazionale e globale.”
Ecco perché l’idea di RIPRENDIAMOCI IL FUTURO FESTIVAL impostato sul parlare di un’agricoltura e di una società non più del profitto, ma di un’onorevole sussistenza e con un significativo livello di autosufficienza.
Ecco perché parlare di tecniche, purtroppo non rapide, di riqualificazione dei suoli come dovere improrogabile già nei nostri confronti, nei confronti dei nostri figli e, poi, delle future generazioni. ◘

 

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