Crisi alimentare

In questo ultimo anno sono aumentati coloro che soffrono la fame. Sono ormai oltre 4 miliardi le persone che vivono con meno di due dollari al giorno. Eppure a risolvere il problema basterebbe quanto si spende per le armi in soli 20 giorni

di Rodrigo A. Rivas

Secondo Josette Sheeran, direttrice del Programma Mondiale di Alimenti (Pam): «Nel 2009 abbiamo più affamati che mai… 1.020 milioni di persone non mangiano il minimo indispensabile… Altri 3.000 milioni sono denutriti».
Quando si parla di “affamati”, ci si riferisce solo al primo gruppo, quello degli “indigenti”, con un reddito inferiore a 1 dollaro (0,70 euro) al giorno. Il secondo gruppo non è incluso tra gli affamati. Non sono indigenti avendo meno di 2 dollari (1,4 euro) al giorno. E, forse, possono permettersi un caffè. Ovviamente dopo essersi pagati il cibo, la casa, i vestiti, i medicinali, i trasporti, la scuola eccetera. La somma delle 2 categorie ci dice che sulla terra abitano 4.020 milioni di “miserabili” (in senso economico, ovviamente). Poiché la popolazione totale è di circa 6.500 milioni, questi “miserabili” sono – secondo le cifre ufficiali – il 61,8% degli esseri umani. Conviene precisare che la percentuale aumenta ulteriormente tra i “gruppi più vulnerabili”: le donne, i bambini, gli anziani, i disabili…
Afferma sempre la Sheerer: «Il flusso di aiuto umanitari è al suo minimo storico… Nel 2009, il Pam aveva bisogno di 6,7 miliardi di dollari (circa 4,5 miliardi di euro) per dare da mangiare a 108 milioni di persone (il 9,4% degli affamati ufficiali) in 74 paesi. Ne ha ricevuti 2,6 miliardi di dollari (circa 1,75 miliardi di euro), per cui siamo stati costretti a tagliare i diversi programmi…». Erano programmi per far mangiare gli affamati.
Secondo l’Onu, con 60-70 miliardi, il 10% circa di quanto utilizzato dagli Usa per salvare il loro sistema finanziario, si potrebbe risolvere la miseria, e cioè non solo la fame, ma anche la mancanza di acqua potabile (120 milioni di persone secondo l’Onu), di fogne (766 milioni), di scuole dell’obbligo (110 milioni di bambini), di alfabetizzazione (842 milioni di adulti analfabeti), di sanità di base…, ossia quasi tutte le cause innecessarie di sofferenza umana che, tra l’altro, portano 507 milioni di persone ad avere una speranza di vita non superiore ai 40 anni, in regola con il profondo medioevo.

Nel maggio 2009, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro previde che la disoccupazione mondiale sarebbe aumentata di 39-61 milioni (si parla di lavoratori in regola).
Il 23 settembre 2009 all’Assemblea generale dell’Onu il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, ha dichiarato: «Il Fondo prevede una lenta ripresa economica, ma la crisi è solo agli inizi per molte persone sul punto di rimanere disoccupate. La disoccupazione potrebbe aumentare nel 2010… La povertà persisterà in molti paesi, in particolare in quelli che non hanno un sistema di protezione sociale… Con questa, aumenteranno i rischi di destabilizzazione sociale… I paesi poveri sono stati colpiti non solo dalla recessione globale e dalla contrazione del commercio mondiale, ma anche dall’aumento dei prezzi degli alimenti… In molte aree del mondo non è in gioco solo un aumento della disoccupazione o un calo del potere d’acquisto, ma anche la vita e la morte in sé… L’emarginazione economica e l’instabilità sociale potrebbero portare alla instabilità sociale e politica, o a una rottura della democrazia. Potremmo assistere alla guerra». Le parole di cotanto esperto suggeriscono alcune domande. Ad esempio, quale sarebbe l’effetto apocalittico provocato da eserciti di affamati alla ricerca di cibo per sopravvivere nelle grandi megalopoli? Cosa può arrestare un affamato? Cosa può perdere oltre a una vita che gli scappa comunque? Con quali discorsi si può contenerli per rimetterli sul sentiero della “civiltà” e della “governabilità democratica”?
Secondo i dati del Sipri, nel 2008 la spesa militare mondiale è aumentata del 4%, arrivando a 1,46 bilioni di dollari (1 bilione = 1 milione di milioni), circa 1 bilione di euro. Tra 1998-2008, è aumentata del 45%, malgrado ci siano 10.300 armi nucleari operative nel mondo (25.000 se s’includono quelle inattive), con le quali tutta l’umanità può essere sterminata più volte. Si deve concludere che, se ogni giorno si spendono 4 miliardi di dollari (2,7 miliardi di euro circa) per nuovi armamenti, non è perché queste manchino, ma solo perché si tratta di un ottimo affare.
Comunque, basterebbe utilizzare quanto si spende per armi in 20 giorni per risolvere le cause strutturali della miseria (e per creare occupazione). Non si resterebbe inermi, e ci si potrebbe riarmare per 365 giorni, per il grande godimento del ministro La Russa.
En passant, è lecito chiedersi quante pallottole o missili dovrebbero essere sparati per fermare una folla disperata per la fame. Pare inutile osservare che la esasperazione provocata dalla disperazione può tradursi in uno scontro barbarico, una regressione all’uomo preistorico, senza civiltà o convenzione sociale che possano frenarlo.

Ci voleva la crisi per arrivare a queste conclusioni? Non necessariamente. Già nell’aprile 2008, ad esempio, la Ong statunitense Grain pubblicava il suo rapporto annuo sulla situazione alimentare mondiale. Lo intitolava: “L’affare dell’uccidere per fame”. Esordiva: «Da diversi mesi, si è abbattuta su famiglie, governi e mass media una vera tormenta derivata dall’aumento del costo degli alimenti. Il prezzo del grano è aumentato del 130% nell’ultimo anno. Quello del riso si è duplicato in Asia negli ultimi tre mesi e ha raggiunto quotazioni record sul mercato dei futures a Chicago. L’aumento a spirale dell’olio commestibile, della frutta e della verdura, dei prodotti lattieri e della carne, ha provocato un calo del loro consumo durante quasi tutto il 2007. Da Haiti al Camerun, passando per il Bangladesh, la gente è uscita in strada spinta dalla rabbia per non poter acquistare cibo. Aumento dei costi? No. Scarsità del cibo? Nemmeno. Ci ritroviamo in mezzo a un collasso strutturale, conseguenza diretta di tre decenni di globalizzazione neoliberista… La crisi alimentare in corso è conseguenza della pressione permanente esercitata dagli anni ‘60 per il modello agricolo della “Rivoluzione Verde”, e della liberalizzazione del commercio e le politiche di aggiustamento strutturale imposte ai paesi poveri dalla Banca Mondiale e dal Fmi fin dagli anni ‘70. Queste politiche sono state rinforzate a metà degli anni ‘90 con la Organizzazione Mondiale del Commercio e, più recentemente, mediante una serie di accordi bilaterali di libero commercio e investimento. Così sono stati smantellati implacabilmente i dazi e altri strumenti con i quali i paesi poveri proteggevano la loro produzione agricola, forzandoli ad aprire i loro mercati e le loro terre all’agrobusiness mondiale, agli speculatori e alle esportazioni di alimenti sussidiati provenienti dai paesi ricchi. In questo processo, le terre fertili vennero riconvertite per produrre alimenti destinati alla esportazione o a coltivazione di contro stagione di alto valore per rifornire i supermercati occidentali. Oggi, circa il 70% dei cosiddetti paesi in via di sviluppo sono importatori netti di alimenti… L’80% degli affamati a livello mondiali sono piccoli agricoltori. Se si aggiungono il riadeguarsi del credito e dei mercati finanziari per creare una enorme industria del debito e la perdita di ogni possibilità di controllo sugli investitori, risulta chiara la gravità del problema: la politica agricola ha perso ogni rapporto col suo obiettivo fondamentale, alimentare la popolazione… Si producono sufficienti alimenti nel mondo, ma non arrivano a quelli che ne hanno bisogno. La popolazione consuma direttamente meno della metà della produzione mondiale di cereali. La maggior parte di questa si utilizza per il consumo animale e sempre di più per la produzione di biocombustibili».
Cattocomunisti statunitensi? Beh, secondo la Fao 10 multinazionali controllano l’80% del commercio mondiale di alimenti. Producono solo per chi ha capacità d’acquisto. Se, come già detto, oltre il 60% dell’umanità non può farlo, non c’è problema: le multinazionali riducono la produzione per diminuire i costi. Vendono di meno, ma più caro. E la redditività dei loro capitali è salva.
(continua)

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?