Cappuccio Rosso, Ayse Deniz Karacagil

Morire a 24 anni per la libertà

Se l’Occidente ha perso la faccia nel G7 di Taormina, se l’anima della sinistra europea si è smarrita nei barconi dei migranti che attraversano il Mediterraneo, essa rinasce nel volto di vite umili, poco conosciute, il cui sacrificio restituisce senso e dignità alla vita di tutti.
Ayse Deniz Karacagil conosciuta al pubblico giovanile come Cappuccio Rosso, grazie a Zerocalcare che ha raccontato la sua storia nel fumetto Kobane Calling, è morta a Raqqa per mano di un cecchino dell’Isis, combattendo a fianco del popolo curdo. Ed è stato lo stesso autore a dare la notizia, postandola nella sua pagina Facebook: «… condannata a 100 anni di carcere dallo Stato turco per le proteste legate a Gezi Park [a cui aveva preso parte nel 2013], aveva scelto di andare in montagna per unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento». L’amarezza di Zerocalcare è quella di tutti coloro che sperimentano davanti al quotidiano orrore della guerra e del terrore l’umanità che si spegne nel cuore dell’uomo.
Presto quel viso paffutello, intelligente, spensierato come può essere il volto di una ragazza di 24 anni sarà dimenticato, assieme ai tanti morti senza nome e senza volto delle guerre ipocritamente definite “umanitarie”. Sarà dimenticato, ma non del tutto. Perché la storia di Cappuccio Rosso è inscritta nel suo volto che è, come afferma Levinas, rivelazione: «nell’ “epifania” del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro». Quel volto, che abbiamo riportato in copertina, parla proprio di condivisione. È un volto comune, e tutto ciò che è comune in qualche misura ci accomuna, ci fa sentire parte, complici, compartecipi, solidali. È un volto che si potrebbe incontrare a qualsiasi angolo di strada, rivedere in tante studentesse universitarie, in giovani mamme alle prese con il loro bambino, tra gli amici dei nostri figli. È un volto solare e pieno di vita, quello di chi immagina di avere ancora davanti a sé un lungo e felice percorso da compiere. Esso trasmette la percezione della vita e non della morte, quella stessa che l’ha ghermita subdolamente per mano di un cecchino dell’Isis, perché i terroristi fanatici si vergognano di combattere a viso aperto un esercito in cui militano donne. Ayse trasmette la voglia di vivere anche se a soli 24 anni aveva già sperimentato la durezza dei carnefici che nelle favole per bambini vengono descritti come orchi. Non ha avuto il tempo di elaborare una vita diversa che non fosse guerra, lotta, fuga. La vita l’ha posta precocemente di fronte a un bivio e lei ha dovuto scegliere: o per la vita e la libertà o per la morte e l’oppressione. Ha scelto la prima ipotesi: lottare per la liberazione del popolo curdo, per questo è morta. Eppure la semplicità di quel gesto maturato nel cuore di poco più di una bambina ha la potenza di restituire a ognuno di noi la dignità di sentirsi umani, liberi, capaci di amare. Solo il sacrificio della vittima innocente libera dalla violenza, è stato detto.
E non c’è dubbio che Cappuccio Rosso sia stata una vittima innocente. Vittima di un mondo che marcia spedito verso l’autodistruzione, che ha creato uno squilibrio insopportabile tra pochi ricchi, il cui potere risiede nel denaro e nelle armi, e tantissimi poveri padroni solo delle loro misere vite. Eppure il suo semplice gesto ha la forza di indicare la follia che incombe sul destino di tutti. E lo ha fatto senza perdere il sorriso. Alzava la mano in segno di vittoria, ma con fare dimesso proprio di chi non è abituato a ostentare, a enfatizzare, a esprimersi in forme e modi che non gli appartengono.
Ayse non era stata invitata al tavolo dei ricchi Epuloni del G7, eppure il suo gesto ne ha svelato l’ipocrisia, facendo capire al mondo chi sia in realtà a pagare il prezzo delle decisioni prese in simili consessi e da quale parte stia la verità. ◘

 

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