Centenario Franchetti / La mia vita cambiata grazie ai Franchetti

Il racconto della maestra Velia Campanelli

di Alvaro Tacchini

«Il mio babbo mi ripeteva sempre che le persone come il barone Leopoldo Franchetti sono uniche sulla Terra. Per lui è stato un benefattore. Quando parlava di lui e della moglie Alice, piangeva».
Velia Campanelli, una ex maestra che vive a Pistrino, ha molte cose da raccontare sui Franchetti. La famiglia di suo padre, Pietro, è stata una delle 42 famiglie coloniche che, in virtù del testamento di Leopoldo Franchetti, nel 1917 si ritrovarono da un giorno all’altro proprietarie del podere che fino ad allora avevano lavorato a mezzadria.
Pietro aveva allora 29 anni e coltivava il podere di Casa Bianca, presso Villa Montesca. Dice Velia: «Non si aspettava la donazione del podere. Anche quando era colono di Franchetti, era trattato bene, era rispettato. Il barone non era come gli altri padroni dei poderi. C’era una differenza straordinaria tra lui e gli altri padroni. Anche il fattore della Montesca era una brava persona».
I Campanelli avevano un buon podere: «Anche se in collina, era pianeggiante. La fame non l’abbiamo mai patita. Si faceva anche 100 quintali di grano. E quando si arrivava a 100 quintali si faceva un bel rinfresco. Poi si faceva il foraggio, perché si teneva due buoi per il lavoro sui campi e due o tre mucche per il latte. La mia sorella faceva la lattaia: andava a vendere il latte a piedi a Castello dalla Montesca. Si aveva un paio di maiali da ingrasso per uso famiglia. E poi si coltivava il tabacco nero, il Kentucky. E l’uva: il mio babbo faceva del vino buonissimo, per consumo famigliare».
La loro era la vita dura e modesta di una famiglia contadina: «Non avevamo l’acqua in casa. Bisognava andare con due brocche a prenderla alla fonte. Un tragitto scomodo, toccava scendere e salire. Per illuminazione si aveva il lume a carburo; la sera studiavo alla luce del lume a carburo. Io sono andata a parare i maiali. Ho cominciato a 8 anni. Poi dovevo fare le faccende di casa. E mia mamma mi ha insegnato a fare la pasta fatta in casa. Mi dava anche dei cruccoloni quando non sapevo fare».
La mamma di Velia, Maria, era del 1889 e veniva da un podere di Riosecco, non di proprietà dei Franchetti. Le è stato tramandato un ricordo indelebile di Alice Hallgarten Franchetti: «Alice andava a trovare le famiglie dei suoi coloni e controllava personalmente l’igiene della casa. Guardava anche sotto i letti se le famiglie tenevano pulito. Esigeva la pulizia della casa, e anche di tutto il corpo. Se la persona era disordinata, guai! E poi controllava che i ragazzi andassero a scuola. Se non erano a posto, chiamava i genitori. Era ligia al dovere».
La mitica scuola della Montesca, che i Franchetti vollero per contribuire all’emancipazione culturale dei loro coloni: suo padre non l’aveva potuta frequentare, perché già adolescente quando fu fondata, e si era fermato alla terza elementare. Velia invece l’ha frequentata: «Sono del ‘31. Sono andata a scuola a 5 anni, perché ero innamorata della scuola. Ho fatto fino alla quinta alla Montesca col metodo della Montessori. Mi insegnava la maestra Annina Rotoni. Era una persona semplice, dolce, sincera; una mamma sia con i bravi e intelligenti, sia con i meno bravi. Però esigeva il rispetto delle regole e degli impegni di lavoro, perché se si imparava da piccoli a lavorare, da grandi si diventava bravi lavoratori».
Velia ha frequentato la scuola della Montesca fino alla sesta classe elementare. Poi ha continuato gli studi fino a diplomarsi maestra, alle Salesiane. Le sue prime esperienze di insegnamento sono state presso Candeggio e a Ghironzo. Poi il ritorno alla scuola della Montesca: l’allieva di una volta ci è rientrata da maestra. «Ci ho insegnato sette anni, dal 1953 al 1960. Allora c’erano ancora tutte le cinque classi delle elementari, con un insegnante per classe».
Si adottava ancora il metodo montessoriano: «Da quando sono andata a scuola alla Montesca a quando ci ho insegnato, il metodo è rimasto sempre uguale. La scuola della Montesca si fa dal vero, con la pratica; non c’è bisogno degli imparaticci». E Velia porta un esempio concreto: «Quando spiegavo ai ragazzi il peso lordo e il peso netto, dovevo solo assistere. Un bambino portava un cestino, un altro le fave da metterci dentro. I bambini, con la bilancia, prima calcolavano il peso della tara (cioè del cestino), poi mettevano sulla bilancia le fave e calcolavano il peso netto, pulito. Quando un bambino ha pesato da sé e ha fatto questi calcoli nella pratica, non c’è bisogno che studi in teoria cosa è il peso lordo e il peso netto; se lo ricorda per tutta la vita».
Un altro esempio: «La pianta per vivere ha bisogno di acqua, di luce, di fertilizzanti. Cosa si faceva? Si portavano due vasi e i semi (di grano, di fagioli…). I bambini mettevano gli stessi semi in due vasi. Però uno l’innaffiavano, l’altro mai, e osservavano quello che succedeva. Così, quando si chiedeva di cosa ha bisogno il seme per germogliare, rispondevano convinti: «Abbiamo visto che per germogliare il seme ha bisogno di acqua; al contrario abbiamo visto che i semi non innaffiati non sono spuntati’».
La famiglia Campanelli era numerosa. Velia ha avuto 5 fratelli e 3 sorelle. La loro è una storia di emancipazione sociale: «Quattro miei fratelli sono diventati fattori; un altro guardia di pubblica sicurezza. Anche Leopoldo, il più grande, è stato fattore. Mio babbo lo chiamò Leopoldo proprio per riconoscenza verso il barone. I miei fratelli sono riusciti a diventare fattori anche perché avevano frequentato la scuola della Montesca; rispetto ad altri contadini erano più evoluti».
Velia sottolinea quanto furono importanti gli insegnamenti di un padre, ex colono, grande lavoratore e uomo tutto di un pezzo: «Mio babbo era stimato, saggio. Ci ha insegnato a non sciupare la reputazione: ‘Quando avete perso il nome avete perso tutto’. Era esigente, ci dava regole precise».Inoltre, per mantenere una famiglia così numerosa, Pietro si cercò un’altra fonte di guadagno. «Faceva anche il mediatore delle vendite di bestiame ai mercati e alle fiere. Portava con sé anche i miei fratelli, gli faceva vedere le cose e loro imparavano…»
Per molti degli ex mezzadri diventati coltivatori diretti l’approdo politico dopo la dittatura fascista fu la Democrazia Cristiana. Dice Velia: «Il mio babbo non era per la dittatura, era per i governi liberi. È stato democristiano, ma rispettava tutti, anche i socialisti e i comunisti. Aveva le sue idee, ma a noi figlioli non ci ha mai indottrinato. Ci dava consigli ma ci lasciava scegliere liberamente». ◘

 

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