War Machine

di Pietro Mencarelli

Netflix è un servizio streaming che consente di vedere film e ne produce di originali, come War Machine di David Michôd. Parliamo pertanto di questo. Il superdecorato generale veterano della Guerra del Golfo McMahon è un duro “alla John Wayne”, un paladino dell’efficienza e dell’ordine a stars and stripes, sicuro di sé e che vive spartanamente (“mangia una sola volta al giorno, dorme quattro ore per notte, corre per dieci chilometri tutte le mattine, non teme di esporsi al pericolo e vuole vedere le cose con i propri occhi”). La sede abituale di costui naturalmente sono i luoghi dove stanziano i militari ed è sinceramente convinto di fare affermazioni irreprensibilmente corrette quando dichiara che la guerra è un momento indispensabile per mantenere pace e libertà. È una vera e propria war machine però straordinariamente ottuso nel non saper adeguare le proprie convinzioni alla realtà delle cose e riconoscere i propri limiti arrivando a non tollerare neppure l’idea di non riuscire vincente in tutti gli eventuali ed importanti scontri bellici (“Non sono venuto qui per perdere una guerra, sono venuto qui per vincerla. Noi siamo qui per costruire, proteggere… Sono qui per la forza dei nostri ideali…”). Sfiora l’assurdo (o il ridicolo?) nel proprio esasperato egocentrismo (“Riconosco di essere modesto con tutti quelli che sono pronti a riconoscere la mia superiorità”). La guerra è mostrata in tutta la sua violenza e crudeltà (sparatorie, corpi straziati …) ma al nostro eroe tutto appare un gioco in cui cimentarsi per dimostrare di essere il migliore. Allorché una deputata tedesca (straordinaria Tilda Swinton), che non osa certo mettere in dubbio i suoi meriti, gli fa osservare che il suo ego smisurato e privo di dubbi rischia di intaccare la capacità di distinguere tra azioni mosse da necessità e quelle mosse solo da ambizioni personali, che potrebbero avere un costo eccessivo (specie in perdite di vite umane) in una guerra che si sta rivelando sempre più inutile e dannosa, il nostro risponde senza esitare, convinto (in buona fede!) e sicuro che la missione fondamentale dell’America risieda nell’“esportazione della democrazia e della libertà nel mondo”. Quando gli viene affidato dall’amministrazione Obama il comando delle forze NATO in quella zona calda che è l’Afghanistan con l’incarico di porre fine ad una guerra che si sta protraendo inutilmente da otto lunghi anni, per il fatto che in quell’ampia regione desertica e con pochi abitazioni i talebani rimarranno sempre i dominatori incontrastati, egli testardamente prosegue una lotta che costa tante lacrime e sangue, convinto di poter alla fine riuscire vincitore anche se si sta chiaramente profilando all’orizzonte un altro Vietnam. E tutti gli aspetti negativi emergeranno solo quando un giornalista deciderà di seguire il generale in una serie di iniziative fallimentari che esulano appunto dal volere di Obama.
Feroce satira della guerra (è presa a paradigma quella dell’Afghanistan) ritenuta assurda in quanto regolata da dinamiche senza senso e senza scopo ma basata solo sulla follia dei militari oltre che sulla loro incompetenza (chiaro il rimando a MASH o Comma 22). Evidenziato il rapporto tra guerra e politica: da un lato i militari che ardono appunto dal desiderio di andare in guerra perché consapevoli che solo la guerra può impedire il loro oblio, dall’altra i politici minimamente interessati ad essa a meno che non dia loro pubblicità per una eventuale campagna elettorale. Sbeffeggiata l’arrogante quanto pericolosa ideologia che gli USA abbiano il diritto di fungere da arbitri supremi di ciò che è bene e di ciò che è male in tutta la terra e di imporre perciò il proprio stile di vita, a prescindere dalle condizioni peculiari di ogni altra nazione. Sotto decisa accusa dunque la politica americana da Bush fino allo stesso Obama. Ma War Machine oltre che satira è pure specchio della nostra società capitalistica, che fabbrica stereotipi e miti da consumare e poi gettar via una volta divenuti dannosi o semplicemente impopolari, senza il benché minimo senso di colpa o esame di coscienza. Ed infine è una riflessione sull’America profonda, quella dei barbecue e delle bandiere sventolanti davanti a casa, incapace di fare i conti con la realtà e comprenderne i contesti. Brad Pitt incarna superbamente il generale yankee vittima alla fine della sua stessa arroganza (è corretto il confronto per tanti aspetti – come alcuni sostengono – con il dottor Stranamore del grande Kubrick). La gestualità del viso e le posture del corpo potrebbero essere studiate in un manuale di comunicazione. ◘

 

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