La mummia: intramontabile leggenda

di Pietro Mencarelli

La Mummia, pietra miliare dell’horror cinematografico della “famiglia” dei mostri insieme a Dracula, Frankenstein, il Lupo Mannaro, l’Uomo invisibile, il Mostro della laguna nera, il Fantasma dell’opera… ritorna recentemente sullo schermo con La mummia, pellicola diretta da Alex Kurtzman e interpretata, fra gli altri, da Tom Cruise, Sofia Boutella e Russell Crowe. Il film, in verità più action movie che horror, ripropone la vicenda della principessa egizia che volendo portare il Dio della Morte nell’antico Egitto (luogo per eccellenza favoloso grazie alle piramidi e ai faraoni) viene fermata prima del rituale necessario a tale scopo e quindi mummificata e sepolta in un sarcofago nelle profondità del deserto. Senonché si risveglia ai nostri tempi e con una rabbia accresciuta durante i millenni pare proprio intenzionata a vendicarsi. Ma, in ordine cronologico, ricordiamo altre versioni (quelle più interessanti ovviamente) che, seppure con varianti, hanno contribuito alla fama di tale figura immaginaria. Dopo non significative pellicole del muto arriviamo a Karl Freund che, formatosi in Germania quale cameraman di registi del calibro di Fritz Lang (Metropolis), di Paul Wegener (Golem) e di Friedrich Wilhelm Murnau (L’ultima risata), emigra in America dove continua dapprima la stessa attività con registi come Tod Browning (Dracula) e arriva infine alla regia con un film produzione Universal dal titolo appunto La mummia (1932). Il film, destinato a divenire una icona dell’horror (da non dimenticare che esce proprio nel periodo in cui cineasti destinati a diventare punti di riferimento del cinema del terrore quali Boris Karloff, Bela Lugosi, Chaney senior e junior, James Whale e Tod Browning si accingono a porre le basi del genere), parla di un gran sacerdote che è riportato in vita grazie alla lettura di una antichissima pergamena sacra… Ma la pellicola si distingue soprattutto per il linguaggio cinematografico influenzato dall’espressionismo tedesco: inquadrature tendenti alla deformazione di ambienti, onnipresenti giochi di luce e di ombre creati da una splendida fotografia in bianco e nero, lente carrellate e complessi movimenti di macchina e infine un elaborato montaggio e tutto in funzione, più che dell’azione, della resa di un clima soffocante e onirico in grado di provocare una tensione progressiva. A ciò si aggiunge uno straordinario Boris Karloff magistralmente truccato da Jack Pierce il quale impiega per il make-up dell’attore ben sei ore applicando il cotone, il collodio e il cerone di gomma sul volto per formare rughe “millenarie”, la creta sui capelli e le bende di lino trattate con un particolare acido attorno al corpo. Tra le scene più efficaci certamente va menzionata quella del risveglio della mummia che apre gli occhi, comincia a muoversi, indi si toglie le bende… il tutto lentamente e silenziosamente senza commento musicale o rumori o parole. È tanto il successo del film che la Universal ne produce altri sulla stessa scia: The Mummy’s Hand (1940) di Christy Cabanne, The Mummy’s Tomb (1942 ) di Harold Young, The Mummy’s Ghost di Reginald LeBorg e The Mummy’s Curse di Leslie Goodwins (1944), che risultano essere però operazioni con solo rari momenti interessanti. Occorre attendere La mummia del 1959, una pellicola prodotta dalla Hammer (una casa di produzione britannica specialista in horror), diretta da Terence Fisher ed interpretata da Peter Cushing e Christopher Lee (lo stesso regista e gli stessi attori avevano realizzato insieme due anni prima il classico “Dracula il vampiro”). La mummia di Fisher, rispetto a Freund, affonda le radici nella narrativa gotica inglese e realizza quelle atmosfere tipiche Hammer (grazie soprattutto all’introduzione del colore che usato appropriatamente possiede le qualità necessarie a evidenziare una natura desolata, paludosa, sporca, in putrefazione…). Anche a La mummia di Fisher seguono altre opere Hammer quali Il mistero della mummia (1964) di Michael Carreras che inventa una mummia con le movenze di uno zombie ma che si avvale di un eccellente virtuosismo tecnico; Il sudario della mummia (1966) di John Gilling un regista horror di livello dignitoso che nel presente caso riprende la vicenda classica senza variazioni degne di nota (maledizione per la profanazione, morte dei profanatori) e senza particolari effetti speciali ma mantiene le atmosfere sperimentate dalla suddetta casa di produzione inglese; Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore (1971) di Seth Holt e di Michael Carreras da un romanzo di Bram Stoker. Del 1999 La mummia e del 2001 La mummia – Il ritorno ,film entrambi diretti dal regista statunitense Stephen Sommers. Ma questi due ultimi possono essere annoverati piuttosto quali opere d’avventura stile Indiana Jones ben lontane dalla “magia” dell’originale. Dopo l’uscita di alcuni spin-off (così al cinema un’opera derivata da un’altra principale) tipo Il Re Scorpione e Il Re Scorpione 2 – Il destino di un guerriero, il regista Rob Cohen dirige, nel 2008, La mummia – La tomba dell’Imperatore Drago, una pellicola prodotta ancora da Sommers, che parla di un crudele imperatore mummia cinese che, grazie a poteri sovrannaturali, comanda legioni dotate di una forza inarrestabile. Dall’antica Cina si passa a una moderna Shanghai e quindi alle nevi dell’Himalaya. Oramai però anche in questo caso siamo decisamente all’action-fantasy. ◘

 

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