Cinema / Guardiani della democrazia di Pietro Mencarelli

Non è la prima volta che il cinema si sofferma sui rapporti fra potere (politico, economico…) e “quarto potere”, cioè sulla forza di un giornalista disposto a lottare per l’integrità del proprio lavoro fino a porre a repentaglio la reputazione, la libertà e, in casi estremi, pure la vita pur di fare ciò che ritiene suo dovere, non chiudendo gli occhi.
È questo il tema del film The Post di Steven Spielberg. Prima però, rapidamente, ricordiamo alcune fra le pellicole più interessanti sull’argomento. Innanzitutto, doveroso è citare Quarto potere (1941) del grande Orson Welles sull’ascesa e la caduta di un magnate dell’editoria. Ne L’asso nella manica (1951 – titolo originale The Big Carnival) di Billy Wilder, Kirk Douglas interpreta un cinico giornalista che ritarda il salvataggio di un uomo intrappolato da una frana, trasformando il luogo della disgrazia in un “gran carnevale” fino a provocare la morte del poveraccio e fare così uno scoop che gli possa procurare quattrini e gloria. Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula, che rievoca la celebre inchiesta dei giornalisti del “Washington Post” sullo scandalo Watergate, che costrinse alle dimissione il presidente Nixon. Quinto potere (1976) di Sidney Lumet, in cui si condanna l’uso spregiudicato dell’informazione televisiva. E ancora: Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir, ambientato nell’Indonesia di Sukarno oppressa dai conflitti e dalla corruzione. Salvador (1986) di Oliver Stone, bel reportage sulla feroce dittatura salvadoregna con gli squadroni della morte del presidente D’Aubuisson sostenuto dal governo Reagan e della conseguente guerriglia contro di essa. Eroe per caso (1992) di Stephen Frears sullo strapotere della televisione che grazie alla propria (non di rado falsa) visione della realtà crea o distrugge “eroi”. Cronisti d’assalto (1994) di Ron Howard su ventiquattro ore di giornalisti in un quotidiano di New York. The Insider (1999) di Michael Mann sul vero volto delle multinazionali del tabacco messe allo scoperto da un coraggioso giornalista televisivo. The Agronomist (2003) di Jonathan Demme sul proprietario di una radio fattasi voce del popolo di Haiti contro le ingiustizie di un sistema dittatoriale. Lo sciacallo – The Nightcrawler (2014) di Dan Gilroy su un giovane che si imbatte casualmente nel mondo sotterraneo del giornalismo di cronaca nera a Los Angeles. Caso Spotlight (2015) di Thomas Carthy sull’inchiesta del Boston Globe a proposito dello scandalo causato da casi di pedofilia in parrocchie americane. Ed ora The Post. Negli anni Sessanta negli Stati Uniti sono al potere presidenti tutt’altro che ignari dell’andamento non certo positivo della guerra in Vietnam. Nel 1969 un ex-analista dell’esercito Usa, di nascosto, fotocopia uno studio del Pentagono in cui appare evidente che le amministrazioni Kennedy e Johnson hanno ingannato per molto tempo l’opinione pubblica americana a proposito della reale situazione vietnamita, fornendone un’immagine distorta, accreditando successi militari inesistenti e nascondendo il fatto che mai sarebbe stata possibile una vittoria finale. Tutto ciò al fine di non rendere evidente l’umiliazione della sconfitta. La continuazione del conflitto non è però cosa da poco, dal momento che esseri umani hanno perso e vi stanno ancora perdendo la vita. L’ex-analista, inascoltato dai politici, si rivolge al “Washington Post” che decide la pubblicazione del rapporto nella sua interezza, nonostante meschini tentativi di impedire la fuga di informazioni imbarazzanti e i rischi cui possono andare incontro i coraggiosi giornalisti. L’editrice del “Washington Post”, un’affascinante vedova (Meryl Streep), è convinta che un giornale non deve puntare solo sul profitto e sulla qualità, ma deve tenere l’etica in doveroso rispetto. Ed è perciò disposta a mettere a repentaglio la sopravvivenza del giornale e la stessa reputazione pur di mantenersi fedele al principio “la verità del giornale non serve ai governanti, ma ai governati”. In nome del diritto di cronaca e della trasparenza dunque viene portato in superficie ciò che si vorrebbe affondare.
Il film mostra i molti centri del potere in Usa, ma insiste soprattutto sui momenti cruciali che precedono e seguono uno scoop di un quotidiano, sugli scontri all’interno della redazione, sui dubbi e sui pericoli cui si incorre allorché si decide di intraprendere una battaglia in nome della corretta informazione. Lo stile del film è essenziale, secco e asciutto, ma efficace e incisivo. Niente è concesso alla retorica; lo spettatore entra all’interno della redazione di un giornale per partecipare emotivamente alla battaglia per la democrazia. La Streep è grandiosa come pure Tom Hanks.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?