Cittadinanza democratica Un’emergenza non solo italiana

Scuola

di Matteo Martelli

Il 23 febbraio 2009, presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Siena-Arezzo al Pionta si è tenuto un seminario sull’educazione alla cittadinanza democratica, organizzato dal Centro Studi Cultura politica e cittadinanza. Ha condotto il seminario il professor Andrea Messeri, docente di sociologia della sede aretina dell’Ateneo senese. È intervenuto il professor François Audigier, docente di Didattica delle Scienze sociali presso la Facoltà di Psicologia e Scienze dell’educazione dell’Università di Ginevra. Era presente un folto pubblico di studenti delle scuole della provincia aretina, docenti e dirigenti scolastici.
Il tema dell’educazione alla cittadinanza democratica (Ecd) è particolarmente attuale nella scuola italiana. Sia perché la Ministra Gelmini ha inaugurato l’anno scolastico 2008/09 non solo con i clamorosi tagli ai finanziamenti alle scuole (quasi 8 miliardi) e all’università (un miliardo e mezzo), ma anche con il curioso richiamo all’insegnamento del binomio “Costituzione e cittadinanza” (art. 1 del Dl 133 del 1° settembre 2008, trasformato in Legge n. 169 il 30 ottobre 2008). Sia perché gli avvenimenti che la cronaca racconta quotidianamente pongono all’attenzione dell’opinione pubblica l’imbarbarirsi delle relazioni umane e sociali, gli atti di inaudita violenza contro le donne, le azioni di persecuzione razziale messe in campo da privati cittadini, da enti comunali e da organi del governo nazionale, e quindi l’emergenza educativa e rieducativa. In effetti, per quanto riguarda la scuola italiana, se ripercorriamo le sue vicende normative dal 1945 a oggi non possiamo non riconoscere che i decisori politici, soprattutto nell’ultimo decennio, hanno indicato nell’educazione alla convivenza civile e alla cittadinanza il fine della missione formativa della scuola di ogni ordine e grado. È vero che negli anni il linguaggio è mutato. Se nei Programmi per le Elementari del ’45 il riferimento era all’”educazione morale e civile”, nel decreto del 1958 (Ministro della Pubblica Istruzione l’on. Aldo Moro) comincia la sua fortuna l’espressione “educazione civica”, intesa come insieme di istruzioni finalizzate alla conoscenza delle regole vigenti in famiglia, a scuola e nella società e come avvio alla conoscenza della Carta costituzionale. Nei Programmi per la Scuola media unica del 1979 resta con le sue ambiguità la dizione “educazione civica”, ma la si pone come finalità della formazione del cittadino e come attività interdisciplinare.
Il decennio dell’autonomia scolastica (1999-2009) registra il deciso passaggio a una nuova terminologia: si oscilla dalla dizione “educazione alla cittadinanza” (Indirizzi della Commissione De Mauro, 2001), intesa non come “un’aggiunta posticcia”, ma come “il cuore del sistema educativo”, alla dilatazione delle educazioni. Si afferma l’educazione alla convivenza civile, sottoarticolata in educazione alla cittadinanza, stradale, ambientale, alla salute, alimentare, all’affettività (Indicazioni della ministra Brichetto Moratti del 2004). Il buon Fioroni nel 2007 (31 luglio), nelle sue Indicazioni per il curricolo, amplia la dimensione dell’educazione alla cittadinanza arricchendo la nozione con il riferimento all’iniziativa democratica di ogni soggetto (cittadinanza attiva). E in effetti le scuole, ove finalmente decidessero di far ricorso agli strumenti che la legge dell’autonomia mette a loro disposizione, dovrebbero elaborare i Piani dell’offerta formativa, i curricoli dei vari indirizzi indicando l’educazione alla cittadinanza non solo come l’attività interdisciplinare per antonomasia, bensì soprattutto come il coronamento di ogni attività di insegnamento/apprendimento. L’insegnante – abbandonando il ricorso ai saperi inerti e lavorando all’interno della disciplina a lui affidata – dovrebbe dare un senso umano, civile, storico ai contenuti oggetto del lavoro quotidiano, e dovrebbe orientare l’insegnamento/apprendimento verso le conoscenze in termini di cittadinanza. E i ragazzi dovrebbero acquisire competenze misurabili in termini di consapevolezza democratica e interculturale.
Si sa che la scuola italiana, soprattutto secondaria, consegue risultati scoraggianti nelle indagini internazionali Ocse. Le ragioni sono tante, ma forse la più evidente si riscontra nella pedagogia centrata sull’insegnante e sull’insegnamento e non sull’allievo e sull’apprendimento. Ci chiediamo: è sufficiente rivedere l’ottica della pratica quotidiana del fare scuola? Non basta, ma è un primo passo. Un secondo, significativo passo potrebbe consistere nel dar retta alle raccomandazioni dell’UE sulle competenze chiave in termini di cittadinanza. Il professor Audigier è uno specialista e sa quanto sia fluido il concetto di cittadinanza. E quanto sia urgente, in Italia come in Francia o Svizzera e negli altri paesi europei, concentrarsi nella formazione degli insegnanti sul tema della cittadinanza democratica. Perché educare alla cittadinanza è educare alla democrazia sostanziale e non formale, avviare a pratiche democratiche nella classe, nell’istituzione scolastica, nel quartiere, nella città, nella stessa famiglia.
Educare alla cittadinanza è educare al dialogo, alla discussione, al confronto, allo scambio di opinioni, all’ascolto dell’altro. Essere democratici significa non credere in verità assolute. Pensare che il proprio punto di vista vale quanto quello dell’altro, che quindi va ascoltato e rispettato. Essere democratici significa assumere un comportamento interculturale. Non solo essere tolleranti, rispettosi, ma ritenere l’altro, il diverso, persona come è ognuno di noi. Educare alla cittadinanza vuol dire educare a riconoscere nella diversità una ricchezza, educare alla responsabilità umana, civile e sociale. Senza cadere in una visione idilliaca – avverte Audigier –, perché non è lineare l’educazione ai valori, in quanto essi sono in conflitto nella vita e nella società. E non basta scrivere in una norma o in un provvedimento un concetto perché esso sia condiviso e fatto proprio dai cittadini, neppure dalla maggioranza di essi. Nondimeno il lavoro quotidiano – nelle scuole, nei media e nel sociale – è necessario e urgente, pur sapendo che – soprattutto in quest’epoca di migrazioni bibliche – il concetto di cittadinanza democratica non ha un significato stabile e condiviso. Il progetto di educazione alla cittadinanza democratica, in Italia e in Europa, oggi è attraversato da ambivalenze e conflitti. Il termine è accompagnato da aggettivi come “plurale”, “aperta”, vissuta” e rinvia a una serie di contenuti di conoscenza (di ordine giuridico, politico, storico), di carattere etico (comportamento, valori morali e spirituali), di significato sociale (le relazioni tra le persone, tra diversi). Audigier osserva giustamente che la scuola non può da sola ristabilire la coesione sociale in crisi nella comunità nazionale e/o internazionale. E tuttavia la scuola resta “un’istituzione essenziale per l’educazione alla cittadinanza democratica”.

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