Crisi globale/Un gioco d’azzardo planetario

Parla Serge Latouche, teorico della decrescita

L’instabilità cronica del sistema ha prodotto una liquidità gigantesca pari a 20 volte il Pil del mondo intero. Bisogna avere il coraggio di cambiare strada. Ecco come

di Achille Rossi

«Viviamo in un periodo di grande instabilità. Come scrive Tonino Perna in un libro in cui paragona gli eventi climatici a quelli finanziari, abbiamo creato due grandi bolle: l’effetto serra e la bolla finanziaria»1. Serge Latouche, l’economista francese teorico della decrescita, ricorre a un esempio fisico per mostrare la pericolosità della crisi economica in cui siamo sprofondati. «La dimensione di queste bolle è talmente ampia che ogni minimo evento può creare instabilità. La vediamo bene in questi giorni in cui le borse e le banche oscillano pericolosamente, con perdite che arrivano fino al 5%».
Tutti attribuiscono agli speculatori la responsabilità della crisi economica che stiamo vivendo, lei è d’accordo?
«Naturalmente. Gli esperti ci dicono che ogni giorno l’ammontare delle transazioni di cambio e che speculano sul cambio è dell’ordine di 5 miliardi di dollari per giorno. Con un clic del computer vengono effettuate migliaia di operazioni che mobilitano miliardi di dollari. Il 6 maggio 2010, negli Stati Uniti, l’indice Dow Jones crollò di più del 9% in una sola seduta, produttore di detersivi Procter & Gamble sprofondarono nel giro di alcuni minuti. Una lunga ricerca ha permesso di capire che cosa è avvenuto. L’algoritmo di un operatore del Kansas ha automaticamente generato 75 mila contratti a termine sulle variazioni di un indice borsistico. La loro esecuzione automatica, senza limite di prezzo, ha successivamente seminato il panico sugli altri computer superpotenti delle banche e dei fondi speculativi: in 14 secondi, i contratti hanno cambiato di mano 27 mila volte, accelerando il crollo del prezzo. Ormai si specula su tutto: sulla moneta per approfittare delle differenze di cambio, sui titoli sia delle imprese che dei debiti che sono ora indicizzati, sulle materie prime, come è stato fatto nel 2008 con il riso. Siccome il clima non è più euforico e si fa strada la convinzione che tutto può crollare, gli speculatori si sono avventati sull’anello debole di questa gigantesca catena finanziaria, che è il debito degli Stati».
Ma gli Stati non si sono indebitati per salvare le banche?
«Per l’appunto. E adesso la speculazione si accanisce su di loro, a cominciare dalla Grecia, dal Portogallo, dalla Spagna, dall’Italia e via via tutti gli altri. L’instabilità del sistema è cronica».
Quali sono i soggetti che praticano la speculazione finanziaria?
«Da una trentina d’anni a questa parte, con la deregulation, si è sviluppata una giungla finanziaria incredibile. Oggi a livello europeo è permesso passare non più attraverso le borse, ma attraverso istituzioni finanziarie speculative tipo hedge fund. A fare speculazione sono in molti: gli hedge fund, creati appositamente a questo scopo, i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, le imprese multinazionali, le banche».
Persino le banche?
«Certo. Hanno addirittura un dipartimento dedicato alla speculazione. Hanno anche sviluppato prodotti per accrescere la speculazione come i futures, che sono mercati a termine dove si può speculare senza avere soldi. Con 100 dollari, ad esempio, puoi speculare su 10 mila dollari. Incredibile! Inoltre hanno moltiplicato i prodotti finanziari come i derivati, dove hanno mescolato ogni sorta di titoli che si possono comprare sul mercato mondiale».
Non sono stati proprio i derivati a creare la crisi finanziaria del 2008?
«Certo. Prima il debito di paesi come la Grecia, la Francia era sottoscritto da alcune banche nazionali, ora invece lo si può comprare dovunque. Il debito francese, ad esempio, è detenuto per più del 50% dai fondi pensione americani. Le banche hanno incoraggiato questo traffico, permettendo che un attore economico giocasse somme molto più alte di quelle che possiede. Insomma, hanno incrementato il rischio. Qualche settimana fa speculando sulla moneta una banca svizzera ha perso due miliardi di dollari».
È un gioco d’azzardo generalizzato.
«Sì, ma alla fine siamo noi a pagare i danni».
Le crisi si ripetono a distanze sempre più ravvicinate. Significa che il sistema economico attuale non si regge più in piedi?
«L’instabilità cronica di cui ho parlato sopra è dovuta a un volume di scambi finanziari gigantesco. Tonino Perna valuta gli attivi finanziari più o meno liquidi creati a 1 milione di miliardi di dollari, che equivale a 20 volte il Pil del mondo intero. Conoscevo già le stime della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea e l’ammontare dei derivati, quei prodotti finanziari che mescolano titoli tossici e titoli buoni, e che, immessi sul mercato, hanno creato un giro di 600 mila miliardi di dollari. Comunque la cifra di un milione di miliardi di dollari è davvero inimmaginabile». Si tratta però di moneta virtuale!
«Sì, ma la moneta virtuale ha un effetto reale, perché quando questi miliardi di dollari decidono di far crollare i titoli greci, la sproporzione fra i capitali che speculano e l’economia greca è così fantastica che possono far crollare tutto e tutti. Rappresentano una vera bomba».
Non è possibile adottare misure di carattere politico che riescano dare una regolazione ai movimenti finanziari?
«Certo che è possibile, ma bisogna avere coraggio. Non siamo obbligati a entrare nella partita. Si parla poco dei paesi che non partecipano a questo gioco al massacro globale. A livello europeo un esempio interessante è quello dell’Islanda, che ha indetto un referendum per decidere se pagare o meno il debito e per ben due volte il popolo ha detto di no. In Ungheria il governo ha deciso di far pagare le banche e non è successo il finimondo. Giorni fa ho letto un articolo sull’Ecuador, che ha stabilito di fare quello che dovremmo fare tutti: organizzare un audit sul debito per vedere quale quota di debito è giusto pagare e quale no. Una parte del debito greco, ad esempio, non dovrebbe essere pagata, perché i governi di destra in occasione dei giochi olimpici hanno contratto debiti folli con la Germania».
Lei sarebbe favorevole a una bancarotta della Grecia, come è avvenuto in Argentina nel 2002?
«Io ritengo che la Grecia dovrebbe negoziare per pagare solo una metà del debito e dunque decidere una bancarotta selettiva, come è avvenuto per gli Stati molte volte nella storia».
Cosa pensa delle misure adottate dagli Stati europei per fronteggiare la crisi?
«Che sono assurde e ingiuste. Assurde perché non sortiscono alcun risultato, come dimostra la Grecia, che con tutti questi aiuti è stata spinta nella spirale distruttiva della deflazione. Ingiuste perché naturalmente sono i poveri a pagare. Questa politica che spinge i paesi a mettersi in una concorrenza incredibile, che taglierà i salari e proclamerà l’austerità, è un’assurdità totale e rappresenta un’ingiustizia scandalosa».
Nel suo discorso al Parlamento europeo qualche mese fa lei enunciò il suo programma per superare la crisi con lo slogan: «né crescita né austerità». Sono conciliabili queste due negazioni e che cosa affermano?
«La macchina della crescita è già bloccata e non può più funzionare. Quelli che ancora la invocano devono risolvere il problema tragico della disoccupazione, ma anche con un tasso di crescita del 4% l’anno, che oggi non è più raggiungibile (siamo al massimo al 2%), in 50 anni non avremmo sconfitto la disoccupazione».
Cosa si dovrebbe fare, allora?
«Dovremmo avere il coraggio di infrangere due tabù assurdi che si sono imposti negli ultimi 30 anni: il tabù del protezionismo e quello dell’inflazione».
Potrebbe spiegare?
«Uno dei modi per far diminuire la bolla speculativa è l’inflazione: con un tasso annuo del 5-10% in capo ad alcuni anni si distruggerebbe una grande quantità di quel denaro virtuale che è all’origine della crisi. Per risolvere il problema della disoccupazione bisognerebbe anzitutto rilocalizzare l’economia, perché l’economia virtuale non nutre la gente per molto tempo. Dobbiamo recuperare l’agricoltura locale, l’industria, l’artigianato. Non si tratta di produrre all’infinito, ma di produrre abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti».
Ma questo è possibile?
«Certo, soprattutto in paesi come l’Italia dove ci sono tanti operai qualificati, artigiani, persone pronte a fare l’agricoltura, se possono vivere decentemente senza concorrenza sleale da parte di altri paesi e del mercato mondiale. Per questo si deve avere l’audacia di instaurare un protezionismo sociale ed ecologico, come dimostra Marino Ruzzenenti nel suo libro Autarchia verde 2. Contrariamente a quello che ci ha fatto credere il liberismo, un’autarchia pacifica è l’unico modo per evitare la guerra».
Perché l’austerità non le piace?
«Questa austerità organizzata dai governi, che consiste soprattutto nel taglio dei salari e delle pensioni, la considero un’ingiustizia. Io preferisco parlare di un’abbondanza frugale, che consiste nel mantenere dei salari e delle pensioni decenti e migliorare la sanità, l’educazione, i servizi. Anche dal punto di vista della crescita, l’austerità non può che portare a una spirale deflazionistica, esattamente come si sta verificando in questi giorni in Grecia: l’attività economica diminuisce, diminuiscono le entrate fiscali, più fanno austerità, meno denaro hanno per pagare il debito». •

1 Tonino Perna. Eventi estremi. Come salvare il pianeta e noi stessi dalle tempeste climatiche e finanziarie. Altraeconomia edizioni. Milano, 2011.
2 Marino Ruzzenenti, L’autarchia verde, Jaca Book, Milano, 2011.

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