Garibaldi: “O Roma… o Cantiano?”

di Dino Marinelli

Èl’anno 1904, Giolitti vince a man bassa le elezioni politiche. A chi lo accusa di aver vinto utilizzando con cinica spregiudicatezza i prefetti corrotti e gli affaristi di ogni risma risponde: «Un sarto quando taglia un vestito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito». Anche Città di Castello in questo 1904 ha i suoi problemi e i suoi rispettabili gobbi. Ordinaria amministrazione. Ma questo problema per il vecchio garibaldino che lo evidenzia al periodico Altotevere è tutt’altro che di ordinaria amministrazione. «Il monumento a Giuseppe Garibaldi, un vero gioiello d’arte del quale si ha pessima condizione, quasi più nessuno se lo ricordasse. Basta guardare le iscrizioni che sono tutte arrugginite, l’erba che vi è cresciuta attorno, le macchie che vi appariscono nel marmo deturpandolo. È un vecchio garibaldino che con grande dolore muove questi lamenti, pregando i suoi compagni d’arme di non rendersi responsabili di tanto deplorevole oblio». Di questo Giolitti non ha nessuna colpa e il monumento non ha nessuna gobba. Lo statista piemontese è stato tirato in ballo solo per affinità di date: 1904. Ma torniamo al vecchio garibaldino tifernate il quale ha ragione da vendere perché lui era presente quel luglio del 1887 (a proposito: sono 130 anni esatti dall’inaugurazione), quando il monumento fu collocato nella Piazza della stazione. E la memoria del garibaldino torna a quella mattina di sole di inizio luglio. L’inaugurazione riuscì superiore a qualsiasi previsione. I treni di Arezzo e Fossato giunsero stracolmi di gente accolta dal suono della banda comunale. Si formò un lungo corteo che da Porta S. Maria, dopo aver imboccato il corso pavesato a festa, si diresse in Piazza Garibaldi (oggi Gabriotti); da questa piazza un lunghissimo corteo si avviò per la Pendinella, Corso San Florido, Piazza Vitelli, al luogo del monumento, opera dello scultore Arnaldo Fazi. La Piazza della stazione strabocchevole di folla, adornata di fiori e bandiere. Presente, tra le tante, anche la delegazione dei monarchici, che masticava amaro. Furono molti gli interventi degli oratori quella mattina dello scoprimento della statua, salutata al suono di sette bande riunite. Il vecchio garibaldino ricorda le parole dell’ultimo oratore: «Nessun altro posto poteva essere migliore: tra le rovine di un convento di Gesuiti (oggi Monte dei Paschi) e in faccia al Palazzo che fu dei Vitelli». L’orologio di piazza aveva suonato il tocco quando mille persone si riunirono sotto le logge per il banchetto conviviale. Il monumento, con Garibaldi in piedi e la spada in pugno, indicante Roma, rimane nella piazza fino al 1935, quando è spostato nel giardino a fianco. Siamo in pieno regime fascista, da poco Mussolini ha firmato i patti lateranensi con la stilografica donatagli dal papa… La spada del biondo condottiero non indica più Roma, ma genericamente le Marche. Un vecchio papalino qualche decennio fa assicurava di sapere il luogo preciso: Cantiano, patria di un tale ben noto ai tifernati, il cui nome or ora non ci sovvien… ◘

 

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