Decrescita utopia o unica strada?

Serge Latouche a Perugia

L’economista francese sostiene che siamo di fronte a una crisi definitiva della società dei consumi e propone di ripartire da una dimensione locale e da un nuovo umanesimo. Abbiamo colto l’occasione per un approfondimento rispetto alle nostre riflessioni sull’economia territoriale

di Pierluigi Bruschi

Riconvertire il sistema produttivo e fare innovazione sono condizioni da cui non si può prescindere, come stiamo dimostrando con le nostre inchieste sull’economia locale. Ma può bastare? Quella che stiamo attraversando è solo una crisi economica? Chi governa fa di tutto per diffondere ottimismo e tranquillizzare l’opinione pubblica sul fatto che la crisi è in via di superamento, che tutto continuerà come prima, basta riprendere a consumare. Ma c’è anche chi pensa che stiamo assistendo addirittura al crollo dell’impero occidentale. E che questo modello di sviluppo, già entrato in crisi con la fine del fordismo negli anni ’70, è rimasto in vita in questi ultimi trent’anni in maniera virtuale con la finanza drogata e le varie bolle speculative che non abbiamo ancora finito di sgonfiare. Sarebbe cioè la fine di una civiltà e la crisi della cosiddetta società dei consumi, che si fondava su tre pilastri: la pubblicità che crea il desiderio, il credito che fornisce i mezzi per raggiungerlo e l’obsolescenza programmata che costringe a consumare. Questa è la tesi di Serge Latouche, il più importante teorico della decrescita, che ha parlato qualche giorno fa a Perugia in un incontro organizzato dall’Aur (Agenzia Umbria Ricerche).
L’economista francese si inserisce nella diatriba fra gli ottimisti e i pessimisti della ripresa con una posizione originale: «Noi siamo pronti per ripartire ma la natura non vuole farlo», dove per natura non si intende solo quella ambientale ma anche quella umana, che ci obbliga a interrogarci sul senso della vita. Continua infatti Latouche: «L’idea originaria era quella di emancipare l’uomo non solo attraverso il lavoro, ma anche con un giusto spazio da dedicare, come facevano gli antichi greci, alla politica e all’arte, per costruire una società autonoma, capace cioè di darsi proprie regole. Invece abbiamo costruito una società dominata dalla dittatura dei mercati finanziari e dal totalitarismo dei consumi». Parole forti certo, ma che ci indicano che non è possibile interpretare la crisi analizzando solo l’aspetto economico produttivo, isolato dal contesto sociale e dalla questione antropologica.
Forse ci siamo concentrati troppo sulla dimensione occupazionale e poco sul senso del lavoro, sulle sue finalità e sulla conciliazione fra tempo di lavoro e tempo di vita, come sostiene Stefano Zamagni, un altro economista critico di questo sistema, il quale è convinto che nel mercato si debbano rafforzare i soggetti che operano per il bene collettivo (economia sociale) e non affidarsi solo alle imprese che operano per il profitto (capitalismo), introducendo così forme di pluralismo dentro il mercato. In questi ultimi decenni ci siamo occupati molto della distribuzione della ricchezza, con scarsi risultati fra l’altro, e poco di come veniva prodotta e meno ancora del fatto che il lavoro veniva sostituito con la finanza.
Arrivati a questo punto cosa si può fare? Dobbiamo ricominciare tutto da capo? La proposta della decrescita è solo una provocazione? Il problema vero, secondo Latouche, è liberarsi dall’imperialismo dell’economicismo, convincersi che il pianeta non è infinito, uscire dall’immaginario della crescita e affrontare la realtà. Poi si deve pensare a costruire un futuro sostenibile, ma non attraverso un progetto unico, applicabile ovunque alla stessa maniera. Ogni società deve recuperare i suoi valori e tradizioni, oggi schiacciati dalla globalizzazione e dal mercato unico, dominato dal pensiero unico e dal rullo compressore della società dei consumi. Si deve cioè rilocalizzare l’economia, la cultura e la politica, ridare senso al vivere localmente e riappropriarsi dei diritti sull’ambiente, oggi espropriati dal mercato e dalle grandi multinazionali, che hanno trasformato il dono della natura in proprietà privata.
L’economista francese, come a voler rassicurare gli scettici, chiarisce che non si tratta di tornare all’età della pietra, ma solo di usare più sobrietà e occuparsi maggiormente di cose umane. La proposta è quella di mettere in piedi un circolo virtuoso. Riutilizzare e riciclare invece che buttare, ridurre lo spreco dell’energia e dei trasporti consumando ciò che si produce nel territorio, orientare la ricerca scientifica all’agricoltura biologica, alla medicina e all’energia, riappropriarsi del denaro esercitando il controllo democratico delle banche, e riconvertire il sistema produttivo, in particolare favorire la produzione di beni relazionali. E per poter usufruire di questi ultimi occorre recuperare uno spazio di vita vera, anche attraverso la trasformazione di parte dei guadagni di produttività in riduzione dei tempi di lavoro, perché oggi quel poco tempo libero lo abbiamo trasformato in tempo fantasma, perso tra traffico, file, disservizi e televisione.
Utopia? Può darsi che oggi lo sia, ma può diventare realtà domani. E ciò che non è possibile fare a livello nazionale o internazionale si può fare a livello regionale o comunale, ma anche familiare e personale. In fondo abbiamo aperto questo forum sull’economia locale con la presunzione di contribuire a costruire in questo territorio un modello economico nuovo e sostenibile. Le esperienze e le testimonianze ascoltate in questi mesi hanno dimostrato che è possibile e anzi che qualcosa si è già mosso da tempo in questa direzione. Riconversioni produttive, energie rinnovabili, nuove colture agricole, nuove esperienze educative e di socializzazione, impensabili qualche anno fa, oggi si stanno diffondendo anche nel nostro piccolo territorio. Anzi, sarebbe auspicabile che qualcuno prendesse spunto da qui per costruire un bel programma per le prossime elezioni amministrative. Del resto, con questa recessione, la decrescita la stiamo già vivendo, ma quella subita, che porta alla disoccupazione, alla disperazione e ai tagli per l’educazione e la sanità. «Niente di peggio di una società della crescita senza crescita». Allora ben venga la decrescita se è il modo per far crescere lo star bene, la qualità dell’aria, la gioia di vivere e permettere all’uomo di costruire il suo futuro.

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