Dossier / Il futuro del passato / Il mondo della Monsanto di Maurizio Fratta

Sono decine di migliaia i contadini indiani che nei primi giorni di marzo si sono mossi alla volta di Mumbai, capitale del Marashatra, uno degli stati più prosperi dell’Unione Indiana, ma anche quello dove c’è stato il maggior numero di suicidi tra gli agricoltori.
Una protesta pacifica, organizzata dal Partito Comunista Indiano, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla gravissima crisi agraria che da quattro anni attanaglia l’immenso paese. Protesta che muove dalla insostenibilità della condizione di milioni di piccoli coltivatori, stretti tra la morsa della caduta dei prezzi e dei redditi e gli indebitamenti contratti con le banche per poter continuare a lavorare la terra.
Dal continente indiano, ancora una volta, si leva il grido di protesta e di denuncia contro le grandi società dell’agroindustria che distruggono la biodiversità, avvelenano milioni di persone, sottraggono terra e lavoro ai contadini e cercano di assumere il controllo della vita sul Pianeta.
A fine gennaio Vandana Shiva, l’attivista e scienziata indiana, era a Firenze per parlare dell’alternativa al mondo della Monsanto.
L’abbiamo incontrata presso lo Spazio Inkiostro, in una conferenza stampa organizzata dalla Associazione perUnaltracittà.
Ecco le sue parole.
«Come tutti sapete stiamo vivendo tempi molto tumultuosi. Non c’è nulla di inevitabile e di naturale in ciò che accade. Negli ultimi vent’anni molteplici regole imposte dalle multinazionali, definite come “libero scambio”, hanno preso il sopravvento sulle nostre norme nazionali.
Noi, io e Navdanaya International, siamo in guerra fin dal primo momento, sin da quando sono stati promulgati i trattati Gatt e Wto che hanno avuto un impatto sull’India, quasi una seconda colonizzazione, e soprattutto sulla sua agricoltura.
È dagli anni ’90 che continuo a dire che i semi non sono una invenzione delle multinazionali.
I semi sono una nostra eredità, sono il nostro patrimonio e sono decisivi per il nostro futuro.
Ed è per questo motivo che abbiamo lanciato il Seed Freedom Movement, per salvaguardare a livello internazionale il diritto dei coltivatori di conservare, di coltivare, di scambiare i semi per permettere ai consumatori di mangiare e cucinare cibo sano e nutriente.
I semi non sono proprietà di un’azienda. Le royalties che ricavano dai loro brevetti sono da considerarsi un crimine.
In India ci sono tantissimi casi che coinvolgono la Monsanto e per questo noi l’abbiamo portata davanti al Tribunale dell’Aia, davanti a giudici competenti.
Ora anche i governi locali si stanno impegnando per far fronte a una situazione che ha caratteristiche emergenziali, con i contadini che si suicidano proprio per le condizioni imposte e con tantissimi altri che si ammalano a causa dei pesticidi venduti nei kit insieme ai semi. Da noi si comincia a parlare di omicidio colposo per quanto riguarda queste pratiche.
Un’altra emergenza è la fusione tra la Bayer e la Monsanto.
Il settore agro-industriale e quello farmaceutico si stanno fondendo e insieme costituiscono una minaccia ancora più grande.
Una fusione che dovrebbe essere rigettata ma che viene riproposta e noi stiamo combattendo per smascherare tutte le bugie che vengono propinate per ottenere l’approvazione. Ogni singola compagnia ha violato i diritti legali dei cittadini di ogni stato.
Se devo fare un esempio è quello che è successo con il Glifosato e con quanto sta facendo la Monsanto con il Round up, l’erbicida che si basa sul principio attivo del Glifosato.
Non appena la Monsanto è stata indagata per il monopolio sui semi, essa stessa ha subito denunciato l’antitrust indiano.
Come fa la Bayer, con i neonicotinoidi, i pesticidi che stanno decimando le popolazioni delle api: quando l’Unione Europea ha confermato i rischi connessi, è passata immediatamente a vie legali.
Prima della globalizzazione il monopolio era un oligopolio ed era visto nel contesto dei diritti delle persone e del Bene Comune. Dopo la Globalizzazione siamo passati all’aritmetica dei numeri: se tu hai meno del 50% di quota del mercato – si afferma – tu non ne hai il monopolio.
Ma poi la Monsanto tramite suoi impiegati ha messo su con duemila dollari una società a essa collegata proprio per aggirare le norme antitrust sul monopolio.
Io voglio lanciare un appello, tramite la stampa, ai cittadini italiani, ai cittadini europei, per ribadire che qui non si tratta di numeri o di quote ma che ne va della nostra libertà.
Libertà di poter scegliere come coltivare, ma anche libertà dei popoli a vivere e ad avere accesso alle risorse vitali.
Di fronte alla manipolazione dei post- fatti e della post- verità, con una mobilitazione di centinaia di migliaia di contadini, noi affermiamo che il cibo e l’agricoltura sono cose troppo importanti per lasciarle nelle mani delle multinazionali che promuovono un regime di libero mercato con poche regole, anzi spesso privo di regole, regole sempre condizionate dagli interessi delle stesse grandi compagnie.
Penso in questo momento al mercato del grano e al controllo esercitato dalla Cargill.
I prezzi dei prodotti del lavoro dei contadini non sono reali, anche quelli manipolati.
Prendiamo il caso delle patate comprate ai contadini a dieci rupie per 50 chili e poi rivendute dalla Pepsi, che le commercializza, in confezioni di 50 grammi al costo di venti rupie. I contadini non guadagnano abbastanza perché c’è chi guadagna troppo. E nel contempo i consumatori che comprano questo cibo trasformato, questo cibo spazzatura, si ammalano.
Questo stato di cose ha causato la distruzione del 75% del suolo, della biodiversità, dell’ambiente in generale ed è anche responsabile al 50% dei problemi relativi ai cambiamenti climatici.
Anche il 75% delle malattie croniche possono essere messe in relazione al cibo industriale.
E poi ricordiamo che il modello di agricoltura industriale è un modello di agricoltura senza agricoltori. Si inizia già a parlare della fine dell’era del cibo. Sul mercato si propongono già, latte, olio, fagioli sintetici. Immaginano sempre più un mondo con meno lavoro e più profitti. Un modello di società dove il 99 % della popolazione non serve. E noi che continuiamo a pensare che l’economia non possa valere soltanto per l’1% che ha deciso di avvelenarci.
Questo manifesto rappresenta il cartello dei veleni: Monsanto, Bayer, Syngenta, Dupont, Dow, Basf, riunitesi per essere sempre più potenti. Accanto al nome della società abbiamo scritto il nome del proprietario. Industria alimentare e farmaceutica in un disegno di dominio globale.
Miliardari che mettono i loro soldi nei fondi di investimento privati che a loro volta controllano le grandi corporation. Più ci chiudono nel recinto di questa dittatura legata al cibo e ai semi, più fanno profitti.
È venuto il momento per noi tutti di reclamare i nostri diritti. Se non lo facciamo ora non ci sarà possibile farlo nel futuro.
Anzi. Non ci sarà nemmeno più futuro».

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