Dossier / Il futuro del passato / Morire di fame o morire mangiando? di Maurizio Fratta

Recentemente il mondo scientifico ha cominciato ad associare il declino della biodiversità con l’aumento di malattie a base infiammatoria. Esse rappresentano una gamma molto vasta di malattie, da quella infiammatoria intestinale, alla colite ulcerosa, ai disordini cardiovascolari, a diverse malattie epatiche e a molti tipi di tumore. Questo aumento delle patologie a base infiammatoria è stato associato a una diminuzione delle nostre difese immunitarie. Ancora più recentemente si è cominciato a collegare il microbiota – così si chiama il complesso di batteri, virus, funghi, lieviti e protozoi che si trova nel nostro intestino e che alcuni definiscono anche microbioma – al nostro sistema immunitario e quindi con la possibilità o meno di contrarre malattie a base infiammatoria.
Il microbiota, del peso medio di ben due chilogrammi – si pensi che il cervello umano pesa in media un chilogrammo e mezzo – svolge tutta una serie di funzioni importanti, dalla sintesi di vitamine e di aminoacidi essenziali, al completamento della digestione di ciò che non è stato assimilato nel tratto intestinale più a monte. Alcuni dei prodotti di queste attività rappresentano una fonte di energia importante per le cellule della parete intestinale e contribuiscono all’immunità intestinale.
Il microbiota è fortemente influenzato dalla dieta, un cambiamento della quale ne modifica la composizione in sole 24 ore. Ne occorrono 48, dopo aver cambiato di nuovo la dieta, prima che il microbiota torni alle condizioni iniziali.
Una delle ricerche più recenti, pubblicata a novembre 2017, ha dimostrato che pazienti affetti da melanoma e capaci di rispondere a una terapia immunitaria avevano un microbiota diverso per composizione e più vario dei pazienti che non rispondevano. Da questo si concludeva che la composizione e la diversità del microbiota sono importanti nel determinare l’immunità antitumorale. Il risultato ha trovato conferma nella risposta di topi di laboratorio che avevano ricevuto un trapianto fecale dai pazienti che avevano risposto alla terapia (il trapianto fecale consiste nel trasferire il microbiota da un paziente sano a un paziente affetto da una patologia e sta diventando una pratica diffusa per il trattamento di malattie che non rispondono agli antibiotici).
Dieta e salute, anche mentale
Il microbiota sembra coinvolto anche in diversi disturbi neuropsichiatrici come la depressione, la schizofrenia, l’autismo, l’ansietà, la risposta agli stress. Questo è dovuto al danno che i processi infiammatori causano alla mielina, la guaina che circonda i neuroni, alterando così la normale trasmissione degli impulsi nervosi.
È naturale quindi, con ruoli così importanti da una parte e con il fatto che il microbiota sia così fortemente e rapidamente influenzabile dalla dieta dall’altra, che ci siano stati e ci siano molti studi sull’effetto delle varie diete (l’occidentale, l’onnivora, la mediterranea, la vegetariana, la vegana ecc.) sulla composizione e la diversità del microbiota stesso. I pareri di questi studi non sempre concordano, ma ciò su cui tutti i nutrizionisti sembrano essere d’accordo è che la diversità della dieta è di fondamentale importanza per avere un microbioma sano.
Diversità e Uniformità
E qui cominciano i problemi. Come facciamo a mangiare diverso, se il 60% delle nostre calorie deriva da appena tre specie vegetali, cioè frumento, riso e granturco? E come facciamo a mangiare diverso se quasi tutto il cibo che mangiamo è prodotto da varietà che, per essere legalmente commercializzate – cioè affinché i loro prodotti possano trovarsi legalmente nei supermercati – debbono essere iscritte a un catalogo che si chiama registro varietale, e che per essere iscritte a tale registro debbono essere uniformi, stabili e riconoscibili?
È chiaro che tra la necessità di mangiare diverso discussa finora e la uniformità imposta per legge alle colture c’è un’ovvia contraddizione. Come c’è un’ovvia contraddizione tra uniformità e stabilità da una parte e la necessità di adattare le colture al cambiamento climatico dall’altro.
Semi, Cibo e Salute
La situazione peggiora ancora di più se si pensa che accanto a un oligopolio del cibo esiste anche un oligopolio del seme (da cui tutto il cibo proviene direttamente o indirettamente). Ciò perché il mercato mondiale del seme, che vale miliardi di dollari, è per oltre il 50% nelle mani di poche grandi corporazioni (note spesso come multinazionali). Alcune di esse controllano contemporaneamente un altro mercato multi-miliardario, quello dei pesticidi (erbicidi, insetticidi e anticrittogamici).
Tutto ciò è molto preoccupante perché mentre, per esempio, le conseguenze per la salute di cibo proveniente da colture geneticamente modificate (più note come Ogm) è molto controverso, è stato accertato al di là di ogni ragionevole dubbio che esiste una relazione stretta tra l’esposizione a pesticidi e l’aumento di malattie croniche come diversi tipi di cancro, diabete, disordini neurodegenerativi come Parkinson, Alzheimer e Sla (sclerosi laterale amiotrofica), difetti alla nascita e disturbi riproduttivi.
Come difenderci
A questo punto sarebbe veramente il caso di parlare di pericolo, se non proprio di “morire”, per lo meno di “ammalarsi mangiando” e di chiedersi: cosa possono fare i consumatori?
Una soluzione che molte persone hanno scelto negli ultimi tempi è stata quella di rivolgersi ai prodotti dell’agricoltura biologica la quale, se da un lato offre molte più garanzie di cibo sano, dall’altra non è esente da critiche. Le più comuni sono che i prodotti bio sono più costosi e che le produzioni che si ottengono con l’agricoltura biologica sono più basse, per cui con il biologico non si riuscirebbero a sfamare i circa 9 miliardi che saremo nel 2050!
Alla prima critica si può rispondere facilmente. Infatti il vero problema non è che i prodotti bio costino troppo, ma è che i prodotti non biologici costino troppo poco, nascondendo quelli che sono i veri costi che i consumatori debbono poi pagare al di fuori dei supermercati. A parte gli effetti negativi sull’ambiente (suoli, acqua e aria) della politica dell’industria alimentare di produrre cibo a basso costo, ci sono quelli sulla nostra salute: basti pensare che ogni paziente affetto da diabete costa oggi al Sistema Sanitario Nazionale 2589 euro l’anno e che le terapie legate al diabete costano al Sistema Sanitario Nazionale attorno al 9% del bilancio, ovvero circa 8,26 miliardi di euro.
La seconda critica, cioè che le produzioni dell’agricoltura biologica sono più basse di quelle dell’agricoltura convenzionale, mediamente tra l’8% e il 25% in funzione della coltura e del modo in cui viene praticata l’agricoltura biologica, è usata più spesso della prima per sostenere che con l’agricoltura biologica molte più persone soffrirebbero la fame. Come si fa a parlare di un sistema, si dice, che produce di meno quando è invece necessario aumentare le produzioni agricole del 70% o perfino del 100% entro il 2050?
Recentemente molte delle affermazioni su cui si basa questa seconda critica sono state messe in discussione. Innanzitutto ci si dimentica delle enormi quantità di cibo che vanno a finire nei rifiuti, ben 1 miliardo e 300 mila tonnellate, pari cioè al 30% della produzione agricola. In aggiunta a questo si stima che, globalmente, produciamo circa 4600 chilocalorie/persona/giorno. Pur perdendone circa 1400 (tra le perdite dopo la raccolta, durante la distribuzione e durante il consumo), ne rimangono quasi 1000 in più delle 2360 chilocalorie/persona/giorno che secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità sono sufficienti per una vita sana.
Quindi si comincia a far strada l’ipotesi che la necessità di aumentare le produzioni agricole del 70% o perfino del 100% entro il 2050 sia una stima volutamente usata da istituzioni e individui con una precisa ideologia per quanto riguarda il problema della sicurezza alimentare. In altre parole, un mezzo per giustificare la necessità dell’uso delle biotecnologie, come per esempio gli Ogm che tante polemiche hanno suscitato.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?